Ringrazio sentitamente Eliana Brancato per l’intervista che ci ha concesso in cui parla di sé e della ricchezza dei suoi motivi ispiratori a pochi mesi dall’uscita del suo primo romanzo giallo, L’ombra di Lucien, pubblicato da CTL, casa editrice passata di recente sotto la guida di Alberto Marubbi.
Come sei giunta alla scrittura, e in particolare a quella del tuo primo romanzo?
Le storie che scrivo nascono da ogni cosa o persona che vedo, a volte persino da un suono, come il cigolio del dondolo, presente nel libro L’ombra di Lucien. O da un profumo o un odore particolare che nascono si spengono, in altri casi come Lucien. La voce diventa pressante. La senti, la sogni e vedi ciò che deve accadere nella storia ad occhi aperti, come se succedesse davvero e allora mi metto a scrivere. A volte, appunti sparsi qua e là, senza una cronologia fissa. Sono solo immagini, scene che piano piano dopo una riflessione e in alcuni casi, come per la criminologia insita nei gialli, alcuni studi, prende corpo e diventa una storia con un inizio, uno svolgimento e una fine
La ricerca e la riflessione si basano su studi o su esperienze personali?
La ricerca e la riflessione che mi obbligo a fare per scrivere al meglio si basa sia su entrambi: ad esempio, quando ho conseguito la laurea in Scienze della formazione a Genova, ho potuto anche avere un’ esperienza diretta in carcere. Luogo in cui ho conosciuto vite e punti di vista che al di fuori non avrei mai potuto comprendere. Alcune di quelle storie di migrazione mi hanno aiutato nella stesura di L’ombra di Lucien, nonostante siano esasperate per lo svolgimento della storia. Quando entri in certi luoghi in cui il tempo e lo spazio sono ristretti e persi in una routine continua e uguale a se stessa, capisci che la mente è messa a dura prova e che non tutti hanno la forza di superare certe avversità nella maniera più civile possibile. Siamo noi a creare i nostri demoni. Per noi intendo tutti, la società, la politica e il nostro fingere continuamente.
Cosa intendi per finzione?
Intendo la maschera che portiamo ogni giorno, anzi le maschere. Cito Pirandello in questo. Nelle sue opere, come Uno, nessuno e centomila o Il fu Mattia Pascal noi siamo uno, ma allo stesso tempo abbiamo mille volti per ogni sede, per ogni persona con cui entriamo in contatto. E questo continuo mascheramento, queste duplicità, anzi molteplicità, ci fanno perdere lucidità nella visione delle cose. Nel libro la maschera è parte integrante della storia. A forza di fingerci quello che non siamo per la cosiddetta correttezza politica, in qualche modo rendiamo tutto finzione. Nella famiglia stessa fingiamo. Stiamo recitando una parte anche tu e io, ora. Tu sei il giornalista ed io l’intervistata. In altri momenti parleremmo e ci comporteremmo differentemente. Non credi?
Certo. Quindi il tema delle maschere è destinato ad avere un particolare peso nel tuo universo creativo?
Sì, nel mio libro e anche negli altri che forse si potranno leggere a breve, la tematica dell’illusione e del mascheramento sono sovrane. Penso che la società sia fatta di questo. È come un grande teatro in cui cambiamo continuamente parte.
Proviamo a toglierti, o a metterti, qualche maschera. Finora ci hai detto che hai fatto l’Università a Genova. Che altro possiamo dire di te?
Possiamo dire che lavoro a supplenza come maestra nelle scuole d’infanzia e primaria e ho lavorato anche al nido. Ho potuto svolgere anche funzioni di sostegno. Tutte esperienze che aiutano nella conoscenza di sé e degli altri. La gestione dell’emozioni, la collaborazione e tante altre attività dirette a tirare fuori le potenzialità dei bambini ma anche di se stessi. Perché la scuola è un campo di insegnamento continuo per tutti. Ognuno ha modi di reagire a certe situazioni differenti e si impara a gestire diversi tipi di problematiche e di progettazione. Insomma, penso che sia un bel trampolino anche per la scrittura. Come un aiuto alla scrittura lo dà la mia gestione della piccola fattoria che detengo ad uso puramente famigliare.
La varietà delle tue esperienze mi incuriosisce: in particolare vorrei chiederti quale influenza hanno sulla tua scrittura di giallista due ambienti così diversi come la scuola, un caleidoscopio di situazioni umane talora assai problematiche, e la campagna, spesso meta di chi aspira a una vita idilliaca lontana dal logorio dei contesti urbani.
La vita idilliaca, ecco sì, tutti hanno questo ideale della vita con gli animali in cui tutto va bene, siamo tutti Heidi. Corriamo lungo i prati e le caprette belano e fanno ciao, io ho quelle, oltre a conigli e avicoli. In realtà per quanto ci siano momenti bellissimi, di relax e di dolcezza. La natura è la prima serial killer, possiamo chiamarla così, della vita. Ho visto cose che mi hanno fatto orrore, fatte da animali verso i loro simili. Vere e proprie stragi, atti di cannibalismo spietato, lotte contro cuccioli fino alla morte degli stessi, per gelosia… e che altro? Non contiamo malattie dolorose, predatori spietati. La natura non è la mamma chioccia, o meglio è anche quella, ma è anche quella che seleziona il debole dal forte, eliminandolo e non trova modi eticamente condivisi per farlo. Oh, io dalla natura prendo tanti spunti. Posso davvero raccontare com’è la vita che si allontana dagli occhi, il velo che appanna l’iride nel momento dell’ultimo battito. Posso descrivere la morte, posso scrivere dell’odore, della sensazione che dà. Tutto grazie alla natura. Puoi dare tutta te stessa per salvaguardare i tuoi animali, ma nulla possiamo contro la natura, a volte bisogna solo chinare la testa e piangerci su. Ci si può arrabbiare quanto si vuole, ma non cambierà il suo volere. Si impara anche questo. L’adattamento al volere della natura. Alla sua crudeltà.
E questo senso della complessità del mondo naturale si intreccia in qualche modo con il tema della maschera di cui parlavamo precedentemente?
Certo, non solo perché sono colei che scrive, colei che legge, sono la maestra, sono l’allevatrice… sono la compagna, la sorella, la figlia e sono quella che cammina per strada senza nome ne volto. Ma anche perché come la natura noi abbiamo due parti, chiamiamole pure il male e il bene, in continuo dissidio tra loro; sta a noi unirle e creare qualcosa di positivo. Perché è il male, la sua energia che se ben giostrata crea i virtuosismi della storia e dell’arte. Dicevano di Paganini che per essere il più virtuoso dei violinisti aveva in qualche modo donato l’anima al Diavolo. La natura è maligna, crea le malattie, i virus e la selezione delle specie. L’uomo può solo aiutarla o provare ad appianare la sua potenza. Ma la natura è anche benigna perché crea tutto ciò che ci circonda con le sue beltà. In fondo tutti hanno delle maschere, la duplicità appartiene non solo all’essere umano ma al mondo. C’è il bianco e il nero, ma se sappiamo mischiarli bene creiamo molteplici variazioni di grigio ed è quello che si fa quando si crea. Lo si fa scrivendo, lo si fa suonando, dipingendo… Io penso che le nostre maschere servano a questo, creare punti di vista sempre nuovi con cui giocare con la natura.
Ho saputo poi che stai preparando una graphic novel basata su L’ombra di Lucien. Come ti è venuta quest’idea?
L’idea è nata perché mi sono resa conto che molti degli scrittori che leggo, tra cui Neil Gaiman e Stephen King, hanno trasposto alcuni loro racconti in graphic novel e sono veramente molto di impatto. Credo siano utili ad avvicinare alle storie che scriviamo anche coloro che non sono amanti della lettura di per sé. Le immagini dopotutto sono parte integrante delle storie che scriviamo, noi le abbiamo in testa ma vederle sul foglio è sicuramente più esplicativa. I giovani di oggi sono molto improntati alle immagini perché vivono di computer e schermi, quindi una graphic novel può attrarli più di pagine e pagine di parole.
Ci sono fumetti o manga a cui ti sei particolarmente ispirata?
Come ispirazione oltre alle graphic già citate, amo molto lo stile grafico di Dylan Dog, ma non sono una lettrice accanita di fumetti. Ho seguito qualche serie manga su vampiri, cacciatori di vampiri e streghe. Insomma mi è sempre piaciuto lo stile dark giapponese. Sono un’amante di Myazaki. Sono cresciuta con gli anime, la maggior parte dei cartoni animati che vedevo da piccola sono a base manga. Uno dei miei preferiti è sempre stato Ranma. Non so se lo conosci, ma è tutto un gioco di identità, chi si trasforma da uomo a donna, chi da uomo a panda… tutto tramite secchiate d’acqua. Il gioco delle identità e dei mascheramenti mi ha sempre affascinato molto. Per il resto sono una cinefila. Adoro vedere film e la base dei miei libri sicuramente parte da Stephen King, poi Kubrick e spazia ad ogni film thriller che mi ha emozionata. Il silenzio degli innocenti lo riguardo ogni volta che posso. Come anche Seven, Nella tela dell’assassino e mille altri.
Un immaginario senza dubbio ricco, su cui ho avuto il piacere di parlare con te in occasione del nostro primo incontro, alla fiera del libro “Lucca città di carta”. So che hai partecipato poi anche all’ultimo Salone internazionale di Torino. Hai un tuo modo di approcciarti al pubblico?
La fiera di Lucca è stata la prima a cui ho partecipato personalmente. Mi sono presentata con indosso la bombetta simbolo fondamentale del mio libro perché penso che i lettori vadano attratti, come in fondo fanno gli chef con i loro piatti. Mio padre e mio fratello sono chef e so bene che un piatto non deve essere solo buono e avere in sé le materie prima ma deve essere bello da vedere. Perché citando Hannibal Lecter: ” noi cominciamo ad amare dagli occhi”. Quindi il libro deve presentarsi con una copertina di spicco. Dei colori accesi che lo fanno elevare al di sopra degli altri e penso che questo il mio libro può vantarsi di averla. E come lui deve presentarsi al meglio anche io lo devo fare. Lo devo a lui. Per vendere bisogna affascinare. Allo stesso modo l’ho fatto al salone del libro di Torino. E devo dire che sicuramente attraevo l’attenzione ed è già tanto per una sconosciuta come me. La curiosità porta a farsi delle domande e col tempo si può scegliere un libro solo perché quella persona era curiosa, chissà come scriverà. Per questo credo nella distribuzione di segnalibri che presentino la copertina e la trama del libro perché non è detto che in quel momento in fiera compreranno il mio libro, ma a casa, mentre si ritrovano tra le mani il segnalibro tra una pagina e l’altra della storia che stanno leggendo, possono sentire la sua voce che li chiama. Per quanto riguarda l’approccio con le persone, ho preferito Lucca perché nel piccolo si può instaurare un dialogo con i lettori che al salone diviene complicato per la moltitudine di gente e di stand. Ma è stato istruttivo ed emozionante. Torino per noi scrittori è una specie di vetta.









