Intervista a Nicola Gaggelli, scrittore di crime toscano

Ringrazio sentitamente il poggibonsese Nicola Gaggelli per la bella intervista che mi ha concesso nell’imminenza dell’uscita del suo primo romanzo di genere crime, Pesto e acciughe.

Nicola Gaggelli

Grazie della disponibilità, e per cominciare, mi piacerebbe capire come è nato il rapporto di Nicola Gaggelli con la scrittura narrativa.

Non è semplice spiegare come un laureato in discipline scientifiche – ho studiato Chimica e Tecnologia Farmaceutiche e conseguito un dottorato in Scienze Chimiche – sia arrivato alla scrittura narrativa e creativa. Eppure, due persone hanno avuto un ruolo decisivo nel mio percorso.

La prima è stata la mia insegnante di lettere al Liceo Scientifico di Colle Val d’Elsa. La sua passione per la letteratura italiana del Novecento e per Dante era travolgente: ogni lezione sembrava un atto d’amore verso i testi. Ci incoraggiava alla lettura critica e alla stesura di brevi recensioni, in un’epoca (fine anni ’70, inizio ’80) in cui questo tipo di esercizio non era affatto scontato. Io avevo un rapporto difficile con l’espressione orale, preferivo scrivere. Un episodio lo racconta meglio di qualsiasi spiegazione: durante un colloquio con i miei genitori, la professoressa disse a mia madre, con la sua consueta franchezza, «Se voglio sapere come la pensa Nicola su un argomento, devo farglielo scrivere». Aveva ragione.

La seconda figura fondamentale è stata mio zio, Marcello Pacciani, storico e scrittore poggibonsese. A lui mi sono ispirato quando ho iniziato a comporre i miei primi racconti, poi raccolti in un libretto stampato e distribuito in proprio. Nulla di memorabile, anzi… Erano ricordi d’infanzia e adolescenza mescolati ai primi tentativi di narrativa di fantasia. Per questi ultimi mi divertivo a osservare le persone incontrate per strada o in autobus e a immaginare storie sulla loro vita. Stampai circa trecento copie, che finirono in pochi mesi. Ci rimisi dei soldi, ma non aveva alcuna importanza.

Con uno di quei racconti partecipai al Premio Nazionale “Scrivere Oltrepensiero”. Arrivai tra i finalisti e il testo venne pubblicato sulla rivista letteraria Prospektiva. Quel riconoscimento fu la spinta decisiva, la conferma che valeva la pena continuare a scrivere.

Hai continuato scrivendo racconti. In che modo è maturata la decisione di affrontare la stesura di un romanzo?

Ho continuato a scrivere racconti e a partecipare a concorsi e antologie, e lo faccio ancora oggi. Accanto alla scrittura, un’altra mia grande passione è la musica. Non so suonare alcuno strumento, ma possiedo una vasta collezione di vinili e CD: dalla musica classica all’heavy metal, dal jazz ai cantautori, con un’adorazione particolare per i Pink Floyd e Fabrizio De André.

Proprio da questa passione è nata l’idea di EllePi – Storie a 33 giri, pubblicato nel 2012 da Enter Edizioni. Si tratta di quattordici racconti, il cui filo conduttore è rappresentato dalle canzoni che li hanno ispirati. In EllePi – Storie a 33 giri le canzoni non sono semplici riferimenti: diventano incipit, si intrecciano ai racconti, ne sottolineano i passaggi o ne chiudono il cerchio.

Due anni dopo è uscita un’altra piccola raccolta – in realtà composta da due soli racconti – dedicata ai ragazzi: Thiago e il record dell’imbattibilità e altre storie, edita da Butterfly. Qui ho vissuto il mio primo scontro con una casa editrice. Io immaginavo un pubblico tra gli 11 e i 14 anni, perché i temi erano la lealtà sportiva da un lato e, nell’altro racconto, dolore, alcolismo e redenzione. L’editore, invece, ha voluto abbassare drasticamente l’età di lettura, inserendo illustrazioni e una copertina realizzate da una disegnatrice. Il risultato non mi rappresentava. Non credo di aver raggiunto le cento copie vendute, comprese quelle acquistate da me.

Successivamente ho scritto un racconto noir per un’antologia. Non venne selezionato, ma i commenti dei giurati furono illuminanti: secondo loro sembrava l’incipit di qualcosa di più ampio. È stato proprio quel giudizio a farmi scattare la scintilla. Da lì è nata l’idea del mio primo romanzo giallo.

Prima di entrare nel merito del tuo romanzo, vorrei che ci illustrasse meglio i tuoi gusti letterari, in particolare del genere crime.

In realtà sono molto ampi, con l’esclusione netta di tre generi: fantasy, fantascienza e horror. Fino ai quarant’anni ho letto un po’ di tutto, con una particolare predilezione per le saghe familiari e la narrativa sulla Shoah. Mi sono anche appassionato alla letteratura sudamericana, soprattutto Isabel Allende e Gabriel García Márquez.

Il mio avvicinamento al giallo, al noir e al thriller è iniziato con un romanzo di Henning Mankell, Il ritorno del maestro di danza. Da lì si è aperto un mondo: ho scoperto il noir scandinavo e sono diventato un lettore assiduo – anzi, direi un vero “divoratore” – dello stesso Mankell, Jo Nesbø, Camilla Läckberg e Stieg Larsson.

Per quanto riguarda gli autori italiani, prediligo Roberto Costantini (in particolare la serie dedicata a Michele Balistreri), Andrea Camilleri, Antonio Manzini – adoro il suo modo di mescolare crime e ironia – e Ilaria Tuti.

Veniamo quindi al romanzo Pesto e acciughe: come lo presenteresti?

Come detto, il romanzo nasce da un racconto che non era stato selezionato per un’antologia. Curiosamente, non l’ho usato come incipit: nel libro è finito quasi alla fine. Pesto e acciughe affonda le sue radici in una mia grande passione, trasmessami da mio padre: l’archeologia. Fin da bambino la libreria di casa era piena di volumi sulle grandi civiltà del passato; da adulto ho continuato ad alimentare questa curiosità, soprattutto verso la civiltà etrusca. Essendo nato e vivendo nella terra dei Rasna (così amavano chiamarsi coloro che erano stati ribattezzati Tirreni dai Greci o Etruschi dai Latini), mi è venuto naturale immaginare una storia in cui le vicende contemporanee si intrecciano con quelle di un popolo che tutti considerano estinto, ma che nelle pagine del romanzo torna a vivere.

Non avendo mai scritto un crime, ho sentito la necessità di documentarmi. Ho approfondito diversi aspetti della criminologia sul manuale di Silvio Ciappi e su Scena del crimine di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. Ho letto anche Chimaira di Valerio Massimo Manfredi e testi sulla scrittura etrusca. È stato un lavoro appassionante: più procedevo nella stesura, più mi divertivo. Scrivevo, cancellavo, riscrivevo, modellavo i personaggi… e ogni passaggio era un piacere autentico.

Spero che lo stesso divertimento arrivi anche ai lettori.

Se il romanzo è un crime legato al mondo etrusco, come si spiega un titolo come Pesto e acciughe?

In realtà avevo pensato a un titolo alternativo, L’ombra dell’etrusco, legato al fatto che l’assassino – uso il neutro per non svelare se è un uomo o una donna – lascia come firma una copia di Ombra della Sera, la celebre statuetta in mostra al Museo Guarnacci di Volterra. Alla fine, però, ha prevalso un titolo che rimanda direttamente al protagonista, il vicequestore di Siena Carlo Insaccanebbia, spezzino di origine. Schivo, insofferente ai riflettori e allergico ai giornalisti, Carlo affida le sue intuizioni migliori a un rito familiare sacro e irrinunciabile: la preparazione del pesto, che per lui è quasi una forma di meditazione.

Non amo definire Pesto e acciughe un giallo gastronomico. Nel romanzo, la preparazione del pesto è per Insaccanebbia un attivatore di neuroni, un catalizzatore di idee e intuizioni. Pesto e acciughe è un piatto tipico della tradizione senese e, fino a qualche anno fa, prima dell’omologazione imposta dal mercato, era facile trovarlo nelle vecchie bettole del centro storico. Ma il pesto usato per le acciughe era di prezzemolo, non di basilico.

A controbilanciare il vicequestore, c’è il maggiore dei Carabinieri Vincenzo Stano. Vive immerso ogni giorno nel lato più oscuro dell’animo umano, ha risolto casi complessi e ha visto ciò che molti non reggerebbero. Razionale e metodico, è l’opposto perfetto di Carlo. I due sono stati compagni di classe al liceo, poi si sono persi di vista dopo la maturità. Si ritrovano a una rimpatriata e dovranno recuperare l’affiatamento di un tempo per fermare la mano assassina.

In realtà, questa non è la prima apparizione di Carlo Insaccanebbia: era già stato protagonista del racconto Il ladro di pannolini in EllePi – Storie a 33 giri. Allora era commissario di Poggibonsi e il pesto non faceva ancora parte del suo mondo. È stata un’intuizione arrivata in seguito, e ha finito per definirlo.

Il tuo romanzo è ambientato in Toscana: in quali luoghi precisamente, e cosa ha orientato le tue scelte?

Sono profondamente legato alla mia terra d’origine, e per questo non ho mai davvero contemplato un’ambientazione diversa per il mio romanzo. La storia si radica nella Valdelsa e a Siena, ma si apre anche verso Firenze, Livorno, Volterra – l’antica Velathri etrusca – e verso due perle del Tirreno, anch’esse abitate in epoca remota dagli Etruschi: Baratti e Castiglioncello. Quest’ultima, che considero il mio buen retiro, meritava un omaggio speciale, e ho scelto di farle accogliere la parte conclusiva del racconto.

Mi sono concesso ampie libertà narrative nella descrizione di alcune necropoli etrusche, adattandole alle esigenze della trama e all’atmosfera che desideravo evocare.

Il mare di Castiglioncello al tramonto

Come nelle tue opere precedenti, anche nel romanzo non mancano riferimenti a brani musicali. Che ruolo gli attribuisci?

In realtà non ho inserito molte citazioni musicali nel romanzo: soltanto due brani hanno un ruolo significativo nella narrazione. Shine On You Crazy Diamond dei Pink Floyd, che rispecchia il mondo interiore e la complessità psicologica dell’assassino, e Non torneranno più dei Negrita, legata invece al vicequestore Insaccanebbia e al ricordo del suo migliore amico, tragicamente scomparso in un incidente stradale.

La scelta della canzone dei Negrita è un anacronismo deliberato: il brano è stato pubblicato nel 2018, mentre la vicenda del romanzo si svolge nel 2012. Ho voluto comunque inserirlo perché la sua atmosfera emotiva, il suo modo di parlare di assenze e di ferite che non si rimarginano, era perfettamente in sintonia con ciò che volevo evocare nel personaggio.

Vorrei poi chiederti come è riuscito un poggibonsese a incontrare un editore friulano come Morganti.

Avevo iniziato a scandagliare il web alla ricerca di un editore NO EAP, o comunque di una realtà che non pretendesse l’acquisto di un numero spropositato di copie. C’ero già passato e sapevo bene che gli editori a pagamento non hanno alcun reale interesse a promuovere un libro: il loro guadagno lo ottengono prima ancora che il volume veda la luce.

Questa volta volevo altro. Cercavo un editore che credesse davvero in ciò che avevo scritto, che decidesse di pubblicare il mio romanzo perché lo riteneva valido, non perché ero disposto a pagare.

Fu così che mi imbattei in Morganti Editori. Il loro catalogo, diviso tra narrativa e gastronomia, mi colpì subito. Notai la collana di narrativa gialla (Giallo Morganti) e quella delle antologie giallo-culinarie (Cattivi Golosi). In più ripubblicavano autori come Chesterton, il creatore di Padre Brown, e Carlo Sgorlon, che avevo letto molti anni fa. Decisi di tentare.

Il giorno dopo l’invio del manoscritto – era il 1° novembre 2023 – ricevetti una telefonata sul cellulare. L’uomo dall’altra parte si presentò come Paolo Morganti, l’editore. Mi disse di aver letto il prologo e di averlo trovato interessante. Per un attimo pensai a uno scherzo, ma non avevo detto a nessuno, neppure ai miei familiari, di aver inviato il manoscritto a una casa editrice.

A marzo 2024 firmai il contratto di edizione. Morganti mi propose anche di partecipare a un’antologia di racconti, Pizzakiller, per la collana Cattivi Golosi, che uscirà prossimamente.

Da Morganti Editori ho imparato molto. Sotto la loro guida ho collaborato all’editing e alla revisione del romanzo, scoprendo quanto possa essere prezioso un confronto editoriale autentico, fondato sulla fiducia e sulla cura del testo.

Pesto e acciughe rimarrà figlio unico?

Non è affatto mia intenzione fermarmi a Pesto e acciughe. Anzi, un secondo romanzo con lo stesso investigatore è già in lavorazione. Carlo Insaccanebbia non è un personaggio “usa e getta”: ha ancora molto da raccontare, e io con lui.

In questa nuova storia il maggiore Stano rimane sullo sfondo, con un ruolo più marginale. Cambia invece il magistrato: Chiara Lorenzini lascia il posto a un collega uomo. Un cambio che può modificare radicalmente i rapporti di potere e il tono delle indagini. Resta invece Lapo Badalamenti, il questore dal cognome da mafioso – così lo hanno soprannominato i suoi detrattori – e il rapporto con Insaccanebbia si fa ancora più teso, più spigoloso.

Il romanzo affonda le sue radici in un capitolo oscuro della nostra storia recente: il fascismo vissuto nelle piccole città della Toscana e ciò che Giampaolo Pansa ha definito “il sangue dei vinti”. Ho letto quasi tutto ciò che Pansa ha scritto, e il suo sguardo sulle ferite mai del tutto rimarginate del Novecento italiano ha influenzato profondamente l’impianto tematico di questa nuova indagine.

Nicola Gaggelli e….

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