Tutto tranne che

Tutto tranne che… parlare troppo dello scrivente, dando piuttosto importanza agli argomenti e casomai la parola a coloro che vorranno intervenire non solo per commentare ma anche per scrivere essi stessi dei contributi.

Tutto tranne che…. la scopiazzatura di siti o blog già esistenti, piuttosto il tentativo di battere strade meno consuete, interessandosi ad argomenti curiosi e specifici, con un marcato gusto della extra-vaganza anche su aree marginali del giallo, in particolar modo toscano, o su aspetti della produzione letteraria comunque ad esso riconducibili.

Tutto tranne che… l’ennesima occasione per i leoni da tastiera di sputare le loro sentenze contro questo o quello. Da parte mia piuttosto il massimo rispetto per gli Autori e per le opere, gli uni e le altre certamente criticabili ma sempre dentro i limiti del buon gusto. In questo senso va la scelta di filtrare i commenti prima di pubblicarli, proprio al fine di evitare spiacevoli equivoci.

Tutto tranne che…. un susseguirsi solo di articoli, piuttosto un dare voce mediante apposite interviste a figure impegnate nella produzione letteraria del mystery non meno che nella sua fruizione più accorta.

Tutto tranne che… una tediosa lungaggine.

Buona lettura e, ancor più, buona partecipazione al blog.

Enzo Linari

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Le peripezie di Arcieri ne “I girasoli di Odessa”, nuovo romanzo di Leonardo Gori

Il nuovo romanzo di Leonardo Gori si pone all’insegna di una doppia continuity: la prima in quanto ripresa e conclusione degli eventi narrati ne La libraia di Stalino, l’altra perché succede cronologicamente agli sviluppi post-bellici della vicenda umana e professionale di Arcieri, i cui prodromi sono già stati tratteggiati nel recente Il vento di giugno (TEA, 2025). Al riguardo si può anche notare che, mentre il robusto zefiro di quel titolo aveva portato alle elezioni il passaggio alla Repubblica e permesso alle donne per la prima volta di votare, il più asfittico vento del Nord lascerà a forze meno riformatrici il compito di guidare per lungo tempo l’Italia. In entrambi i casi questo accadrà, come Arcieri ha modo di appurare, sotto l’influente supervisione degli Americani, nuovi patroni del Bel Paese. Non sfugge peraltro il fatto che Gori in nessuno dei due casi consenta al suo personaggio, che pure avrebbe una propria idea della situazione, di esprimere il proprio voto giacché le tornate elettorali lo trovano totalmente invischiato nelle vicende spionistiche.

Su queste ultime, e quindi sulla ricca trama de I girasoli di Odessa, intessuta dai doppi o tripli giochi che i personaggi fanno mentre il pur coinvolto Arcieri riesce a conservare una peculiare forma di rettitudine morale e perfino un filo di coerenza, non pare il caso di diffondersi. Una volta riconosciuta la consueta maestria di Gori nel costruire l’intreccio, mette conto piuttosto soffermarsi su alcuni elementi che sostengono lo sviluppo narrativo. A partire dalle figure femminili, ciascuna delle quali guida a suo modo i passi di Arcieri. Lo fa senza dubbio Irina che, pur gravata da cicatrici fisiche non meno che psicologiche, è autentica co-protagonista e femme fatale dell’opera, non a caso comparata dall’autore a una divinità greca per la bellezza irresistibile e la forza devastante che sa sprigionare. Lo fa Sofiia che, avendo invece ormai perso ogni avvenenza, risulta capace di risolvere con trovate geniali situazioni assai complesse e di dimostrare un grande senso di umanità. Lo fa infine Elena, qui una sorta di Fata Morgana tanto più lontana quanto più pare avvicinarsi, che, proprio in virtù della sua mancata e tuttavia interposta presenza, obbliga Arcieri a prendere decisioni coraggiose e a fare definitivamente i conti con il proprio passato.

Leonardo Gori

Nel romanzo sono poi grandi protagonisti i luoghi, in particolare le città, in cui si svolgono le vicende che, nel caso della coprotagonista Irina, hanno per teatro anche Stalino, Kiev e Mosca. Ciascuno di essi è tratteggiato con perizia, talora con venature liriche, e non mancano i riferimenti a eminenti figure culturali, attraverso indizi che riconducono a Berenson, Bulgakov, Kazantzakis. In ciascuna di queste tappe Arcieri ritrova in sé qualcosa, sia l’agilità di un tempo nel campo di addestramento di Coltano o l’istinto dionisiaco e le languide musiche di Zourbas – grafia scelta per richiamare la persona reale cui si è ispirato Kazantzakis – che arricchiscono il suo animo ad Atene. Teatro della sua pericolosa missione oltre cortina è però la città portuale di Odessa nell’ Ucraina sovietizzata, crocevia di popoli e di destini, allora come oggi insanguinata dalle lotte tra Occidente e mondo russofono. Con Odessa, dapprima ostile, Arcieri si riconcilia poco a poco, ritrovandovi variegate tracce di italianità e ancor più ammirandovi la scalinata resa iconica dal film di Eizenstein. Sulla via del ritorno, Istanbul gli rivelerà un volto imprevedibile, racchiuso nel quartiere del Fener, con la reviviscenza di molti tratti del mondo cristiano bizantino nel bel mezzo della Turchia laicizzata da Ataturk. E non a caso proprio nel punto più alto della ritrovata Costantinopoli, la torre che dal Fener domina la città, la missione di Arcieri giungerà a conclusione. L’odissea umana di Arcieri, in un mondo in più luoghi belligerante che somiglia maledettamente a quello attuale,  ha termine con il ritorno a Firenze, dove egli non trova nessuna Penelope ad aspettarlo, ma che egli sceglie comunque come luogo del proprio radicamento, avendovi perfino ricevuto una missiva che potrebbe dar luogo a futuri, interessanti sviluppi.

La scalinata di Odessa

Va sottolineato poi come anche i bambini vengano incisivamente profilati in questo romanzo. Sono quelli di Stalino, che turbano i ricordi di Arcieri e di Irina. Sono i figli mancati, che Arcieri paventa abbiano incrinato il suo rapporto con Elena mentre, intonando motivi italiani come farebbe un buon padre, tenta di calmare lo stuolo di infanti raccolto da Sofiia. Sono i “diavoli” alla Bulgakov che sconvolgono il porto di Odessa e che, ancora una volta come divinità omeriche, intervengono a confondere uno dei duellanti nella sfida finale. Sono infine i figli di Sofiia che, oltre a dare un senso alla vita di Irina negli Usa diminuendone il senso di colpa, danno un futuro all’idea di giustizia e libertà che ogni guerra è solita minare.

Questo nuovo romanzo di Gori si apre nel segno della perdita e della nostalgia le quali, prima ancora di incarnarsi nel villino liberty dove Arcieri ha trascorso momenti felici con Elena e che adesso purtroppo ha il compito di vendere, risuonano nella poesia di Kavafis e nella canzone di Dalla in esergo.  E, dato che la poesia sa entrare meglio di ogni altra produzione letteraria nei labirinti dell’animo umano, stavolta l’autore sente il bisogno di introdurre con i versi di Brodskij dedicati a Firenze perfino la parte dei ringraziamenti/titoli di coda. Ma, come si anticipava, un afflato lirico balugina in più luoghi del romanzo, ravvisabile anche nel ripetersi di alcune metafore. Quella della grotta, ad esempio, ricorre ben tre volte: la più icastica probabilmente è l’apertura nera nella carlinga dell’aereo, il simbolico utero da cui Arcieri viene gettato, previa un’ingloriosa pedata nel fondoschiena, verso una nuova esistenza. Ma l’occorrenza maggiore è quella del mare, che comincia dalle tegole rosse della città di Firenze e si abbina poi a svariati oggetti, spesso a evocarne l’indistinzione, la fluidità. Ad un certo punto il mare incontra, né poteva essere altrimenti, anche i girasoli del titolo. Per la verità a questi ultimi da Gori vengono accostate molte similitudini militaresche, di volta in volta intonate alla situazione. Ma i lettori di storie poliziesche sono ben avvertiti del fatto che in esse nulla è come sembra apparire. Per cui senza scomodare Montale- che pure dietro al mito di Clizia ha celato il suo perduto amore fiorentino, quello per l’ebrea Irma Brandeis, riparata negli USA per sottrarsi alla barbarie nazista -, non sarà inopportuno vedere anzitutto nei girasoli, in cui Arcieri cerca di mimetizzarsi prima del suo incontro con Irina, una colorata esplosione di energia di cui egli avrà un gran bisogno durante l’impetuosa liaison con la donna. O forse, data la capacità di queste piante di rincorrere il corso del sole adattandosi al trascorrere del tempo, proprio i girasoli possono simbolizzare la necessità, non solo per Arcieri, di rimodellare il proprio animo per calarsi al meglio nell’imprevedibile groviglio degli eventi.

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Intervista a Eliana Brancato: L’Arte del Giallo e le maschere della vita

Ringrazio sentitamente Eliana Brancato per l’intervista che  ci ha concesso in cui parla di sé e della ricchezza dei suoi motivi ispiratori a pochi mesi dall’uscita del suo primo romanzo giallo, L’ombra di Lucien,  pubblicato da CTL, casa editrice passata di recente sotto la guida di Alberto Marubbi.

Eliana Brancato

Come sei giunta alla scrittura, e in particolare a quella del tuo primo romanzo?

Le storie che scrivo nascono da ogni cosa o persona che vedo, a volte persino da un suono, come il cigolio del dondolo, presente nel libro L’ombra di Lucien. O da un profumo o un odore particolare che  nascono si spengono, in altri casi come Lucien. La voce diventa pressante. La senti, la sogni e vedi ciò che deve accadere nella storia ad occhi aperti, come se succedesse davvero e allora mi metto a scrivere. A volte, appunti sparsi qua e là, senza una cronologia fissa. Sono solo immagini, scene che piano piano dopo una riflessione e in alcuni casi, come per la criminologia insita nei gialli, alcuni studi, prende corpo e diventa una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine

La ricerca e la riflessione si basano su studi o su esperienze personali?

La ricerca e la riflessione che mi obbligo a fare per scrivere al meglio si basa sia su entrambi: ad esempio, quando ho conseguito la laurea in Scienze della formazione a Genova, ho  potuto anche avere un’ esperienza diretta in carcere. Luogo in cui ho conosciuto vite e punti di vista che al di fuori non avrei mai potuto comprendere. Alcune di quelle storie di migrazione mi hanno aiutato nella stesura di L’ombra di Lucien, nonostante siano esasperate per lo svolgimento della storia. Quando entri in certi luoghi in cui il tempo e lo spazio sono ristretti e persi in una routine continua e uguale a se stessa, capisci che la mente è messa a dura prova e che non tutti hanno la forza di superare certe avversità nella maniera più civile possibile. Siamo noi a creare i nostri demoni. Per noi intendo tutti, la società, la politica e il nostro fingere continuamente.

Cosa intendi per finzione?

Intendo la maschera che portiamo ogni giorno, anzi le maschere. Cito Pirandello in questo. Nelle sue opere, come Uno, nessuno e centomila o Il fu Mattia Pascal noi siamo uno, ma allo stesso tempo abbiamo mille volti per ogni sede, per ogni persona con cui entriamo in contatto. E questo continuo mascheramento, queste duplicità, anzi molteplicità, ci fanno perdere lucidità nella visione delle cose. Nel libro la maschera è parte integrante della storia. A forza di fingerci quello che non siamo per la cosiddetta correttezza politica, in qualche modo rendiamo tutto finzione. Nella famiglia stessa fingiamo. Stiamo recitando una parte anche tu e io, ora. Tu sei il giornalista ed io l’intervistata. In altri momenti parleremmo e ci comporteremmo differentemente. Non credi?

Gioco di specchi… e di maschere

Certo.  Quindi il tema delle maschere è destinato ad avere un particolare peso nel tuo universo creativo?

 Sì, nel mio libro e anche negli altri che forse si potranno leggere a breve, la tematica dell’illusione e del mascheramento sono sovrane. Penso che la società sia fatta di questo. È come un grande teatro in cui cambiamo continuamente parte.

Proviamo a toglierti, o a metterti, qualche maschera. Finora ci hai detto che hai fatto l’Università a Genova.  Che altro possiamo dire di te?

Possiamo dire che lavoro a supplenza come maestra nelle scuole d’infanzia e primaria e ho lavorato anche al nido. Ho potuto svolgere anche funzioni di sostegno. Tutte esperienze che aiutano nella conoscenza di sé e degli altri. La gestione dell’emozioni, la collaborazione e tante altre attività dirette a tirare fuori le potenzialità dei bambini ma anche di se stessi. Perché la scuola è un campo di insegnamento continuo per tutti. Ognuno ha modi di reagire a certe situazioni differenti e si impara a gestire diversi tipi di problematiche e di progettazione. Insomma, penso che sia un bel trampolino anche per la scrittura. Come un aiuto alla scrittura lo dà la mia gestione della piccola fattoria che detengo ad uso puramente famigliare.

Al lavoro in fattoria

La varietà delle tue esperienze mi incuriosisce: in particolare vorrei chiederti quale influenza hanno sulla tua scrittura di giallista due ambienti così diversi come la scuola, un caleidoscopio di situazioni umane talora assai problematiche, e la campagna, spesso meta di chi aspira a una vita idilliaca lontana dal logorio dei contesti urbani.

La vita idilliaca, ecco sì, tutti hanno questo ideale della vita con gli animali in cui tutto va bene, siamo tutti Heidi. Corriamo lungo i prati e le caprette belano e fanno ciao, io ho quelle, oltre a conigli e avicoli. In realtà per quanto ci siano momenti bellissimi, di relax e di dolcezza. La natura è la prima serial killer, possiamo chiamarla così, della vita. Ho visto cose che mi hanno fatto orrore, fatte da animali verso i loro simili. Vere e proprie stragi, atti di cannibalismo spietato, lotte contro cuccioli fino alla morte degli stessi, per gelosia… e che altro? Non contiamo malattie dolorose, predatori spietati. La natura non è la mamma chioccia, o meglio è anche quella, ma è anche quella che seleziona il debole dal forte, eliminandolo e non trova modi eticamente condivisi per farlo. Oh, io dalla natura prendo tanti spunti. Posso davvero raccontare com’è la vita che si allontana dagli occhi, il velo che appanna l’iride nel momento dell’ultimo battito. Posso descrivere la morte, posso scrivere dell’odore, della sensazione che dà. Tutto grazie alla natura. Puoi dare tutta te stessa per salvaguardare i tuoi animali, ma nulla possiamo contro la natura, a volte bisogna solo chinare la testa e piangerci su. Ci si può arrabbiare quanto si vuole, ma non cambierà il suo volere. Si impara anche questo. L’adattamento al volere della natura. Alla sua crudeltà.

E questo senso della complessità del mondo naturale si intreccia in qualche modo con il tema della maschera di cui parlavamo precedentemente?

Certo, non solo perché sono colei che scrive, colei che legge, sono la maestra, sono l’allevatrice… sono la compagna, la sorella, la figlia e sono quella che cammina per strada senza nome ne volto. Ma anche perché come la natura noi abbiamo due parti, chiamiamole pure il male e il bene, in continuo dissidio tra loro; sta a noi unirle e creare qualcosa di positivo. Perché è il male, la sua energia che se ben giostrata crea i virtuosismi della storia e dell’arte. Dicevano di Paganini che per essere il più virtuoso dei violinisti aveva in qualche modo donato l’anima al Diavolo. La natura è maligna, crea le malattie, i virus e la selezione delle specie. L’uomo può solo aiutarla o provare ad appianare la sua potenza. Ma la natura è anche benigna perché crea tutto ciò che ci circonda con le sue beltà. In fondo tutti hanno delle maschere, la duplicità appartiene non solo all’essere umano ma al mondo. C’è il bianco e il nero, ma se sappiamo mischiarli bene creiamo molteplici variazioni di grigio ed è quello che si fa quando si crea. Lo si fa scrivendo, lo si fa suonando, dipingendo… Io penso che le nostre maschere servano a questo, creare punti di vista sempre nuovi con cui giocare con la natura.

Ho saputo poi che stai preparando una graphic novel basata su L’ombra di Lucien. Come ti è venuta quest’idea?

L’idea è nata perché mi sono resa conto che molti degli scrittori che leggo, tra cui Neil Gaiman e Stephen King, hanno trasposto alcuni loro racconti in graphic novel e sono veramente molto di impatto. Credo siano utili ad avvicinare alle storie che scriviamo anche coloro che non sono amanti della lettura di per sé. Le immagini dopotutto sono parte integrante delle storie che scriviamo, noi le abbiamo in testa ma vederle sul foglio è sicuramente più esplicativa. I giovani di oggi sono molto improntati alle immagini perché vivono di computer e schermi, quindi una graphic novel può attrarli più di pagine e pagine di parole.

Ci sono fumetti o manga a cui ti sei particolarmente ispirata?

Come ispirazione oltre alle graphic già citate, amo molto lo stile grafico di Dylan Dog, ma non sono una lettrice accanita di fumetti. Ho seguito qualche serie manga su vampiri, cacciatori di vampiri e streghe. Insomma mi è sempre piaciuto lo stile dark giapponese. Sono un’amante di Myazaki. Sono cresciuta con gli anime, la maggior parte dei cartoni animati che vedevo da piccola sono a base manga. Uno dei miei preferiti è sempre stato Ranma. Non so se lo conosci, ma è tutto un gioco di identità, chi si trasforma da uomo a donna, chi da uomo a panda… tutto tramite secchiate d’acqua. Il gioco delle identità e dei mascheramenti mi ha sempre affascinato molto. Per il resto sono una cinefila. Adoro vedere film e la base dei miei libri sicuramente parte da Stephen King, poi Kubrick e spazia ad ogni film thriller che mi ha emozionata. Il silenzio degli innocenti lo riguardo ogni volta che posso. Come anche Seven, Nella tela dell’assassino e mille altri.

Anthony Hopkins nei panni di Hannibal Lecter ne “Il silenzio degli innocenti”

Un immaginario senza dubbio ricco, su cui ho avuto il piacere di parlare con te in occasione del nostro primo incontro, alla fiera del libro “Lucca città di carta”. So che hai partecipato poi anche all’ultimo Salone internazionale di Torino. Hai un tuo modo di approcciarti al pubblico?

La fiera di Lucca è stata la prima a cui ho partecipato personalmente. Mi sono presentata con indosso la bombetta simbolo fondamentale del mio libro perché penso che i lettori vadano attratti, come in fondo fanno gli chef con i loro piatti. Mio padre e mio fratello sono chef e so bene che un piatto non deve essere solo buono e avere in sé le materie prima ma deve essere bello da vedere. Perché citando Hannibal Lecter: ” noi cominciamo ad amare dagli occhi”. Quindi il libro deve presentarsi con una copertina di spicco. Dei colori accesi che lo fanno elevare al di sopra degli altri e penso che questo il mio libro può vantarsi di averla. E come lui deve presentarsi al meglio anche io lo devo fare. Lo devo a lui. Per vendere bisogna affascinare. Allo stesso modo l’ho fatto al salone del libro di Torino. E devo dire che sicuramente attraevo l’attenzione ed è già tanto per una sconosciuta come me. La curiosità porta a farsi delle domande e col tempo si può scegliere un libro solo perché quella persona era curiosa, chissà come scriverà. Per questo credo nella distribuzione di segnalibri che presentino la copertina e la trama del libro perché non è detto che in quel momento in fiera compreranno il mio libro, ma a casa, mentre si ritrovano tra le mani il segnalibro tra una pagina e l’altra della storia che stanno leggendo, possono sentire la sua voce che li chiama. Per quanto riguarda l’approccio con le persone, ho preferito Lucca perché nel piccolo si può instaurare un dialogo con i lettori che al salone diviene complicato per la moltitudine di gente e di stand. Ma è stato istruttivo ed emozionante. Torino per noi scrittori è una specie di vetta.

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Intervista a Nicola Gaggelli, scrittore di crime toscano

Ringrazio sentitamente il poggibonsese Nicola Gaggelli per la bella intervista che mi ha concesso nell’imminenza dell’uscita del suo primo romanzo di genere crime, Pesto e acciughe.

Nicola Gaggelli

Grazie della disponibilità, e per cominciare, mi piacerebbe capire come è nato il rapporto di Nicola Gaggelli con la scrittura narrativa.

Non è semplice spiegare come un laureato in discipline scientifiche – ho studiato Chimica e Tecnologia Farmaceutiche e conseguito un dottorato in Scienze Chimiche – sia arrivato alla scrittura narrativa e creativa. Eppure, due persone hanno avuto un ruolo decisivo nel mio percorso.

La prima è stata la mia insegnante di lettere al Liceo Scientifico di Colle Val d’Elsa. La sua passione per la letteratura italiana del Novecento e per Dante era travolgente: ogni lezione sembrava un atto d’amore verso i testi. Ci incoraggiava alla lettura critica e alla stesura di brevi recensioni, in un’epoca (fine anni ’70, inizio ’80) in cui questo tipo di esercizio non era affatto scontato. Io avevo un rapporto difficile con l’espressione orale, preferivo scrivere. Un episodio lo racconta meglio di qualsiasi spiegazione: durante un colloquio con i miei genitori, la professoressa disse a mia madre, con la sua consueta franchezza, «Se voglio sapere come la pensa Nicola su un argomento, devo farglielo scrivere». Aveva ragione.

La seconda figura fondamentale è stata mio zio, Marcello Pacciani, storico e scrittore poggibonsese. A lui mi sono ispirato quando ho iniziato a comporre i miei primi racconti, poi raccolti in un libretto stampato e distribuito in proprio. Nulla di memorabile, anzi… Erano ricordi d’infanzia e adolescenza mescolati ai primi tentativi di narrativa di fantasia. Per questi ultimi mi divertivo a osservare le persone incontrate per strada o in autobus e a immaginare storie sulla loro vita. Stampai circa trecento copie, che finirono in pochi mesi. Ci rimisi dei soldi, ma non aveva alcuna importanza.

Con uno di quei racconti partecipai al Premio Nazionale “Scrivere Oltrepensiero”. Arrivai tra i finalisti e il testo venne pubblicato sulla rivista letteraria Prospektiva. Quel riconoscimento fu la spinta decisiva, la conferma che valeva la pena continuare a scrivere.

Hai continuato scrivendo racconti. In che modo è maturata la decisione di affrontare la stesura di un romanzo?

Ho continuato a scrivere racconti e a partecipare a concorsi e antologie, e lo faccio ancora oggi. Accanto alla scrittura, un’altra mia grande passione è la musica. Non so suonare alcuno strumento, ma possiedo una vasta collezione di vinili e CD: dalla musica classica all’heavy metal, dal jazz ai cantautori, con un’adorazione particolare per i Pink Floyd e Fabrizio De André.

Proprio da questa passione è nata l’idea di EllePi – Storie a 33 giri, pubblicato nel 2012 da Enter Edizioni. Si tratta di quattordici racconti, il cui filo conduttore è rappresentato dalle canzoni che li hanno ispirati. In EllePi – Storie a 33 giri le canzoni non sono semplici riferimenti: diventano incipit, si intrecciano ai racconti, ne sottolineano i passaggi o ne chiudono il cerchio.

Due anni dopo è uscita un’altra piccola raccolta – in realtà composta da due soli racconti – dedicata ai ragazzi: Thiago e il record dell’imbattibilità e altre storie, edita da Butterfly. Qui ho vissuto il mio primo scontro con una casa editrice. Io immaginavo un pubblico tra gli 11 e i 14 anni, perché i temi erano la lealtà sportiva da un lato e, nell’altro racconto, dolore, alcolismo e redenzione. L’editore, invece, ha voluto abbassare drasticamente l’età di lettura, inserendo illustrazioni e una copertina realizzate da una disegnatrice. Il risultato non mi rappresentava. Non credo di aver raggiunto le cento copie vendute, comprese quelle acquistate da me.

Successivamente ho scritto un racconto noir per un’antologia. Non venne selezionato, ma i commenti dei giurati furono illuminanti: secondo loro sembrava l’incipit di qualcosa di più ampio. È stato proprio quel giudizio a farmi scattare la scintilla. Da lì è nata l’idea del mio primo romanzo giallo.

Prima di entrare nel merito del tuo romanzo, vorrei che ci illustrasse meglio i tuoi gusti letterari, in particolare del genere crime.

In realtà sono molto ampi, con l’esclusione netta di tre generi: fantasy, fantascienza e horror. Fino ai quarant’anni ho letto un po’ di tutto, con una particolare predilezione per le saghe familiari e la narrativa sulla Shoah. Mi sono anche appassionato alla letteratura sudamericana, soprattutto Isabel Allende e Gabriel García Márquez.

Il mio avvicinamento al giallo, al noir e al thriller è iniziato con un romanzo di Henning Mankell, Il ritorno del maestro di danza. Da lì si è aperto un mondo: ho scoperto il noir scandinavo e sono diventato un lettore assiduo – anzi, direi un vero “divoratore” – dello stesso Mankell, Jo Nesbø, Camilla Läckberg e Stieg Larsson.

Per quanto riguarda gli autori italiani, prediligo Roberto Costantini (in particolare la serie dedicata a Michele Balistreri), Andrea Camilleri, Antonio Manzini – adoro il suo modo di mescolare crime e ironia – e Ilaria Tuti.

Veniamo quindi al romanzo Pesto e acciughe: come lo presenteresti?

Come detto, il romanzo nasce da un racconto che non era stato selezionato per un’antologia. Curiosamente, non l’ho usato come incipit: nel libro è finito quasi alla fine. Pesto e acciughe affonda le sue radici in una mia grande passione, trasmessami da mio padre: l’archeologia. Fin da bambino la libreria di casa era piena di volumi sulle grandi civiltà del passato; da adulto ho continuato ad alimentare questa curiosità, soprattutto verso la civiltà etrusca. Essendo nato e vivendo nella terra dei Rasna (così amavano chiamarsi coloro che erano stati ribattezzati Tirreni dai Greci o Etruschi dai Latini), mi è venuto naturale immaginare una storia in cui le vicende contemporanee si intrecciano con quelle di un popolo che tutti considerano estinto, ma che nelle pagine del romanzo torna a vivere.

Non avendo mai scritto un crime, ho sentito la necessità di documentarmi. Ho approfondito diversi aspetti della criminologia sul manuale di Silvio Ciappi e su Scena del crimine di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. Ho letto anche Chimaira di Valerio Massimo Manfredi e testi sulla scrittura etrusca. È stato un lavoro appassionante: più procedevo nella stesura, più mi divertivo. Scrivevo, cancellavo, riscrivevo, modellavo i personaggi… e ogni passaggio era un piacere autentico.

Spero che lo stesso divertimento arrivi anche ai lettori.

Se il romanzo è un crime legato al mondo etrusco, come si spiega un titolo come Pesto e acciughe?

In realtà avevo pensato a un titolo alternativo, L’ombra dell’etrusco, legato al fatto che l’assassino – uso il neutro per non svelare se è un uomo o una donna – lascia come firma una copia di Ombra della Sera, la celebre statuetta in mostra al Museo Guarnacci di Volterra. Alla fine, però, ha prevalso un titolo che rimanda direttamente al protagonista, il vicequestore di Siena Carlo Insaccanebbia, spezzino di origine. Schivo, insofferente ai riflettori e allergico ai giornalisti, Carlo affida le sue intuizioni migliori a un rito familiare sacro e irrinunciabile: la preparazione del pesto, che per lui è quasi una forma di meditazione.

Non amo definire Pesto e acciughe un giallo gastronomico. Nel romanzo, la preparazione del pesto è per Insaccanebbia un attivatore di neuroni, un catalizzatore di idee e intuizioni. Pesto e acciughe è un piatto tipico della tradizione senese e, fino a qualche anno fa, prima dell’omologazione imposta dal mercato, era facile trovarlo nelle vecchie bettole del centro storico. Ma il pesto usato per le acciughe era di prezzemolo, non di basilico.

A controbilanciare il vicequestore, c’è il maggiore dei Carabinieri Vincenzo Stano. Vive immerso ogni giorno nel lato più oscuro dell’animo umano, ha risolto casi complessi e ha visto ciò che molti non reggerebbero. Razionale e metodico, è l’opposto perfetto di Carlo. I due sono stati compagni di classe al liceo, poi si sono persi di vista dopo la maturità. Si ritrovano a una rimpatriata e dovranno recuperare l’affiatamento di un tempo per fermare la mano assassina.

In realtà, questa non è la prima apparizione di Carlo Insaccanebbia: era già stato protagonista del racconto Il ladro di pannolini in EllePi – Storie a 33 giri. Allora era commissario di Poggibonsi e il pesto non faceva ancora parte del suo mondo. È stata un’intuizione arrivata in seguito, e ha finito per definirlo.

Il tuo romanzo è ambientato in Toscana: in quali luoghi precisamente, e cosa ha orientato le tue scelte?

Sono profondamente legato alla mia terra d’origine, e per questo non ho mai davvero contemplato un’ambientazione diversa per il mio romanzo. La storia si radica nella Valdelsa e a Siena, ma si apre anche verso Firenze, Livorno, Volterra – l’antica Velathri etrusca – e verso due perle del Tirreno, anch’esse abitate in epoca remota dagli Etruschi: Baratti e Castiglioncello. Quest’ultima, che considero il mio buen retiro, meritava un omaggio speciale, e ho scelto di farle accogliere la parte conclusiva del racconto.

Mi sono concesso ampie libertà narrative nella descrizione di alcune necropoli etrusche, adattandole alle esigenze della trama e all’atmosfera che desideravo evocare.

Il mare di Castiglioncello al tramonto

Come nelle tue opere precedenti, anche nel romanzo non mancano riferimenti a brani musicali. Che ruolo gli attribuisci?

In realtà non ho inserito molte citazioni musicali nel romanzo: soltanto due brani hanno un ruolo significativo nella narrazione. Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd, che rispecchia il mondo interiore e la complessità psicologica dell’assassino, e Non torneranno più dei Negrita, legata invece al vicequestore Insaccanebbia e al ricordo del suo migliore amico, tragicamente scomparso in un incidente stradale.

La scelta della canzone dei Negrita è un anacronismo deliberato: il brano è stato pubblicato nel 2018, mentre la vicenda del romanzo si svolge nel 2012. Ho voluto comunque inserirlo perché la sua atmosfera emotiva, il suo modo di parlare di assenze e di ferite che non si rimarginano, era perfettamente in sintonia con ciò che volevo evocare nel personaggio.

Vorrei poi chiederti come è riuscito un poggibonsese a incontrare un editore friulano come Morganti.

Avevo iniziato a scandagliare il web alla ricerca di un editore NO EAP, o comunque di una realtà che non pretendesse l’acquisto di un numero spropositato di copie. C’ero già passato e sapevo bene che gli editori a pagamento non hanno alcun reale interesse a promuovere un libro: il loro guadagno lo ottengono prima ancora che il volume veda la luce.

Questa volta volevo altro. Cercavo un editore che credesse davvero in ciò che avevo scritto, che decidesse di pubblicare il mio romanzo perché lo riteneva valido, non perché ero disposto a pagare.

Fu così che mi imbattei in Morganti Editori. Il loro catalogo, diviso tra narrativa e gastronomia, mi colpì subito. Notai la collana di narrativa gialla (Giallo Morganti) e quella delle antologie giallo-culinarie (Cattivi Golosi). In più ripubblicavano autori come Chesterton, il creatore di Padre Brown, e Carlo Sgorlon, che avevo letto molti anni fa. Decisi di tentare.

Il giorno dopo l’invio del manoscritto – era il 1° novembre 2023 – ricevetti una telefonata sul cellulare. L’uomo dall’altra parte si presentò come Paolo Morganti, l’editore. Mi disse di aver letto il prologo e di averlo trovato interessante. Per un attimo pensai a uno scherzo, ma non avevo detto a nessuno, neppure ai miei familiari, di aver inviato il manoscritto a una casa editrice.

A marzo 2024 firmai il contratto di edizione. Morganti mi propose anche di partecipare a un’antologia di racconti, Pizzakiller, per la collana Cattivi Golosi, che uscirà prossimamente.

Da Morganti Editori ho imparato molto. Sotto la loro guida ho collaborato all’editing e alla revisione del romanzo, scoprendo quanto possa essere prezioso un confronto editoriale autentico, fondato sulla fiducia e sulla cura del testo.

Pesto e acciughe rimarrà figlio unico?

Non è affatto mia intenzione fermarmi a Pesto e acciughe. Anzi, un secondo romanzo con lo stesso investigatore è già in lavorazione. Carlo Insaccanebbia non è un personaggio “usa e getta”: ha ancora molto da raccontare, e io con lui.

In questa nuova storia il maggiore Stano rimane sullo sfondo, con un ruolo più marginale. Cambia invece il magistrato: Chiara Lorenzini lascia il posto a un collega uomo. Un cambio che può modificare radicalmente i rapporti di potere e il tono delle indagini. Resta invece Lapo Badalamenti, il questore dal cognome da mafioso – così lo hanno soprannominato i suoi detrattori – e il rapporto con Insaccanebbia si fa ancora più teso, più spigoloso.

Il romanzo affonda le sue radici in un capitolo oscuro della nostra storia recente: il fascismo vissuto nelle piccole città della Toscana e ciò che Giampaolo Pansa ha definito “il sangue dei vinti”. Ho letto quasi tutto ciò che Pansa ha scritto, e il suo sguardo sulle ferite mai del tutto rimarginate del Novecento italiano ha influenzato profondamente l’impianto tematico di questa nuova indagine.

Nicola Gaggelli e….

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La lunga ombra del mistero in “Chimaira” di Manfredi

Con grande piacere accogliamo la collaborazione al sito di LUISA ZAMBON, docente di Italiano, Latino e Storia al Liceo “S. G. Bosco” di Colle di Val d’Elsa. Esordisce con la recensione di un romanzo di Valerio Massimo Manfredi in cui gli aspetti polizieschi sono intimamente legati a quelli storici e culturali di una delle più suggestive cittadine della nostra Toscana.

Luisa Zambon

Archeologìa s. f. [dal gr. ἀρχαιολογία comp. di ἀρχαῖος «antico» e -λογία «-logia»]. – Studio e conoscenza dell’antichità in genere. Più in particolare, la scienza dell’antichità che mira alla ricostruzione delle civiltà antiche attraverso lo scavo e lo studio della varia documentazione monumentale, dei prodotti artistici e delle iscrizioni.”

Così si trova scritto e spiegato al termine archeologia su Treccani (versione online).

E quindi con facile riscontro nella realtà immaginiamo, anzi, vediamo, schiere di più o meno giovani appassionati del passato remoto destreggiarsi tra ricerche in biblioteca, scavi in loco, possibilmente in siti nascosti dal tempo e dall’oblio, alla ricerca della scoperta sensazionale o, al minimo, inaspettata.

Troppo facile dedurre che ogni archeologo e archeologa abbia le fattezze di Indiana Jones o di Lara Croft. Può chiamarsi semplicemente Fabrizio Castellani, non avere caratteristiche particolari, essere stato lasciato dalla sua ragazza da poco e nutrire la speranza di “vincere un posto da ricercatore all’Università di Siena” (p. 7).

Un giovane normalissimo, che si presenta con una certa apprensione dal Soprintendente regionale Nicola Balestra per ottenere il permesso di condurre ricerche approfondite su “un pezzo di grande valore” conservato nel Museo della città, dove potrà trattenersi anche oltre l’orario di chiusura.

Siamo a Volterra, l’antica etrusca Velàthri. Cittadina tranquilla, adagiata su un colle da cui domina la Val d’Era e la Val di Cecina, conserva ben visibili le tracce del suo passato, quello più recente medievale e mediceo, quello più lontano etrusco e romano. Ma è senza dubbio l’antica presenza etrusca ad affascinare il nostro giovane archeologo, impegnato nell’osservazione attenta e meticolosa del più famoso reperto simbolo della cittadina stessa: l’Ombra della sera, la statuetta in bronzo risalente al III sec. a.C., alta poco meno di 60 cm.: “Era l’immagine acerba ed esile di un bambino triste dal corpo gracile, esageratamente allungato, dal volto minuto e dallo sguardo malinconico in cui pure sopravviveva un’ombra di naturale spensieratezza, troncata anzitempo dalla morte” (pp. 15-16).

Chimaira, Mondadori, 2001

Tutti più o meno hanno visto, o dal vivo o in foto, la statuetta e, a parte la malinconia con cui sembra presentarsi al giovane studioso, quale mai nuovo particolare può rivelare un’ulteriore indagine su di essa? Eppure qualcosa trascurato da altri agli occhi di Castellani appare: una sorta di ferita sul fianco destro. Senonché la concentrazione dell’archeologo è turbata da una telefonata in cui gli si intima di lasciare in pace il fanciullo (!), a cui segue, poco dopo, “un verso ferino acuto e prolungato, un urlo feroce di sfida e di dolore, l’ululato di un lupo nella notte di Volterra” (p. 17).

Siamo solo alle prime pagine del romanzo di Manfredi e già l’atmosfera si incupisce, promette sviluppi interessanti e inquietanti, ci immerge in un presente (anche se il romanzo risale al 2001) su cui si allungano le ombre di un tempo lontanissimo, gli echi di un evento non ancora compiuto del tutto.

Valerio Massimo Manfredi

Il protagonista si troverà, suo malgrado, ad esercitare le sue doti osservative anche fuori dell’ambito strettamente archeologico, sarà costretto a collaborare col tenente dei Carabinieri Marcello Reggiani per indagare sulle morti in apparenza inspiegabili di alcuni personaggi, i cui cadaveri rivelano una ferocia inaudita e bestiale, veri e propri massacri, da parte di chi li ha uccisi. Attraverso gli occhi di Castellani conosciamo tombaroli e furti d’arte su commissione, necropoli nascoste, tavole di bronzo con iscrizioni misteriose intrise di maledizioni, casolari di campagna che non sono quel che sembrano: “Entrò e si trovò in una specie di camerone con un pavimento malconcio di cotto e pareti intonacate adorne di improbabili affreschi di ispirazione etrusca. Una ancor meno probabile danzatrice in panni simil-etruschi ondeggiava al suono della musichetta New Age …” (p. 116).

Il teatro della vicenda, ripetiamo, è una delle cittadine toscane più conosciute al mondo, uno dei luoghi più suggestivi in cui si “leggono” gli anni, i secoli, i millenni in una stratificazione di epoche diverse che ha affascinato non solo gli studiosi e gli archeologi. Ricordiamo che Volterra è stata scelta come location di sceneggiati Tv e film (Ritratto di donna velata, 1975; New Moon, parte della saga The Twilight, 2009, per citarne alcuni), di ambientazione per i romanzi di Cassola e d’Annunzio (La ragazza di Bube, Fausto e Anna, Forse che sì forse che no); compare in una canzone di Lucio Dalla, La bambina (1973): attraverso lo sguardo e l’innocenza di una bambina, il cantautore richiama la battaglia di Volterra del luglio 1944, combattuta tra gli americani della Quinta Armata e le retroguardie tedesche.

Uno scorcio di Volterra

Valerio Massimo Manfredi è solo l’ultimo di una serie di artisti che ha voluto “omaggiare” Volterra rendendola coprotagonista dei personaggi, non solo spazio funzionale della narrazione. E grazie al suo romanzo possiamo passeggiare per le antiche strade e, forse, chissà, avere la fortuna di Castellani e scoprire un altro tassello del passato: “… un meraviglioso affresco sulla parete che gli stava di fronte con una scena di banchetto, danzatori e suonatrici di flauto avvolte in vesti leggere. … Si volse intorno e vide da un lato un grande sarcofago con le immagini di due sposi coricati … e contemplò muto di stupore quei volti senza tempo, la fissità dei loro sorrisi enigmatici” (p. 239).

Eppure quei sorrisi senza tempo nascondono un segreto agghiacciante come il rantolo feroce di una chimera.

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Dalla scuola alla scrittura: biografia letteraria di Daniela Mancini

Daniela Mancini

Ha sempre avuto passione per la scrittura, il teatro e la storia dell’arte. All’inizio di carriera lavora come documentalista all’Opificio delle pietre dure a Firenze, dove cataloga gli antichi disegni preparatori degli intarsi che i maestri artigiani eseguivano con le pietre preziose su mobili e tavoli. Erano custoditi in un vecchio cassone nell’ex refettorio all’ultimo piano dell’edificio, la ricerca era di grande soddisfazione, ma le mancava il rapporto umano con gli studenti e a seguito di concorsi è passata nella scuola.

Da insegnante, alla Scuola Media di Cerreto, insieme con gli alunni, riduce in testi teatrali, che poi venivano recitati da loro stessi, fatti storici per meglio farli comprendere, ad es. “Il Medioevo visto da Dante e Carducci”, “Il congresso di Vienna”, “Nelle trincee della prima guerra mondialeecc. Ancora oggi incontra gli ex alunni che si ricordano con piacere le loro interpretazioni. Organizza per le sue classi viaggi su tematiche artistiche, ad es. “Giotto ad Assisi e a Padova, le “Cattedrali romaniche e gotiche”, “Mosaici e affreschi precursori dell’inferno dantesco, ecc. Ricorda che un alunno, al ritorno da Orvieto, scendendo dal bus, ha commentato entusiasta alla madre: “Tutto bello, tutto grande”. Dopo molti anni gli studenti che rincontra rievocano con entusiasmo quelle vere gite d’istruzione.

Intraprende la lunga carriera di preside nel 1996 all’IPCT Tarantelli di Sant’Elpidio, nelle Marche, poi continuata all’IIS Checchi di Fucecchio e conclusa all’IIS Ferraris-Brunelleschi di Empoli e in contemporanea dal 2009 è stata reggente all’IC di Lamporecchio, all’IPIA Pacinotti di Pontedera e di nuovo al Checchi, all’IC di Vinci, e infine alla DD di Rosignano M.mo.

Dirigendo istituti tecnici e professionali ha inteso aprire gli studenti del Ferraris-Brunelleschi a esperienze internazionali e dà vita al progetto: “Il lavoro italiano nel mondo”. Accompagna alcuni alunni delle ultime classi nelle ambasciate italiane all’estero, dove ambasciatori, consoli o funzionari, spiegano loro le attività italiane presenti, e come fare per studiare, ottenere borse di studio o lavorare in quegli Stati. Le prime mete sono state: la Tunisia, l’Egitto, il Marocco e poi New York, Russia, Dubay, Canada, Sudafrica, California ecc. ecc. Uno di quei partecipanti, incrociato per caso dopo qualche anno le ha detto: “Frequento Architettura, se non troverò lavoro in Italia andrò a Abu Dhabi”.

Al consolato italiano in Sudafrica

Avendo acquisito esperienza di tutti gli ordini di scuola, si è occupata della formazione di docenti e colleghi dirigenti scolastici. Ha ideato due sceneggiature: La Malaskuola e Resistenze su cui il regista Leonardo Moggi ha girato due cortometraggi. In forma umoristica rende evidenti pregiudizi e metodi obsoleti nell’insegnamento. Per par condicio anche i comportamenti del dirigente sono presi in esame. Gli attori interpreti sono stati alcuni collaboratori scolastici, impiegati e docenti del Ferraris- Brunelleschi, spesso con ruoli invertiti.

Nel 2018 pubblica il saggio sulla scuola: La campanella suona sempre due volte.(Premio Letterario Nabokovper la Saggistica) che raccoglie le esperienze di formazione. A oggi ha continuato a tenere i corsi nelle scuole superiori.

Il romanzo: La tua storia nella mia esce nel 2016. È un excursus, in forma autobiografica sui cambiamenti sociali nei nostri paesi dalla fine della mezzadria agli anni Novanta. Primo classificato insieme al romanzo di formazione: Per distrazione al “Premio Letterario Internazionale Sissa (PR)2017”. Questo ha inoltre conseguito premi al “XX Premio Letterario Firenze Capitale D’Europa 2017” e nel “Concorso Letterario Internazionale Città di Pontremoli 2018”.

Per distrazione ha per protagonisti due giovani nel loro percorso di crescita tra le contraddizioni del mondo moderno, dai social alle difficoltà di trovare un lavoro qualificato, dall’apertura dell’Erasmus ai legami familiari. È ambientato a San Zanobi, una cittadina immaginaria della Toscana. Tale collocazione è ripresa nei romanzi gialli.

Per il teatro nell’ambito del progetto “Montalbano Letterario” ha scritto le commedie comiche: L’improbabile incontro tra Giovan Santi Saccenti e Renato Fucini 2021; Festa a sorpresa in onore di Isabella De’ Medici 2022; Emma Perodi e i briganti di Cerreto 2023; Omaggio a Isabella De’ Medici e alla sua corte 2024. L’ultima commedia, nel 2025 è In giro ascoltando voci celebri del territorio. Insieme alla parte di invenzione vengono letti degli estratti dalle opere di letterati originari dei nostri territori. Queste commedie sono messe in scena con la sua regia dall’associazione “La Maschera” di Cerreto Guidi.

A ottobre del 2021 è uscito il poliziesco L’Ombra della sera Ed. Polistampa.

Il romanzo Concavo o convesso è il secondo della trilogia che ha per protagonisti la commissaria Irene Gando e l’ispettore Carlo Lamanna. Da inedito ha vinto il primo premio per la migliore protagonista femminile al “Giallo Festival Bologna 2024”. È pubblicato dall’editore Pacini a febbraio 2026.

In parallelo alle varie attività ha mantenuto la passione per le tradizioni popolari. Ha ottenuto ilPremio Domenico Rea” Empoli 2017” per il racconto.

Dal 2021 è Presidente del Centro di Documentazione Tradizioni Popolari Empolese Valdelsa.

Una delle molte attività culturali organizzate dalla scrittrice

Svolge il suo impegno verso la comunità come consigliere comunale dal 2019 al Comune di Cerreto Guidi, carica rinnovata nel 2024.

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