Il nuovo romanzo di Leonardo Gori si pone all’insegna di una doppia continuity: la prima in quanto ripresa e conclusione degli eventi narrati ne La libraia di Stalino, l’altra perché succede cronologicamente agli sviluppi post-bellici della vicenda umana e professionale di Arcieri, i cui prodromi sono già stati tratteggiati nel recente Il vento di giugno (TEA, 2025). Al riguardo si può anche notare che, mentre il robusto zefiro di quel titolo aveva portato alle elezioni il passaggio alla Repubblica e permesso alle donne per la prima volta di votare, il più asfittico vento del Nord lascerà a forze meno riformatrici il compito di guidare per lungo tempo l’Italia. In entrambi i casi questo accadrà, come Arcieri ha modo di appurare, sotto l’influente supervisione degli Americani, nuovi patroni del Bel Paese. Non sfugge peraltro il fatto che Gori in nessuno dei due casi consenta al suo personaggio, che pure avrebbe una propria idea della situazione, di esprimere il proprio voto giacché le tornate elettorali lo trovano totalmente invischiato nelle vicende spionistiche.
Su queste ultime, e quindi sulla ricca trama de I girasoli di Odessa, intessuta dai doppi o tripli giochi che i personaggi fanno mentre il pur coinvolto Arcieri riesce a conservare una peculiare forma di rettitudine morale e perfino un filo di coerenza, non pare il caso di diffondersi. Una volta riconosciuta la consueta maestria di Gori nel costruire l’intreccio, mette conto piuttosto soffermarsi su alcuni elementi che sostengono lo sviluppo narrativo. A partire dalle figure femminili, ciascuna delle quali guida a suo modo i passi di Arcieri. Lo fa senza dubbio Irina che, pur gravata da cicatrici fisiche non meno che psicologiche, è autentica co-protagonista e femme fatale dell’opera, non a caso comparata dall’autore a una divinità greca per la bellezza irresistibile e la forza devastante che sa sprigionare. Lo fa Sofiia che, avendo invece ormai perso ogni avvenenza, risulta capace di risolvere con trovate geniali situazioni assai complesse e di dimostrare un grande senso di umanità. Lo fa infine Elena, qui una sorta di Fata Morgana tanto più lontana quanto più pare avvicinarsi, che, proprio in virtù della sua mancata e tuttavia interposta presenza, obbliga Arcieri a prendere decisioni coraggiose e a fare definitivamente i conti con il proprio passato.
Nel romanzo sono poi grandi protagonisti i luoghi, in particolare le città, in cui si svolgono le vicende che, nel caso della coprotagonista Irina, hanno per teatro anche Stalino, Kiev e Mosca. Ciascuno di essi è tratteggiato con perizia, talora con venature liriche, e non mancano i riferimenti a eminenti figure culturali, attraverso indizi che riconducono a Berenson, Bulgakov, Kazantzakis. In ciascuna di queste tappe Arcieri ritrova in sé qualcosa, sia l’agilità di un tempo nel campo di addestramento di Coltano o l’istinto dionisiaco e le languide musiche di Zourbas – grafia scelta per richiamare la persona reale cui si è ispirato Kazantzakis – che arricchiscono il suo animo ad Atene. Teatro della sua pericolosa missione oltre cortina è però la città portuale di Odessa nell’ Ucraina sovietizzata, crocevia di popoli e di destini, allora come oggi insanguinata dalle lotte tra Occidente e mondo russofono. Con Odessa, dapprima ostile, Arcieri si riconcilia poco a poco, ritrovandovi variegate tracce di italianità e ancor più ammirandovi la scalinata resa iconica dal film di Eizenstein. Sulla via del ritorno, Istanbul gli rivelerà un volto imprevedibile, racchiuso nel quartiere del Fener, con la reviviscenza di molti tratti del mondo cristiano bizantino nel bel mezzo della Turchia laicizzata da Ataturk. E non a caso proprio nel punto più alto della ritrovata Costantinopoli, la torre che dal Fener domina la città, la missione di Arcieri giungerà a conclusione. L’odissea umana di Arcieri, in un mondo in più luoghi belligerante che somiglia maledettamente a quello attuale, ha termine con il ritorno a Firenze, dove egli non trova nessuna Penelope ad aspettarlo, ma che egli sceglie comunque come luogo del proprio radicamento, avendovi perfino ricevuto una missiva che potrebbe dar luogo a futuri, interessanti sviluppi.
Va sottolineato poi come anche i bambini vengano incisivamente profilati in questo romanzo. Sono quelli di Stalino, che turbano i ricordi di Arcieri e di Irina. Sono i figli mancati, che Arcieri paventa abbiano incrinato il suo rapporto con Elena mentre, intonando motivi italiani come farebbe un buon padre, tenta di calmare lo stuolo di infanti raccolto da Sofiia. Sono i “diavoli” alla Bulgakov che sconvolgono il porto di Odessa e che, ancora una volta come divinità omeriche, intervengono a confondere uno dei duellanti nella sfida finale. Sono infine i figli di Sofiia che, oltre a dare un senso alla vita di Irina negli Usa diminuendone il senso di colpa, danno un futuro all’idea di giustizia e libertà che ogni guerra è solita minare.
Questo nuovo romanzo di Gori si apre nel segno della perdita e della nostalgia le quali, prima ancora di incarnarsi nel villino liberty dove Arcieri ha trascorso momenti felici con Elena e che adesso purtroppo ha il compito di vendere, risuonano nella poesia di Kavafis e nella canzone di Dalla in esergo. E, dato che la poesia sa entrare meglio di ogni altra produzione letteraria nei labirinti dell’animo umano, stavolta l’autore sente il bisogno di introdurre con i versi di Brodskij dedicati a Firenze perfino la parte dei ringraziamenti/titoli di coda. Ma, come si anticipava, un afflato lirico balugina in più luoghi del romanzo, ravvisabile anche nel ripetersi di alcune metafore. Quella della grotta, ad esempio, ricorre ben tre volte: la più icastica probabilmente è l’apertura nera nella carlinga dell’aereo, il simbolico utero da cui Arcieri viene gettato, previa un’ingloriosa pedata nel fondoschiena, verso una nuova esistenza. Ma l’occorrenza maggiore è quella del mare, che comincia dalle tegole rosse della città di Firenze e si abbina poi a svariati oggetti, spesso a evocarne l’indistinzione, la fluidità. Ad un certo punto il mare incontra, né poteva essere altrimenti, anche i girasoli del titolo. Per la verità a questi ultimi da Gori vengono accostate molte similitudini militaresche, di volta in volta intonate alla situazione. Ma i lettori di storie poliziesche sono ben avvertiti del fatto che in esse nulla è come sembra apparire. Per cui senza scomodare Montale- che pure dietro al mito di Clizia ha celato il suo perduto amore fiorentino, quello per l’ebrea Irma Brandeis, riparata negli USA per sottrarsi alla barbarie nazista -, non sarà inopportuno vedere anzitutto nei girasoli, in cui Arcieri cerca di mimetizzarsi prima del suo incontro con Irina, una colorata esplosione di energia di cui egli avrà un gran bisogno durante l’impetuosa liaison con la donna. O forse, data la capacità di queste piante di rincorrere il corso del sole adattandosi al trascorrere del tempo, proprio i girasoli possono simbolizzare la necessità, non solo per Arcieri, di rimodellare il proprio animo per calarsi al meglio nell’imprevedibile groviglio degli eventi.





