Destinazione Etruria: il primo Giallo dei Ragazzi Mondadori ambientato in Toscana (e a Siena)

Correva l’anno 1976 quando, in un cofanetto che conteneva ben tre romanzi gialli scritti da Giulia Sarno – Autrice su cui avrò modo di scrivere ampiamente in un altro articolo – mi capitò di leggere per la prima volta “Destinazione Etruria”. Era anche la prima volta che trovavo come scenario delle indagini un territorio piuttosto vicino al luogo in cui abitavo, e quindi l’ambientazione toscana mi spinse a leggere per prima quell’opera che in effetti si rivelò molto intrigante. Un pastore che si impicca presso la tomba dell’etrusco maledetto, lo sgarrettamento di un gregge di pecore, un chimico tedesco scomparso a cui seguiranno altre sparizioni, un arabo misterioso: gli ingredienti di una buona trama c’erano tutti e la Sarno, con il ritmo compassato che si addice a un giallo per ragazzi, li intrecciava con abilità. A sbrogliare la matassa sono due giovani fratelli triestini, Marcello e Andrea, venuti a campeggiare da soli nella terra degli Etruschi. Il primo ama l’azione e l’avventura, il secondo è un pigro secchione. Sembrerebbero la riedizione in erba di Archie Goodwin e Nero Wolfe se non fosse che Marcello dei due non è soltanto “il braccio” ma piuttosto quello che ha addosso il sacro fuoco dell’indagine, formula le ipotesi investigative più sensate grazie a un buon intuito, e di fatto trascina il fratello in situazioni non di rado rischiose. Andrea sciorina però tutta la sua erudizione, e così permette al lettore di inquadrare al meglio gli ambienti e gli elementi storici o culturali della situazione. Il modo in cui vengono tratteggiati i due protagonisti, vivace e con puntuali riferimenti a gesti e abitudini – il pigro Andrea ad esempio per ritirarsi su gli occhiali arriccia il naso piuttosto che muovere una mano – deriva dal fatto che l’Autrice si è ispirata ai figli di una sua amica, rappresentati in maniera fedele anche nei tratti psicologici.

La rilettura a distanza di quasi mezzo secolo ha confermato l’idea che fluttuava nella mia memoria: a colpirmi, più dell’intreccio poliziesco, era stata l’ambientazione, ad un tempo realistica e suggestiva. La storia si svolge nei pressi di un’immaginaria Belforte, piccola cittadina situata vicino alla via Cassia (il toponimo ovviamente esiste, ma il borgo si trova nei pressi di Radicondoli, piuttosto lontano da essa), e su un diverticolo della Cassia “la strada tortuosa e dissestata, era del genere che le guide sogliono indicare come ‘carrozzabile di grande interesse panoramico ‘”. I due fratelli campeggiano poi in due vagoni ferroviari fuori uso, rimasti su un tronco di linea abbandonato, immersi in una Toscana dell’entroterra ancora boscosa e poco popolata, dove incontrano un pastore ottuagenario il cui cane si chiama Arno e possono vedere scorci degli abitati agresti di allora con “un muro affumicato dal quale pendevano grossi cesti, tegami di rame anneriti dall’uso, lunghe trecce di cipolle rosse e lustre”. Da notare poi che, come luogo d’incontro con il loro referente all’interno della Polizia, il commissario Ferrantino, i due scelgono la città di Siena – città dove tra l’altro l’Autrice ha vissuto per molti anni – e in particolare la sala del bar Nannini. Peccato che, invece di apprezzare le sue bellezze artistiche, a precisa domanda del fratello più colto, Marcello risponda che la cosa che più lo ha colpito di Siena sia proprio il bombolone alla crema che stava mangiando. E poi, incontrando di nuovo il commissario in una locanda ai piedi dell’Amiata, avranno modo di apprezzare lo spezzatino di coniglio e i pici. E con queste notazioni gastronomiche, che certo non trovavo nelle opere di Conan Doyle su Sherlock Holmes, l’indagine acquistava un ben diverso sapore.

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