Tutto tranne che… parlare troppo dello scrivente, dando piuttosto importanza agli argomenti e casomai la parola a coloro che vorranno intervenire non solo per commentare ma anche per scrivere essi stessi dei contributi.
Tutto tranne che…. la scopiazzatura di siti o blog già esistenti, piuttosto il tentativo di battere strade meno consuete, interessandosi ad argomenti curiosi e specifici, con un marcato gusto della extra-vaganza anche su aree marginali del giallo, in particolar modo toscano, o su aspetti della produzione letteraria comunque ad esso riconducibili.
Tutto tranne che… l’ennesima occasione per i leoni da tastiera di sputare le loro sentenze contro questo o quello. Da parte mia piuttosto il massimo rispetto per gli Autori e per le opere, gli uni e le altre certamente criticabili ma sempre dentro i limiti del buon gusto. In questo senso va la scelta di filtrare i commenti prima di pubblicarli, proprio al fine di evitare spiacevoli equivoci.
Tutto tranne che…. un susseguirsi solo di articoli, piuttosto un dare voce mediante apposite interviste a figure impegnate nella produzione letteraria del mystery non meno che nella sua fruizione più accorta.
Tutto tranne che… una tediosa lungaggine.
Buona lettura e, ancor più, buona partecipazione al blog.
Ennesima incursione di Alberto Bicchi nel mondo degli autori in lingua inglese con storie Crime ambientate in Toscana e ancora non tradotte in italiano. Stavolta tra l’altro la scrittrice, benche pubblichi opere scritte in inglese, trascorre la sua esistenza proprio nella nostrra regione.
È un clima di tensione costante quello che accompagna il lettore in Tuscan Termination giallo ambientato in Toscana, in cui spicca il contrasto tra la quiete e la bellezza dello scenario (le vicende si svolgono in un paese toscano di fantasia, Borgo San Cristoforo) e il tragico evento che travolge la sua piccola comunità:
“Murders didn’t happen in Borgo San Cristoforo. It was a quiet hill town in Tuscany with a very low crime rate. Besides, who would murder Ettore Fagiolo?He was unpleasant, unscrupulous and out for all he could get, but so were many others. No, this was an accidental death, and no doubt a perfectly plausible reason would be found for his presence at the Proctor’s pool. She couldn’t think of one herself, but there had to be.The alternative was unthinkable.”
“A Borgo San Cristoforo non c’erano omicidi. Era un tranquillo paese toscano in collina con un tasso di criminalità molto basso. E poi, chi avrebbe ucciso Ettore Fagiolo? Era sgradevole, senza scrupoli e a caccia di tutto ciò che poteva raggiungere, ma non era l’unico. No, questa era una morte accidentale, e sicuramente sarebbe stata trovata una ragione perfettamente plausibile per la sua presenza alla piscina dei Proctor. A lei non ne veniva in mente nessuna, ma doveva esserci. L’alternativa era impensabile.”
È infatti con l’omicidio di Ettore Fagiolo, un agente immobiliare trovato morto in una piscina, che si apre questo romanzo pubblicato nel 2005, il primo di una trilogia mystery ad opera di Margaret Moore, scrittrice inglese residente a Barga. La risoluzione del caso darà parecchi grattacapi a Hilary Wright, cittadina inglese residente in Toscana, e al magistrato Ruggero di Girolamo. Andando avanti nelle indagini, emergeranno diversi segreti, che coinvolgeranno soprattutto la non trascurabile comunità di espatriati residenti nella zona.
Margaret Moore
L’elemento che più colpisce del romanzo, come accennato, è il suo clima cupo. Certo, non mancano accenni ai paesaggi, alla cucina e ai costumi toscani (ai quali gli scrittori e le scrittrici anglosassoni sono sempre molto sensibili), ma, a differenza di molti gialli ambientati nelle nostre zone, in questo libro non troviamo lunghe descrizioni sognanti di file di cipressi o degli odori sprigionati da un ragù di cinta in cottura. A prevalere è sempre una certa tensione, e lo sfondo rimane sempre, metaforicamente, grigio:
“Telling herself it was still too early in the morning to answer questions like that, she shrugged and went off to the kitchen to make some more coffee and wake up properly.She felt as though she was moving in slow motion, and even her thought process seemed slowed down. A strange dissatisfaction weighed on her while a feeling of unease troubled her. The thought of Ettore’s death crept between her and everything else.”
“Dicendo a se stessa che era troppo presto di mattino per rispondere a domande come quella, [Hilary] alzò le spalle e si diresse in cucina per preparare altro caffè e svegliarsi come si deve. Si sentiva come se si fosse muovendo al rallentatore, e anche il suo pensiero sembrava rallentato. Una strana insoddisfazione pesava su di lei, mentre la disturbava una sensazione di disagio. Il pensiero della morte di Ettore si insinuò tra lei e tutto il resto”
Per gli appassionati dei gialli con atmosfere tendenti al fosco, con la Toscana a fare da cornice, questo romanzo si rivelerà una lettura piacevole, e magari invoglierà alla lettura del secondo volume della trilogia, Tuscan Temper. C’ è da scommettere che le dolci colline vengano ancora scosse da qualche omicidio.
Ringraziamo ancora Luisa Zambon, che stavolta con questa sua recensione ci fa conoscere una scrittrice toscana e ci porta a indagare nella magica cittò di Venezia.
In una sorta di brain storming cosa viene in mente se pensiamo a Venezia? Carnevale e maschere, calli e campielli, piazza San Marco e gondole, Casanova e Goldoni; meno poeticamente, il M.O.S.E. e l’acqua alta. Ma a ben guardare, i palazzi patrizi sorgenti dalle acque e le antiche chiese trasformate in lussuosi hotel possono nascondere storie segrete e arcani messaggi che sarebbe meglio lasciar riposare nella polvere del tempo e dell’oblio. Come resistere, tuttavia, al desiderio di condividere la scoperta e sorprendere il pubblico con l’esecuzione dell’inedito Salmo XXIV? uno spartito musicale, trovato quasi per caso, di un certo Vincenzo Sebastiano Antelami, vissuto nel Seicento, compositore di musica sacra di cui poco si sa se non che è stato nelle mire della temibile Inquisizione?
Siamo a Venezia nel 2017 e le note di Antelami (o meglio, la sua vicenda “giudiziaria) ci portano nel 1667, ben 350 anni prima.
Lo scrittore e giornalista musicale Stefano Montani deve intervistare il maestro John Kingsham in occasione del concerto organizzato per i festeggiamenti del carnevale, durante il quale per la prima volta sarà eseguito il Salmo XXIV. Dal colloquio col maestro e dall’incontro con l’amico Enrico Daci, restauratore di opere d’arte alle prese con il ritratto di Antelami, parte la narrazione, una vera e propria avventura ricca di suspense e colpi di scena, di personaggi che si muovono con disinvoltura (forse eccessiva) tra segreti secolari e curiosità esoteriche per una mai sopita speranza di trovare la “pietra filosofale”, la formula magica capace di trasformare il più vile metallo in oro. Ma si tratta di magia o di sapienza, o addirittura di una vera e propria scoperta scientifica? E cosa ha a che fare un musicista con il sapere alchemico?
Gli elementi fondamentali del bel romanzo di Lucia Serracca si possono dire definiti: un pregevole dipinto ma particolare – un ritratto contiene un altro ritratto -, uno spartito musicale che sembra rimaneggiato; l’arte (pittura e musica), la scrittura (Montani è incaricato di redigere la biografia di Antelami), gli studi esoterici (i Rosacroce incuneati nella prestigiosa Royal Society londinese). Tutti elementi “nobili”, per così dire, confacenti a persone di un certo spessore culturale abituati a frequentazioni di rango sociale elevato. Eppure la vicenda si arricchisce di tinte oscure e pericolose: morti sospette, palazzi disabitati in cui vivono non solo i fantasmi del passato, balli in maschera durante i quali avvengono incontri inaspettati con individui dai nomi allusivi (ma lo si capirà solo alla fine), il tutto in una città perennemente avvolta dalla nebbia, in un’atmosfera sospesa tra il passato e il presente a rendere la storia ancor più intrigante e che tiene il lettore in costante tensione.
È pur sempre un romanzo tra il “thriller” e il “giallo”, ma non si indulge al colpo di scena fine a se stesso per fare sensazione. L’intreccio è stato costruito sulla base di una profonda ricerca, puntuale e verificabile, di documenti e periodi storici che ripropongono in maniera verisimile personaggi e ambienti, linguaggio e stilemi (moderni e di epoca): per rendersene conto basta scorrere la bibliografia (e sitografia) redatta dall’autrice, e la Nota stessa, nella quale si dà ragione dell’origine del romanzo, delle letture e degli studi compiuti a supporto della vicenda narrata.
Ecco un breve passo tratto da una lettera che Antelami aveva scritto all’amico John Wilkins:
“Londra, addì 16 aprile 1668
Al Signore Illustrissimo John Wilkins
Vicario di St. Lawrence Jewry
Gresham College – Royal Society
Signore Eccellentissimo,
Mi rivolgo a Voi, che mi onorate della Vostra illustre amicizia e concedete a me, Vostro umile servitore e ammiratore sincero della Vostra sapienza e rettitudine, il privilegio di chiamarVi Amico.
Ho l’ardire di scriverVi per due ragioni. In questo tempo trascorso in terra d’Inghilterra, nella città di Londra, l’Onnipotente mi ha concesso di incontrare uomini di grande intelletto e di elevate virtù, quale Voi, Illustrissimo, senz’altro siete. …”.
E ora un saggio del presente:
“Un sole incerto illuminava il cielo del mattino, oscurato fino a poco prima da nuvole dense e scure che con il passare delle ore erano andate sfaldandosi fino a sfilacciarsi in fiocchi più chiari, segnati appena da qualche striatura plumbea”.
Sono solo due brevi citazioni estrapolate dal contesto per fornire un esempio della disinvoltura stilistica con cui Lucia Serracca riesce a “manipolare” la materia narrativa pazientemente distribuita in oltre trenta capitoli (o sequenze) ben amalgamati tra loro sia per l’andamento della storia sia per lo sviluppo dei personaggi.
Lucia Serracca
A proposito dei quali si osserva con piacere un loro evolversi e scoprirsi non scontato: se, infatti, qualche indizio ci guida a comprenderne la funzione, la lettura non prosegue con la domanda ossessiva “chi è il colpevole”, così da essere piacevolmente attratti da altre domande: perché un musicista ha scomodato addirittura l’Inquisizione? La brama di un sapere “assoluto” può davvero indurre a desiderarlo oltre i limiti eticamente accettabili?
Domande peregrine? Scrupoli ingenui in un tempo segnato dalla pervasività del “virtuale”? E, soprattutto, l’AI è la “pietra filosofale” del XXI secolo?
Forse sarebbe comodo rispondere con la formula manzoniana “ai posteri l’ardua sentenza”… la posterità avrà le basi nella nostra epoca e, chissà!, anche tra noi qualcuno starà scrivendo un “Salmo XXIV”. Resta da capire se per il progresso dell’umano o se per l’ennesimo strumento di potere sull’umanità.
Il nuovo romanzo di Leonardo Gori si pone all’insegna di una doppia continuity: la prima in quanto ripresa e conclusione degli eventi narrati ne La libraia di Stalino, l’altra perché succede cronologicamente agli sviluppi post-bellici della vicenda umana e professionale di Arcieri, i cui prodromi sono già stati tratteggiati nel recente Il vento di giugno (TEA, 2025). Al riguardo si può anche notare che, mentre il robusto zefiro di quel titolo aveva portato alle elezioni il passaggio alla Repubblica e permesso alle donne per la prima volta di votare, il più asfittico vento del Nord lascerà a forze meno riformatrici il compito di guidare per lungo tempo l’Italia. In entrambi i casi questo accadrà, come Arcieri ha modo di appurare, sotto l’influente supervisione degli Americani, nuovi patroni del Bel Paese. Non sfugge peraltro il fatto che Gori in nessuno dei due casi consenta al suo personaggio, che pure avrebbe una propria idea della situazione, di esprimere il proprio voto giacché le tornate elettorali lo trovano totalmente invischiato nelle vicende spionistiche.
Su queste ultime, e quindi sulla ricca trama de I girasoli di Odessa, intessuta dai doppi o tripli giochi che i personaggi fanno mentre il pur coinvolto Arcieri riesce a conservare una peculiare forma di rettitudine morale e perfino un filo di coerenza, non pare il caso di diffondersi. Una volta riconosciuta la consueta maestria di Gori nel costruire l’intreccio, mette conto piuttosto soffermarsi su alcuni elementi che sostengono lo sviluppo narrativo. A partire dalle figure femminili, ciascuna delle quali guida a suo modo i passi di Arcieri. Lo fa senza dubbio Irina che, pur gravata da cicatrici fisiche non meno che psicologiche, è autentica co-protagonista e femme fatale dell’opera, non a caso comparata dall’autore a una divinità greca per la bellezza irresistibile e la forza devastante che sa sprigionare. Lo fa Sofiia che, avendo invece ormai perso ogni avvenenza, risulta capace di risolvere con trovate geniali situazioni assai complesse e di dimostrare un grande senso di umanità. Lo fa infine Elena, qui una sorta di Fata Morgana tanto più lontana quanto più pare avvicinarsi, che, proprio in virtù della sua mancata e tuttavia interposta presenza, obbliga Arcieri a prendere decisioni coraggiose e a fare definitivamente i conti con il proprio passato.
Leonardo Gori
Nel romanzo sono poi grandi protagonisti i luoghi, in particolare le città, in cui si svolgono le vicende che, nel caso della coprotagonista Irina, hanno per teatro anche Stalino, Kiev e Mosca. Ciascuno di essi è tratteggiato con perizia, talora con venature liriche, e non mancano i riferimenti a eminenti figure culturali, attraverso indizi che riconducono a Berenson, Bulgakov, Kazantzakis. In ciascuna di queste tappe Arcieri ritrova in sé qualcosa, sia l’agilità di un tempo nel campo di addestramento di Coltano o l’istinto dionisiaco e le languide musiche di Zourbas – grafia scelta per richiamare la persona reale cui si è ispirato Kazantzakis – che arricchiscono il suo animo ad Atene. Teatro della sua pericolosa missione oltre cortina è però la città portuale di Odessa nell’ Ucraina sovietizzata, crocevia di popoli e di destini, allora come oggi insanguinata dalle lotte tra Occidente e mondo russofono. Con Odessa, dapprima ostile, Arcieri si riconcilia poco a poco, ritrovandovi variegate tracce di italianità e ancor più ammirandovi la scalinata resa iconica dal film di Eizenstein. Sulla via del ritorno, Istanbul gli rivelerà un volto imprevedibile, racchiuso nel quartiere del Fener, con la reviviscenza di molti tratti del mondo cristiano bizantino nel bel mezzo della Turchia laicizzata da Ataturk. E non a caso proprio nel punto più alto della ritrovata Costantinopoli, la torre che dal Fener domina la città, la missione di Arcieri giungerà a conclusione. L’odissea umana di Arcieri, in un mondo in più luoghi belligerante che somiglia maledettamente a quello attuale, ha termine con il ritorno a Firenze, dove egli non trova nessuna Penelope ad aspettarlo, ma che egli sceglie comunque come luogo del proprio radicamento, avendovi perfino ricevuto una missiva che potrebbe dar luogo a futuri, interessanti sviluppi.
La scalinata di Odessa
Va sottolineato poi come anche i bambini vengano incisivamente profilati in questo romanzo. Sono quelli di Stalino, che turbano i ricordi di Arcieri e di Irina. Sono i figli mancati, che Arcieri paventa abbiano incrinato il suo rapporto con Elena mentre, intonando motivi italiani come farebbe un buon padre, tenta di calmare lo stuolo di infanti raccolto da Sofiia. Sono i “diavoli” alla Bulgakov che sconvolgono il porto di Odessa e che, ancora una volta come divinità omeriche, intervengono a confondere uno dei duellanti nella sfida finale. Sono infine i figli di Sofiia che, oltre a dare un senso alla vita di Irina negli Usa diminuendone il senso di colpa, danno un futuro all’idea di giustizia e libertà che ogni guerra è solita minare.
Questo nuovo romanzo di Gori si apre nel segno della perdita e della nostalgia le quali, prima ancora di incarnarsi nel villino liberty dove Arcieri ha trascorso momenti felici con Elena e che adesso purtroppo ha il compito di vendere, risuonano nella poesia di Kavafis e nella canzone di Dalla in esergo. E, dato che la poesia sa entrare meglio di ogni altra produzione letteraria nei labirinti dell’animo umano, stavolta l’autore sente il bisogno di introdurre con i versi di Brodskij dedicati a Firenze perfino la parte dei ringraziamenti/titoli di coda. Ma, come si anticipava, un afflato lirico balugina in più luoghi del romanzo, ravvisabile anche nel ripetersi di alcune metafore. Quella della grotta, ad esempio, ricorre ben tre volte: la più icastica probabilmente è l’apertura nera nella carlinga dell’aereo, il simbolico utero da cui Arcieri viene gettato, previa un’ingloriosa pedata nel fondoschiena, verso una nuova esistenza. Ma l’occorrenza maggiore è quella del mare, che comincia dalle tegole rosse della città di Firenze e si abbina poi a svariati oggetti, spesso a evocarne l’indistinzione, la fluidità. Ad un certo punto il mare incontra, né poteva essere altrimenti, anche i girasoli del titolo. Per la verità a questi ultimi da Gori vengono accostate molte similitudini militaresche, di volta in volta intonate alla situazione. Ma i lettori di storie poliziesche sono ben avvertiti del fatto che in esse nulla è come sembra apparire. Per cui senza scomodare Montale- che pure dietro al mito di Clizia ha celato il suo perduto amore fiorentino, quello per l’ebrea Irma Brandeis, riparata negli USA per sottrarsi alla barbarie nazista -, non sarà inopportuno vedere anzitutto nei girasoli, in cui Arcieri cerca di mimetizzarsi prima del suo incontro con Irina, una colorata esplosione di energia di cui egli avrà un gran bisogno durante l’impetuosa liaison con la donna. O forse, data la capacità di queste piante di rincorrere il corso del sole adattandosi al trascorrere del tempo, proprio i girasoli possono simbolizzare la necessità, non solo per Arcieri, di rimodellare il proprio animo per calarsi al meglio nell’imprevedibile groviglio degli eventi.
Ringrazio sentitamente Eliana Brancato per l’intervista che ci ha concesso in cui parla di sé e della ricchezza dei suoi motivi ispiratori a pochi mesi dall’uscita del suo primo romanzo giallo, L’ombra di Lucien, pubblicato da CTL, casa editrice passata di recente sotto la guida di Alberto Marubbi.
Eliana Brancato
Come sei giunta alla scrittura, e in particolare a quella del tuo primo romanzo?
Le storie che scrivo nascono da ogni cosa o persona che vedo, a volte persino da un suono, come il cigolio del dondolo, presente nel libro L’ombra di Lucien. O da un profumo o un odore particolare che nascono si spengono, in altri casi come Lucien. La voce diventa pressante. La senti, la sogni e vedi ciò che deve accadere nella storia ad occhi aperti, come se succedesse davvero e allora mi metto a scrivere. A volte, appunti sparsi qua e là, senza una cronologia fissa. Sono solo immagini, scene che piano piano dopo una riflessione e in alcuni casi, come per la criminologia insita nei gialli, alcuni studi, prende corpo e diventa una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine
La ricerca e la riflessione si basano su studi o su esperienze personali?
La ricerca e la riflessione che mi obbligo a fare per scrivere al meglio si basa sia su entrambi: ad esempio, quando ho conseguito la laurea in Scienze della formazione a Genova, ho potuto anche avere un’ esperienza diretta in carcere. Luogo in cui ho conosciuto vite e punti di vista che al di fuori non avrei mai potuto comprendere. Alcune di quelle storie di migrazione mi hanno aiutato nella stesura di L’ombra di Lucien, nonostante siano esasperate per lo svolgimento della storia. Quando entri in certi luoghi in cui il tempo e lo spazio sono ristretti e persi in una routine continua e uguale a se stessa, capisci che la mente è messa a dura prova e che non tutti hanno la forza di superare certe avversità nella maniera più civile possibile. Siamo noi a creare i nostri demoni. Per noi intendo tutti, la società, la politica e il nostro fingere continuamente.
Cosa intendi per finzione?
Intendo la maschera che portiamo ogni giorno, anzi le maschere. Cito Pirandello in questo. Nelle sue opere, come Uno, nessuno e centomila o Il fu Mattia Pascal noi siamo uno, ma allo stesso tempo abbiamo mille volti per ogni sede, per ogni persona con cui entriamo in contatto. E questo continuo mascheramento, queste duplicità, anzi molteplicità, ci fanno perdere lucidità nella visione delle cose. Nel libro la maschera è parte integrante della storia. A forza di fingerci quello che non siamo per la cosiddetta correttezza politica, in qualche modo rendiamo tutto finzione. Nella famiglia stessa fingiamo. Stiamo recitando una parte anche tu e io, ora. Tu sei il giornalista ed io l’intervistata. In altri momenti parleremmo e ci comporteremmo differentemente. Non credi?
Gioco di specchi… e di maschere
Certo. Quindi il tema delle maschere è destinato ad avere un particolare peso nel tuo universo creativo?
Sì, nel mio libro e anche negli altri che forse si potranno leggere a breve, la tematica dell’illusione e del mascheramento sono sovrane. Penso che la società sia fatta di questo. È come un grande teatro in cui cambiamo continuamente parte.
Proviamo a toglierti, o a metterti, qualche maschera. Finora ci hai detto che hai fatto l’Università a Genova. Che altro possiamo dire di te?
Possiamo dire che lavoro a supplenza come maestra nelle scuole d’infanzia e primaria e ho lavorato anche al nido. Ho potuto svolgere anche funzioni di sostegno. Tutte esperienze che aiutano nella conoscenza di sé e degli altri. La gestione dell’emozioni, la collaborazione e tante altre attività dirette a tirare fuori le potenzialità dei bambini ma anche di se stessi. Perché la scuola è un campo di insegnamento continuo per tutti. Ognuno ha modi di reagire a certe situazioni differenti e si impara a gestire diversi tipi di problematiche e di progettazione. Insomma, penso che sia un bel trampolino anche per la scrittura. Come un aiuto alla scrittura lo dà la mia gestione della piccola fattoria che detengo ad uso puramente famigliare.
Al lavoro in fattoria
La varietà delle tue esperienze mi incuriosisce: in particolare vorrei chiederti quale influenza hanno sulla tua scrittura di giallista due ambienti così diversi come la scuola, un caleidoscopio di situazioni umane talora assai problematiche, e la campagna, spesso meta di chi aspira a una vita idilliaca lontana dal logorio dei contesti urbani.
La vita idilliaca, ecco sì, tutti hanno questo ideale della vita con gli animali in cui tutto va bene, siamo tutti Heidi. Corriamo lungo i prati e le caprette belano e fanno ciao, io ho quelle, oltre a conigli e avicoli. In realtà per quanto ci siano momenti bellissimi, di relax e di dolcezza. La natura è la prima serial killer, possiamo chiamarla così, della vita. Ho visto cose che mi hanno fatto orrore, fatte da animali verso i loro simili. Vere e proprie stragi, atti di cannibalismo spietato, lotte contro cuccioli fino alla morte degli stessi, per gelosia… e che altro? Non contiamo malattie dolorose, predatori spietati. La natura non è la mamma chioccia, o meglio è anche quella, ma è anche quella che seleziona il debole dal forte, eliminandolo e non trova modi eticamente condivisi per farlo. Oh, io dalla natura prendo tanti spunti. Posso davvero raccontare com’è la vita che si allontana dagli occhi, il velo che appanna l’iride nel momento dell’ultimo battito. Posso descrivere la morte, posso scrivere dell’odore, della sensazione che dà. Tutto grazie alla natura. Puoi dare tutta te stessa per salvaguardare i tuoi animali, ma nulla possiamo contro la natura, a volte bisogna solo chinare la testa e piangerci su. Ci si può arrabbiare quanto si vuole, ma non cambierà il suo volere. Si impara anche questo. L’adattamento al volere della natura. Alla sua crudeltà.
E questo senso della complessità del mondo naturale si intreccia in qualche modo con il tema della maschera di cui parlavamo precedentemente?
Certo, non solo perché sono colei che scrive, colei che legge, sono la maestra, sono l’allevatrice… sono la compagna, la sorella, la figlia e sono quella che cammina per strada senza nome ne volto. Ma anche perché come la natura noi abbiamo due parti, chiamiamole pure il male e il bene, in continuo dissidio tra loro; sta a noi unirle e creare qualcosa di positivo. Perché è il male, la sua energia che se ben giostrata crea i virtuosismi della storia e dell’arte. Dicevano di Paganini che per essere il più virtuoso dei violinisti aveva in qualche modo donato l’anima al Diavolo. La natura è maligna, crea le malattie, i virus e la selezione delle specie. L’uomo può solo aiutarla o provare ad appianare la sua potenza. Ma la natura è anche benigna perché crea tutto ciò che ci circonda con le sue beltà. In fondo tutti hanno delle maschere, la duplicità appartiene non solo all’essere umano ma al mondo. C’è il bianco e il nero, ma se sappiamo mischiarli bene creiamo molteplici variazioni di grigio ed è quello che si fa quando si crea. Lo si fa scrivendo, lo si fa suonando, dipingendo… Io penso che le nostre maschere servano a questo, creare punti di vista sempre nuovi con cui giocare con la natura.
Ho saputo poi che stai preparando una graphic novel basata su L’ombra di Lucien. Come ti è venuta quest’idea?
L’idea è nata perché mi sono resa conto che molti degli scrittori che leggo, tra cui Neil Gaiman e Stephen King, hanno trasposto alcuni loro racconti in graphic novel e sono veramente molto di impatto. Credo siano utili ad avvicinare alle storie che scriviamo anche coloro che non sono amanti della lettura di per sé. Le immagini dopotutto sono parte integrante delle storie che scriviamo, noi le abbiamo in testa ma vederle sul foglio è sicuramente più esplicativa. I giovani di oggi sono molto improntati alle immagini perché vivono di computer e schermi, quindi una graphic novel può attrarli più di pagine e pagine di parole.
Ci sono fumetti o manga a cui ti sei particolarmente ispirata?
Come ispirazione oltre alle graphic già citate, amo molto lo stile grafico di Dylan Dog, ma non sono una lettrice accanita di fumetti. Ho seguito qualche serie manga su vampiri, cacciatori di vampiri e streghe. Insomma mi è sempre piaciuto lo stile dark giapponese. Sono un’amante di Myazaki. Sono cresciuta con gli anime, la maggior parte dei cartoni animati che vedevo da piccola sono a base manga. Uno dei miei preferiti è sempre stato Ranma. Non so se lo conosci, ma è tutto un gioco di identità, chi si trasforma da uomo a donna, chi da uomo a panda… tutto tramite secchiate d’acqua. Il gioco delle identità e dei mascheramenti mi ha sempre affascinato molto. Per il resto sono una cinefila. Adoro vedere film e la base dei miei libri sicuramente parte da Stephen King, poi Kubrick e spazia ad ogni film thriller che mi ha emozionata. Il silenzio degli innocenti lo riguardo ogni volta che posso. Come anche Seven, Nella tela dell’assassino e mille altri.
Anthony Hopkins nei panni di Hannibal Lecter ne “Il silenzio degli innocenti”
Un immaginario senza dubbio ricco, su cui ho avuto il piacere di parlare con te in occasione del nostro primo incontro, alla fiera del libro “Lucca città di carta”. So che hai partecipato poi anche all’ultimo Salone internazionale di Torino. Hai un tuo modo di approcciarti al pubblico?
La fiera di Lucca è stata la prima a cui ho partecipato personalmente. Mi sono presentata con indosso la bombetta simbolo fondamentale del mio libro perché penso che i lettori vadano attratti, come in fondo fanno gli chef con i loro piatti. Mio padre e mio fratello sono chef e so bene che un piatto non deve essere solo buono e avere in sé le materie prima ma deve essere bello da vedere. Perché citando Hannibal Lecter: ” noi cominciamo ad amare dagli occhi”. Quindi il libro deve presentarsi con una copertina di spicco. Dei colori accesi che lo fanno elevare al di sopra degli altri e penso che questo il mio libro può vantarsi di averla. E come lui deve presentarsi al meglio anche io lo devo fare. Lo devo a lui. Per vendere bisogna affascinare. Allo stesso modo l’ho fatto al salone del libro di Torino. E devo dire che sicuramente attraevo l’attenzione ed è già tanto per una sconosciuta come me. La curiosità porta a farsi delle domande e col tempo si può scegliere un libro solo perché quella persona era curiosa, chissà come scriverà. Per questo credo nella distribuzione di segnalibri che presentino la copertina e la trama del libro perché non è detto che in quel momento in fiera compreranno il mio libro, ma a casa, mentre si ritrovano tra le mani il segnalibro tra una pagina e l’altra della storia che stanno leggendo, possono sentire la sua voce che li chiama. Per quanto riguarda l’approccio con le persone, ho preferito Lucca perché nel piccolo si può instaurare un dialogo con i lettori che al salone diviene complicato per la moltitudine di gente e di stand. Ma è stato istruttivo ed emozionante. Torino per noi scrittori è una specie di vetta.
Ringrazio sentitamente il poggibonsese Nicola Gaggelli per la bella intervista che mi ha concesso nell’imminenza dell’uscita del suo primo romanzo di genere crime, Pesto e acciughe.
Nicola Gaggelli
Grazie della disponibilità, e per cominciare, mi piacerebbe capire come è nato il rapporto di Nicola Gaggelli con la scrittura narrativa.
Non è semplice spiegare come un laureato in discipline scientifiche – ho studiato Chimica e Tecnologia Farmaceutiche e conseguito un dottorato in Scienze Chimiche – sia arrivato alla scrittura narrativa e creativa. Eppure, due persone hanno avuto un ruolo decisivo nel mio percorso.
La prima è stata la mia insegnante di lettere al Liceo Scientifico di Colle Val d’Elsa. La sua passione per la letteratura italiana del Novecento e per Dante era travolgente: ogni lezione sembrava un atto d’amore verso i testi. Ci incoraggiava alla lettura critica e alla stesura di brevi recensioni, in un’epoca (fine anni ’70, inizio ’80) in cui questo tipo di esercizio non era affatto scontato. Io avevo un rapporto difficile con l’espressione orale, preferivo scrivere. Un episodio lo racconta meglio di qualsiasi spiegazione: durante un colloquio con i miei genitori, la professoressa disse a mia madre, con la sua consueta franchezza, «Se voglio sapere come la pensa Nicola su un argomento, devo farglielo scrivere». Aveva ragione.
La seconda figura fondamentale è stata mio zio, Marcello Pacciani, storico e scrittore poggibonsese. A lui mi sono ispirato quando ho iniziato a comporre i miei primi racconti, poi raccolti in un libretto stampato e distribuito in proprio. Nulla di memorabile, anzi… Erano ricordi d’infanzia e adolescenza mescolati ai primi tentativi di narrativa di fantasia. Per questi ultimi mi divertivo a osservare le persone incontrate per strada o in autobus e a immaginare storie sulla loro vita. Stampai circa trecento copie, che finirono in pochi mesi. Ci rimisi dei soldi, ma non aveva alcuna importanza.
Con uno di quei racconti partecipai al Premio Nazionale “Scrivere Oltrepensiero”. Arrivai tra i finalisti e il testo venne pubblicato sulla rivista letteraria Prospektiva. Quel riconoscimento fu la spinta decisiva, la conferma che valeva la pena continuare a scrivere.
Hai continuato scrivendo racconti. In che modo è maturata la decisione di affrontare la stesura di un romanzo?
Ho continuato a scrivere racconti e a partecipare a concorsi e antologie, e lo faccio ancora oggi. Accanto alla scrittura, un’altra mia grande passione è la musica. Non so suonare alcuno strumento, ma possiedo una vasta collezione di vinili e CD: dalla musica classica all’heavy metal, dal jazz ai cantautori, con un’adorazione particolare per i Pink Floyd e Fabrizio De André.
Proprio da questa passione è nata l’idea di EllePi – Storie a 33 giri, pubblicato nel 2012 da Enter Edizioni. Si tratta di quattordici racconti, il cui filo conduttore è rappresentato dalle canzoni che li hanno ispirati. In EllePi – Storie a 33 giri le canzoni non sono semplici riferimenti: diventano incipit, si intrecciano ai racconti, ne sottolineano i passaggi o ne chiudono il cerchio.
Due anni dopo è uscita un’altra piccola raccolta – in realtà composta da due soli racconti – dedicata ai ragazzi: Thiago e il record dell’imbattibilità e altre storie, edita da Butterfly. Qui ho vissuto il mio primo scontro con una casa editrice. Io immaginavo un pubblico tra gli 11 e i 14 anni, perché i temi erano la lealtà sportiva da un lato e, nell’altro racconto, dolore, alcolismo e redenzione. L’editore, invece, ha voluto abbassare drasticamente l’età di lettura, inserendo illustrazioni e una copertina realizzate da una disegnatrice. Il risultato non mi rappresentava. Non credo di aver raggiunto le cento copie vendute, comprese quelle acquistate da me.
Successivamente ho scritto un racconto noir per un’antologia. Non venne selezionato, ma i commenti dei giurati furono illuminanti: secondo loro sembrava l’incipit di qualcosa di più ampio. È stato proprio quel giudizio a farmi scattare la scintilla. Da lì è nata l’idea del mio primo romanzo giallo.
Prima di entrare nel merito del tuo romanzo, vorrei che ci illustrasse meglio i tuoi gusti letterari, in particolare del genere crime.
In realtà sono molto ampi, con l’esclusione netta di tre generi: fantasy, fantascienza e horror. Fino ai quarant’anni ho letto un po’ di tutto, con una particolare predilezione per le saghe familiari e la narrativa sulla Shoah. Mi sono anche appassionato alla letteratura sudamericana, soprattutto Isabel Allende e Gabriel García Márquez.
Il mio avvicinamento al giallo, al noir e al thriller è iniziato con un romanzo di Henning Mankell, Il ritorno del maestro di danza. Da lì si è aperto un mondo: ho scoperto il noir scandinavo e sono diventato un lettore assiduo – anzi, direi un vero “divoratore” – dello stesso Mankell, Jo Nesbø, Camilla Läckberg e Stieg Larsson.
Per quanto riguarda gli autori italiani, prediligo Roberto Costantini (in particolare la serie dedicata a Michele Balistreri), Andrea Camilleri, Antonio Manzini – adoro il suo modo di mescolare crime e ironia – e Ilaria Tuti.
Veniamo quindi al romanzo Pesto e acciughe: come lo presenteresti?
Come detto, il romanzo nasce da un racconto che non era stato selezionato per un’antologia. Curiosamente, non l’ho usato come incipit: nel libro è finito quasi alla fine. Pesto e acciughe affonda le sue radici in una mia grande passione, trasmessami da mio padre: l’archeologia. Fin da bambino la libreria di casa era piena di volumi sulle grandi civiltà del passato; da adulto ho continuato ad alimentare questa curiosità, soprattutto verso la civiltà etrusca. Essendo nato e vivendo nella terra dei Rasna (così amavano chiamarsi coloro che erano stati ribattezzati Tirreni dai Greci o Etruschi dai Latini), mi è venuto naturale immaginare una storia in cui le vicende contemporanee si intrecciano con quelle di un popolo che tutti considerano estinto, ma che nelle pagine del romanzo torna a vivere.
Non avendo mai scritto un crime, ho sentito la necessità di documentarmi. Ho approfondito diversi aspetti della criminologia sul manuale di Silvio Ciappi e su Scena del crimine di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. Ho letto anche Chimaira di Valerio Massimo Manfredi e testi sulla scrittura etrusca. È stato un lavoro appassionante: più procedevo nella stesura, più mi divertivo. Scrivevo, cancellavo, riscrivevo, modellavo i personaggi… e ogni passaggio era un piacere autentico.
Spero che lo stesso divertimento arrivi anche ai lettori.
Se il romanzo è un crime legato al mondo etrusco, come si spiega un titolo come Pesto e acciughe?
In realtà avevo pensato a un titolo alternativo, L’ombra dell’etrusco, legato al fatto che l’assassino – uso il neutro per non svelare se è un uomo o una donna – lascia come firma una copia di Ombra della Sera, la celebre statuetta in mostra al Museo Guarnacci di Volterra. Alla fine, però, ha prevalso un titolo che rimanda direttamente al protagonista, il vicequestore di Siena Carlo Insaccanebbia, spezzino di origine. Schivo, insofferente ai riflettori e allergico ai giornalisti, Carlo affida le sue intuizioni migliori a un rito familiare sacro e irrinunciabile: la preparazione del pesto, che per lui è quasi una forma di meditazione.
Non amo definire Pesto e acciughe un giallo gastronomico. Nel romanzo, la preparazione del pesto è per Insaccanebbia un attivatore di neuroni, un catalizzatore di idee e intuizioni. Pesto e acciughe è un piatto tipico della tradizione senese e, fino a qualche anno fa, prima dell’omologazione imposta dal mercato, era facile trovarlo nelle vecchie bettole del centro storico. Ma il pesto usato per le acciughe era di prezzemolo, non di basilico.
A controbilanciare il vicequestore, c’è il maggiore dei Carabinieri Vincenzo Stano. Vive immerso ogni giorno nel lato più oscuro dell’animo umano, ha risolto casi complessi e ha visto ciò che molti non reggerebbero. Razionale e metodico, è l’opposto perfetto di Carlo. I due sono stati compagni di classe al liceo, poi si sono persi di vista dopo la maturità. Si ritrovano a una rimpatriata e dovranno recuperare l’affiatamento di un tempo per fermare la mano assassina.
In realtà, questa non è la prima apparizione di Carlo Insaccanebbia: era già stato protagonista del racconto Il ladro di pannolini in EllePi – Storie a 33 giri. Allora era commissario di Poggibonsi e il pesto non faceva ancora parte del suo mondo. È stata un’intuizione arrivata in seguito, e ha finito per definirlo.
Il tuo romanzo è ambientato in Toscana: in quali luoghi precisamente, e cosa ha orientato le tue scelte?
Sono profondamente legato alla mia terra d’origine, e per questo non ho mai davvero contemplato un’ambientazione diversa per il mio romanzo. La storia si radica nella Valdelsa e a Siena, ma si apre anche verso Firenze, Livorno, Volterra – l’antica Velathri etrusca – e verso due perle del Tirreno, anch’esse abitate in epoca remota dagli Etruschi: Baratti e Castiglioncello. Quest’ultima, che considero il mio buen retiro, meritava un omaggio speciale, e ho scelto di farle accogliere la parte conclusiva del racconto.
Mi sono concesso ampie libertà narrative nella descrizione di alcune necropoli etrusche, adattandole alle esigenze della trama e all’atmosfera che desideravo evocare.
Il mare di Castiglioncello al tramonto
Come nelle tue opere precedenti, anche nel romanzo non mancano riferimenti a brani musicali. Che ruolo gli attribuisci?
In realtà non ho inserito molte citazioni musicali nel romanzo: soltanto due brani hanno un ruolo significativo nella narrazione. Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd, che rispecchia il mondo interiore e la complessità psicologica dell’assassino, e Non torneranno più dei Negrita, legata invece al vicequestore Insaccanebbia e al ricordo del suo migliore amico, tragicamente scomparso in un incidente stradale.
La scelta della canzone dei Negrita è un anacronismo deliberato: il brano è stato pubblicato nel 2018, mentre la vicenda del romanzo si svolge nel 2012. Ho voluto comunque inserirlo perché la sua atmosfera emotiva, il suo modo di parlare di assenze e di ferite che non si rimarginano, era perfettamente in sintonia con ciò che volevo evocare nel personaggio.
Vorrei poi chiederti come è riuscito un poggibonsese a incontrare un editore friulano come Morganti.
Avevo iniziato a scandagliare il web alla ricerca di un editore NO EAP, o comunque di una realtà che non pretendesse l’acquisto di un numero spropositato di copie. C’ero già passato e sapevo bene che gli editori a pagamento non hanno alcun reale interesse a promuovere un libro: il loro guadagno lo ottengono prima ancora che il volume veda la luce.
Questa volta volevo altro. Cercavo un editore che credesse davvero in ciò che avevo scritto, che decidesse di pubblicare il mio romanzo perché lo riteneva valido, non perché ero disposto a pagare.
Fu così che mi imbattei in Morganti Editori. Il loro catalogo, diviso tra narrativa e gastronomia, mi colpì subito. Notai la collana di narrativa gialla (Giallo Morganti) e quella delle antologie giallo-culinarie (Cattivi Golosi). In più ripubblicavano autori come Chesterton, il creatore di Padre Brown, e Carlo Sgorlon, che avevo letto molti anni fa. Decisi di tentare.
Il giorno dopo l’invio del manoscritto – era il 1° novembre 2023 – ricevetti una telefonata sul cellulare. L’uomo dall’altra parte si presentò come Paolo Morganti, l’editore. Mi disse di aver letto il prologo e di averlo trovato interessante. Per un attimo pensai a uno scherzo, ma non avevo detto a nessuno, neppure ai miei familiari, di aver inviato il manoscritto a una casa editrice.
A marzo 2024 firmai il contratto di edizione. Morganti mi propose anche di partecipare a un’antologia di racconti, Pizzakiller, per la collana Cattivi Golosi, che uscirà prossimamente.
Da Morganti Editori ho imparato molto. Sotto la loro guida ho collaborato all’editing e alla revisione del romanzo, scoprendo quanto possa essere prezioso un confronto editoriale autentico, fondato sulla fiducia e sulla cura del testo.
Pesto e acciughe rimarrà figlio unico?
Non è affatto mia intenzione fermarmi a Pesto e acciughe. Anzi, un secondo romanzo con lo stesso investigatore è già in lavorazione. Carlo Insaccanebbia non è un personaggio “usa e getta”: ha ancora molto da raccontare, e io con lui.
In questa nuova storia il maggiore Stano rimane sullo sfondo, con un ruolo più marginale. Cambia invece il magistrato: Chiara Lorenzini lascia il posto a un collega uomo. Un cambio che può modificare radicalmente i rapporti di potere e il tono delle indagini. Resta invece Lapo Badalamenti, il questore dal cognome da mafioso – così lo hanno soprannominato i suoi detrattori – e il rapporto con Insaccanebbia si fa ancora più teso, più spigoloso.
Il romanzo affonda le sue radici in un capitolo oscuro della nostra storia recente: il fascismo vissuto nelle piccole città della Toscana e ciò che Giampaolo Pansa ha definito “il sangue dei vinti”. Ho letto quasi tutto ciò che Pansa ha scritto, e il suo sguardo sulle ferite mai del tutto rimarginate del Novecento italiano ha influenzato profondamente l’impianto tematico di questa nuova indagine.