La lunga ombra del mistero in “Chimaira” di Manfredi

Con grande piacere accogliamo la collaborazione al sito di LUISA ZAMBON, docente di Italiano, Latino e Storia al Liceo “S. G. Bosco” di Colle di Val d’Elsa. Esordisce con la recensione di un romanzo di Valerio Massimo Manfredi in cui gli aspetti polizieschi sono intimamente legati a quelli storici e culturali di una delle più suggestive cittadine della nostra Toscana.

Luisa Zambon

Archeologìa s. f. [dal gr. ἀρχαιολογία comp. di ἀρχαῖος «antico» e -λογία «-logia»]. – Studio e conoscenza dell’antichità in genere. Più in particolare, la scienza dell’antichità che mira alla ricostruzione delle civiltà antiche attraverso lo scavo e lo studio della varia documentazione monumentale, dei prodotti artistici e delle iscrizioni.”

Così si trova scritto e spiegato al termine archeologia su Treccani (versione online).

E quindi con facile riscontro nella realtà immaginiamo, anzi, vediamo, schiere di più o meno giovani appassionati del passato remoto destreggiarsi tra ricerche in biblioteca, scavi in loco, possibilmente in siti nascosti dal tempo e dall’oblio, alla ricerca della scoperta sensazionale o, al minimo, inaspettata.

Troppo facile dedurre che ogni archeologo e archeologa abbia le fattezze di Indiana Jones o di Lara Croft. Può chiamarsi semplicemente Fabrizio Castellani, non avere caratteristiche particolari, essere stato lasciato dalla sua ragazza da poco e nutrire la speranza di “vincere un posto da ricercatore all’Università di Siena” (p. 7).

Un giovane normalissimo, che si presenta con una certa apprensione dal Soprintendente regionale Nicola Balestra per ottenere il permesso di condurre ricerche approfondite su “un pezzo di grande valore” conservato nel Museo della città, dove potrà trattenersi anche oltre l’orario di chiusura.

Siamo a Volterra, l’antica etrusca Velàthri. Cittadina tranquilla, adagiata su un colle da cui domina la Val d’Era e la Val di Cecina, conserva ben visibili le tracce del suo passato, quello più recente medievale e mediceo, quello più lontano etrusco e romano. Ma è senza dubbio l’antica presenza etrusca ad affascinare il nostro giovane archeologo, impegnato nell’osservazione attenta e meticolosa del più famoso reperto simbolo della cittadina stessa: l’Ombra della sera, la statuetta in bronzo risalente al III sec. a.C., alta poco meno di 60 cm.: “Era l’immagine acerba ed esile di un bambino triste dal corpo gracile, esageratamente allungato, dal volto minuto e dallo sguardo malinconico in cui pure sopravviveva un’ombra di naturale spensieratezza, troncata anzitempo dalla morte” (pp. 15-16).

Chimaira, Mondadori, 2001

Tutti più o meno hanno visto, o dal vivo o in foto, la statuetta e, a parte la malinconia con cui sembra presentarsi al giovane studioso, quale mai nuovo particolare può rivelare un’ulteriore indagine su di essa? Eppure qualcosa trascurato da altri agli occhi di Castellani appare: una sorta di ferita sul fianco destro. Senonché la concentrazione dell’archeologo è turbata da una telefonata in cui gli si intima di lasciare in pace il fanciullo (!), a cui segue, poco dopo, “un verso ferino acuto e prolungato, un urlo feroce di sfida e di dolore, l’ululato di un lupo nella notte di Volterra” (p. 17).

Siamo solo alle prime pagine del romanzo di Manfredi e già l’atmosfera si incupisce, promette sviluppi interessanti e inquietanti, ci immerge in un presente (anche se il romanzo risale al 2001) su cui si allungano le ombre di un tempo lontanissimo, gli echi di un evento non ancora compiuto del tutto.

Valerio Massimo Manfredi

Il protagonista si troverà, suo malgrado, ad esercitare le sue doti osservative anche fuori dell’ambito strettamente archeologico, sarà costretto a collaborare col tenente dei Carabinieri Marcello Reggiani per indagare sulle morti in apparenza inspiegabili di alcuni personaggi, i cui cadaveri rivelano una ferocia inaudita e bestiale, veri e propri massacri, da parte di chi li ha uccisi. Attraverso gli occhi di Castellani conosciamo tombaroli e furti d’arte su commissione, necropoli nascoste, tavole di bronzo con iscrizioni misteriose intrise di maledizioni, casolari di campagna che non sono quel che sembrano: “Entrò e si trovò in una specie di camerone con un pavimento malconcio di cotto e pareti intonacate adorne di improbabili affreschi di ispirazione etrusca. Una ancor meno probabile danzatrice in panni simil-etruschi ondeggiava al suono della musichetta New Age …” (p. 116).

Il teatro della vicenda, ripetiamo, è una delle cittadine toscane più conosciute al mondo, uno dei luoghi più suggestivi in cui si “leggono” gli anni, i secoli, i millenni in una stratificazione di epoche diverse che ha affascinato non solo gli studiosi e gli archeologi. Ricordiamo che Volterra è stata scelta come location di sceneggiati Tv e film (Ritratto di donna velata, 1975; New Moon, parte della saga The Twilight, 2009, per citarne alcuni), di ambientazione per i romanzi di Cassola e d’Annunzio (La ragazza di Bube, Fausto e Anna, Forse che sì forse che no); compare in una canzone di Lucio Dalla, La bambina (1973): attraverso lo sguardo e l’innocenza di una bambina, il cantautore richiama la battaglia di Volterra del luglio 1944, combattuta tra gli americani della Quinta Armata e le retroguardie tedesche.

Uno scorcio di Volterra

Valerio Massimo Manfredi è solo l’ultimo di una serie di artisti che ha voluto “omaggiare” Volterra rendendola coprotagonista dei personaggi, non solo spazio funzionale della narrazione. E grazie al suo romanzo possiamo passeggiare per le antiche strade e, forse, chissà, avere la fortuna di Castellani e scoprire un altro tassello del passato: “… un meraviglioso affresco sulla parete che gli stava di fronte con una scena di banchetto, danzatori e suonatrici di flauto avvolte in vesti leggere. … Si volse intorno e vide da un lato un grande sarcofago con le immagini di due sposi coricati … e contemplò muto di stupore quei volti senza tempo, la fissità dei loro sorrisi enigmatici” (p. 239).

Eppure quei sorrisi senza tempo nascondono un segreto agghiacciante come il rantolo feroce di una chimera.

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Dalla scuola alla scrittura: biografia letteraria di Daniela Mancini

Daniela Mancini

Ha sempre avuto passione per la scrittura, il teatro e la storia dell’arte. All’inizio di carriera lavora come documentalista all’Opificio delle pietre dure a Firenze, dove cataloga gli antichi disegni preparatori degli intarsi che i maestri artigiani eseguivano con le pietre preziose su mobili e tavoli. Erano custoditi in un vecchio cassone nell’ex refettorio all’ultimo piano dell’edificio, la ricerca era di grande soddisfazione, ma le mancava il rapporto umano con gli studenti e a seguito di concorsi è passata nella scuola.

Da insegnante, alla Scuola Media di Cerreto, insieme con gli alunni, riduce in testi teatrali, che poi venivano recitati da loro stessi, fatti storici per meglio farli comprendere, ad es. “Il Medioevo visto da Dante e Carducci”, “Il congresso di Vienna”, “Nelle trincee della prima guerra mondialeecc. Ancora oggi incontra gli ex alunni che si ricordano con piacere le loro interpretazioni. Organizza per le sue classi viaggi su tematiche artistiche, ad es. “Giotto ad Assisi e a Padova, le “Cattedrali romaniche e gotiche”, “Mosaici e affreschi precursori dell’inferno dantesco, ecc. Ricorda che un alunno, al ritorno da Orvieto, scendendo dal bus, ha commentato entusiasta alla madre: “Tutto bello, tutto grande”. Dopo molti anni gli studenti che rincontra rievocano con entusiasmo quelle vere gite d’istruzione.

Intraprende la lunga carriera di preside nel 1996 all’IPCT Tarantelli di Sant’Elpidio, nelle Marche, poi continuata all’IIS Checchi di Fucecchio e conclusa all’IIS Ferraris-Brunelleschi di Empoli e in contemporanea dal 2009 è stata reggente all’IC di Lamporecchio, all’IPIA Pacinotti di Pontedera e di nuovo al Checchi, all’IC di Vinci, e infine alla DD di Rosignano M.mo.

Dirigendo istituti tecnici e professionali ha inteso aprire gli studenti del Ferraris-Brunelleschi a esperienze internazionali e dà vita al progetto: “Il lavoro italiano nel mondo”. Accompagna alcuni alunni delle ultime classi nelle ambasciate italiane all’estero, dove ambasciatori, consoli o funzionari, spiegano loro le attività italiane presenti, e come fare per studiare, ottenere borse di studio o lavorare in quegli Stati. Le prime mete sono state: la Tunisia, l’Egitto, il Marocco e poi New York, Russia, Dubay, Canada, Sudafrica, California ecc. ecc. Uno di quei partecipanti, incrociato per caso dopo qualche anno le ha detto: “Frequento Architettura, se non troverò lavoro in Italia andrò a Abu Dhabi”.

Al consolato italiano in Sudafrica

Avendo acquisito esperienza di tutti gli ordini di scuola, si è occupata della formazione di docenti e colleghi dirigenti scolastici. Ha ideato due sceneggiature: La Malaskuola e Resistenze su cui il regista Leonardo Moggi ha girato due cortometraggi. In forma umoristica rende evidenti pregiudizi e metodi obsoleti nell’insegnamento. Per par condicio anche i comportamenti del dirigente sono presi in esame. Gli attori interpreti sono stati alcuni collaboratori scolastici, impiegati e docenti del Ferraris- Brunelleschi, spesso con ruoli invertiti.

Nel 2018 pubblica il saggio sulla scuola: La campanella suona sempre due volte.(Premio Letterario Nabokovper la Saggistica) che raccoglie le esperienze di formazione. A oggi ha continuato a tenere i corsi nelle scuole superiori.

Il romanzo: La tua storia nella mia esce nel 2016. È un excursus, in forma autobiografica sui cambiamenti sociali nei nostri paesi dalla fine della mezzadria agli anni Novanta. Primo classificato insieme al romanzo di formazione: Per distrazione al “Premio Letterario Internazionale Sissa (PR)2017”. Questo ha inoltre conseguito premi al “XX Premio Letterario Firenze Capitale D’Europa 2017” e nel “Concorso Letterario Internazionale Città di Pontremoli 2018”.

Per distrazione ha per protagonisti due giovani nel loro percorso di crescita tra le contraddizioni del mondo moderno, dai social alle difficoltà di trovare un lavoro qualificato, dall’apertura dell’Erasmus ai legami familiari. È ambientato a San Zanobi, una cittadina immaginaria della Toscana. Tale collocazione è ripresa nei romanzi gialli.

Per il teatro nell’ambito del progetto “Montalbano Letterario” ha scritto le commedie comiche: L’improbabile incontro tra Giovan Santi Saccenti e Renato Fucini 2021; Festa a sorpresa in onore di Isabella De’ Medici 2022; Emma Perodi e i briganti di Cerreto 2023; Omaggio a Isabella De’ Medici e alla sua corte 2024. L’ultima commedia, nel 2025 è In giro ascoltando voci celebri del territorio. Insieme alla parte di invenzione vengono letti degli estratti dalle opere di letterati originari dei nostri territori. Queste commedie sono messe in scena con la sua regia dall’associazione “La Maschera” di Cerreto Guidi.

A ottobre del 2021 è uscito il poliziesco L’Ombra della sera Ed. Polistampa.

Il romanzo Concavo o convesso è il secondo della trilogia che ha per protagonisti la commissaria Irene Gando e l’ispettore Carlo Lamanna. Da inedito ha vinto il primo premio per la migliore protagonista femminile al “Giallo Festival Bologna 2024”. È pubblicato dall’editore Pacini a febbraio 2026.

In parallelo alle varie attività ha mantenuto la passione per le tradizioni popolari. Ha ottenuto ilPremio Domenico Rea” Empoli 2017” per il racconto.

Dal 2021 è Presidente del Centro di Documentazione Tradizioni Popolari Empolese Valdelsa.

Una delle molte attività culturali organizzate dalla scrittrice

Svolge il suo impegno verso la comunità come consigliere comunale dal 2019 al Comune di Cerreto Guidi, carica rinnovata nel 2024.

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Intervista con Daniela Mancini: tra Giallo e Società

Daniela Mancini, saggista e scrittrice versatile, ha da poco pubblicato presso Pacini Editore il suo secondo romanzo poliziesco, “Concavo o convesso”. La ringraziamo cordialmente per questa intervista, in cui tocca vari aspetti del suo universo creativo.

Daniela Mancini

D. La prima domanda è d’obbligo: come sei approdata alla scrittura?

R. Ho sempre scritto, da insegnante scrivevo piccole pièce teatrali, insieme agli alunni, per illustrare fatti storici, ad es. “Il congresso di Vienna”, “Nelle trincee della prima guerra mondiale”, “Il Medioevo di Dante e di Carducci”. Ho iniziato a pubblicare però solo molto più tardi e con generi diversi.

Copertine dei primi romanzi e di antologie di racconti di Daniela Mancini


D. Nella tua produzione letteraria e saggistica c’è una grande attenzione alle vicende del territorio in cui vivi. Quale rapporto senti di avere con la tua terra?

R. Ho uno stretto rapporto con la realtà sociale, scolastica e culturale dell’Empolese Valdelsa. Non saprei immaginarmi altrove.

Daniela Mancini riceve il Premio città di Pontremoli 2018 per il romanzo “PER DISTRAZIONE”


D. Nei tuoi romanzi, anche polizieschi, trovano moto spazio i dialoghi tra i personaggi. Cosa puoi dirci della tua vena teatrale?

R. Scelgo il dialogo perché permette al lettore di “vedere” la scena e dunque una comprensione immediata.

Daniela Mancini presenta il romanzo PER DISTRAZIONE alla mostra del libro di Torino nel 2018

D. Da qualche anno hai iniziato a scrivere romanzi polizieschi. Cosa ti ha spinto a farlo?

R: Il giallo mi consente di parlare delle persone, dei loro pregiudizi, delle loro attese e delusioni, senza ripetermi.  

La scrittrice consegna le sue opere ai funzionari responsabili della diffusione della cultura italiana negli Usa presso l’ambasciata italiana a Washington nel 2018


D. Nell’ambito del genere poliziesco vi sono ormai molti autori toscani, che ambientano nella nostra regione le loro storie. Ti capita di confrontarti con queste opere?

R. Ogni scrittore ha le proprie specificità e sensibilità e perciò ognuno è diverso dall’altro.

Copertina di L’OMBRA DELLA SERA, primo romanzo giallo, pubblicato nel 2021

D. Venendo ai romanzi polizieschi, comincerei a chiederti come sei arrivata a dare loro il titolo, sul significato dei quali il lettore conserva la curiosità fino quasi alla conclusione della storia?

R. Il titolo fa riferimento al testo, nel caso di CONCAVO O CONVESSO vuol significare che non c’è un solo punto con cui inquadrare la verità, come la superficie di una sfera appare concava da dentro e convessa da fuori.

Presentazione del romanzo L’OMBRA DELLA SERA alla Villa Medicea di Cerreto nel 2021

D. Nelle descrizioni degli ambienti, soprattutto urbani, non manca mai il riferimento al livello sociale dei loro abitanti. Da cosa nasce questa tua scelta artistica?

R. Descrivo gli ambienti che conosco meglio di cui posso individuare le varie dinamiche. Dovendo attribuire i miei polizieschi a una tipologia la definirei quella del Giallo sociale.

Copertina del romanzo CONCAVO O CONVESSO, pubblicato presso Pacini Editore nel febbraio 2026. L’immagine è tratta dal dipinto di Ugo Levita dal titolo “Attendimi”

D. Mi ha sorpreso favorevolmente il rigore scientifico con cui nel primo romanzo descrivi le attività e i riscontri dell’anatomopatologo, mentre nel nuovo romanzo spicca la competenza sul mondo digitale e sull’intelligenza artificiale. Come sei arrivata a questa felice resa letteraria?

R. Ho studiato molto, ho consultato esperti del settore. Ritengo che chi scrive gialli contemporanei non può prescindere da queste conoscenze che intendo però presentare di facile comprensione per il lettore.

D. Vorrei poi chiederti come hai costruito i componenti della squadra investigativa, ai quali hai dedicato un’approfondita analisi psicologica nel primo romanzo, cui ha fatto seguito una forte caratterizzazione linguistica nel secondo.

R. Ho inteso costruire una squadra investigativa verosimile in cui gli agenti, provenienti da varie regioni d’Italia, siano individuati facilmente dal lettore.

D. E la gattina Juve, inquilina della Questura che potrebbe ricordare anche il gatto Palla della squadra di Adamsberg della Vargas, è spia di una fede calcistica?

R. Per la micetta non ci sono riferimenti letterari, il nome mi è sembrato adatto perché gli agenti, per lo più non toscani, è presumibile che siano tifosi bianco-neri. Io resto devota alla Fiorentina…

D. A condurre le indagini è una coppia di investigatori, un uomo e una donna. Comincerei dall’ispettore Lamanna, il cui cognome ricorda quello dell’autore di un vecchio e rinomato manuale di filosofia. Il digital divide, accentuato dall’intelligenza artificiale, è per lui un cruccio, ma il personaggio per il resto è davvero ricco di sfaccettature. A chi ti sei ispirata?

R. Per il nome dell’ispettore non mi sono ispirata a nessun personaggio storico o letterario, ho scelto il nome Lamanna perché conoscevo un Lamanna, arrivato a Lazzeretto dalla Sicilia tanti anni fa, che si era integrato benissimo e da tutti è stato riconosciuto persona di grande valore umano.

D. Prima inter pares è senza dubbio Irene Gando, la giovane commissaria piemontese assegnata suo malgrado alla Questura di San Zanobi. Potresti schizzarne un sintetico profilo e dirci se per caso in lei c’è qualcosa dell’autrice?

R. Irene è una giovane commissaria arrovellata da sensi di colpa che le hanno impedito a lungo di stringere legami di amicizia fuori e dentro il commissariato. Ritiene che solo buttandosi nel lavoro potrà placarli. In molti dei protagonisti c’è qualcosa di me, di ciò che ero, di quello che sono diventata, di quello che mi immagino di essere in futuro.

D. Il lettore noterà che le principali figure femminili, dalla stessa Gando alla Signori, da Elisa a “Bona”, per un motivo o per un altro sono sentimentalmente inappagate. C’è una ragione specifica per questa loro condizione.

R. Parafrasando Tolstoj direi che se tutte le donne felici sono simili quelle infelici sono infelici ognuna a modo suo.

D. Nel nuovo romanzo compaiono alcuni adolescenti, studenti certo non modello ma straordinariamente preparati nell’uso degli ultimi ritrovati tecnologici. Dato che la scuola ha avuto una grande importanza nella tua vita, proprio partendo da queste caratterizzazioni ti chiederei di concludere questa chiacchierata dandoci un parere sull’attuale situazione dei giovani impegnati nei processi formativi.

R. I giovani si sentono soli, credo che la scuola debba innanzitutto ascoltarli e aiutarli a ristabilire relazioni sane. Per loro vale oggi l’assioma “Nessuno si salva da solo”. Noi adulti dobbiamo vedere in loro le potenzialità positive che non dubito ognuno possiede.

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Intervista a Giovanna Maccari, Premio Garfagnana in Giallo 2024

Giovanna Maccari vive a Bologna e vi ambienta le sue storie poliziesche. Ma il fatto di avere vinto il più importante Premio letterario toscano di genere – il Garfagnana in Giallo 2024 per i romanzi inediti -, di averlo poi con un Editore toscano – Tralerighe di Lucca -, di poter vantare un cognome che in Toscana evoca importanti esperienze artistiche, e da ultimo di averci onorato di una serie di presentazioni della sua opera nel nostro territorio, l’ha resa una delle “signore in giallo” da conoscere meglio tramite un’intervista.

Giovanna Maccari

Hai l’onore di essere la prima scrittrice che viene intervistata su questo sito. Mi sembra doveroso quindi chiederti quando hai iniziato a scrivere.

G. M. Ho iniziato a scrivere da che me lo hanno insegnato. Sono stata una bambina sensibile, riflessiva e un pò ribelle, il che mi ha spesso reso come una voce fuori dal coro. Così, oltre a giocare con i coetanei e a praticare sport, già dalle elementari sentivo l’esigenza di esprimermi in un luogo protetto come la scrittura. Quindi intanto un rifugio. Ho iniziato a tenere un diario e a buttare giù le prime poesie che amavo anche leggere a partire da quelle di Alda Merini per poi approdare, più tardi, alla scapigliatura francese con i tutti i suoi poeti maledetti primo fra tutti Charles Baudelaire.Ad affidare le confidenze su di me a un taccuino che, come un vero amico, accoglieva in silenzio e senza giudicare tutto ciò che mi passava per la mente in quel momento alternandolo allo scambio di lettere con gli amici più cari che rivedevo ogni estate, continuando per tutta l’adolescenza fino agli anni dell’Università. Con la mia nonna materna, invece, ci siamo scritte fino alla fine dei suoi giorni, anche solo biglietti in cui scambiavamo auguri di ogni genere soprattutto al di fuori delle feste comandate. Era il modo che avevamo di fare sentire all’una la presenza dell’altra. Mi sono dunque iscritta a Giurisprudenza a Bologna, città che, dal Veneto, non ho più lasciato, con l’intenzione di diventare magistrato e come alternativa alla facoltà di Lettere che sembrava dare meno sbocchi ma restava il sogno proibito. Avevo un fidanzato all’epoca che come me aveva fatto la stessa identica scelta e così, da “giuristi per caso”, continuavamo a parlare e condividere la bellezza della letteratura. Laureata in corso nel 1999 sarò breve nel dire che dall’ambito giuridico a quello delle risorse umane, i ruoli ricoperti erano un bilanciamento perfetto di attività scrittura e attività di relazione.

Nella tua biografia si legge però che un ruolo importante lo ha giocato anche la partecipazione a un corso di scrittura creativa tenuto da un autore di notevole spessore.

G. M. Esatto, nel 2011, dopo la stabilizzazione e i primi traguardi importanti, entro di nuovo in crisi: alcune collaborazioni si chiudono e si riaffaccia in me, prepotente, la tentazione di mettere su carta qualcosa ma questa volta al solo scopo di divertirmi e divertire, con una bella storia, chi legge. Così frequento un corso di scrittura creativa tenuta dall’autore Gianluca Morozzi (di padre toscano e divenuto poi il mio editor di fiducia e prima ispirazione noir con “Black out” e “Cicatrici”) per giocare un po’ ma intanto si riaccende la fantasia e il coraggio di intessere i primi racconti rosa che pubblico qualche anno dopo su riviste femminili a tiratura nazionale.

Giovanna dopo la vittoria di un Premio per racconti

Questo battesimo, insieme alla scrittura di un monologo per un laboratorio teatrale, daranno vita alla stesura del mio primo romanzo “Baci sparsi” un epistolare ambientato a Parigi negli anni ’50 e pubblicato nel 2018. Vi si narra la storia di una giovane donna realizzata e in procinto di sposarsi che rimette in discussione la sua vita al rientro del suo migliore amico dalla Cina.

E questo è stato per certi versi il tuo trampolino di lancio.

G. M. Proprio così, le presentazioni un pò in tutta Italia e la pubblicazione di altri racconti, spaziando tra i generi fantascienza, noir o tributi all’Emilia Romagna o al cinema e pubblicati su antologie con autori vari mi hanno fatto approdare alla stesura, lunga e sofferta, di C-rush..

Questo romanzo ha trionfato al Garfagnana in Giallo 2024 come migliore inedito per uscire poi per i tipi di Tralerighe Editore di Lucca nel maggio 2025 al Salone del libro di Torino. Per la stesura, oltre ai consueti fatti di cronaca e personali a farmi da guida, ho spaziato in tutto il genere noir italiano a partire dall’immenso Giorgio Scerbanenco passando da Manzini a Genisi per poi approdare definitivamente a Carlotto e Carofiglio, mie attuali ed esclusive fonti di ispirazione.

Puoi anticipare qualcosa sulle opere a cui sta lavorando attualmente?

G. M. Già pronto il seguito come parte della saga noir ambientata tra Bologna e altre città d’Italia, è in stesura il terzo romanzo. E se per me scrivere è un enorme parco giochi in cui far correre la fantasia e la possibilità di esprimermi cambiando giostra a seconda del genere di cui voglio trattare per smontare e risalirci sopra quando mi è tornata voglia. Il noir è, insieme, denuncia di fatti rilevanti a livello sociale (precariato, disabilità, sanità, fecondazione assistita) e della cui cronaca il giornalismo non si occupa (quasi) più e introspezione dei personaggi, specie di quelli degli investigatori della Secret, agenzia bolognese nelle cui dinamiche dell’animo umano potersi ritrovare e riconoscere. Una sorta di famiglia nata per caso e con a capo Cavina, ex collaboratore dei pool antimafia, ma anche Veneranda Giusti e Matteo detto Ilminchia per via di una goffaggine di fondo a cui solo il tempo renderà giustizia. Dinamiche dell’animo umano in cui ciascun di noi può specchiarsi: trovare la propria strada un po’ alla volta, desiderare una ricompensa (che non arriva mai) per l’impegno profuso, trovare conforto negli affetti sinceri, cadere e rialzarsi mille volte, anche quando si è stanchi e disillusi. Il noir è questo, una dimensione buia dalle cui fessure intravedere la luce. O forse molto di più. Condividerne gli aspetti con lettori voraci e curiosi è ciò che per me completa il cerchio.

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L’enigma Boccaccio: un noir che collega Storia e Modernità

L’enigma Boccaccio è una delle ultime opere di Lucia Ferrigno, versatile scrittrice campana dedita in particolare a romanzi noir, che ha tratto ispirazione per questa fatica letteraria proprio da una visita a Certaldo per la presentazione di un suo libro.

Due piani narrativi, quello della Toscana dei giorni nostri, in particolare Certaldo e Firenze, e quello della vita di Boccaccio, seguendolo nei diversi luoghi da lui frequentati, si alternano sapientemente nella trama. Con abilità narrativa la scrittrice immerge Boccaccio e il lettore nei molteplici aspetti dell’universo tardo medievale, andando a recuperare anche quella vena millenaristica che trova nelle profezie di Gioacchino da Fiore un culmine ineludibile. Come nelle opere dei maestri del giallo-noir storico, a partire da Umberto Eco in “Il nome della Rosa”, personaggi storici reali si alternano a figure di pura fantasia, con ricchezza di fonti documentarie e significative citazioni a intessere la trama. Semmai, mentre quelle che nello scrittore alessandrino erano possibili metafore del nostro presente – poniamo i dolciniani come correlativo oggettivo dei terroristi degli anni di piombo – , nel testo della Ferrigno grazie all’indefinita profondità temporale della visione profetica molti temi trattati ricollegano direttamente i due periodi storici.

Ad esempio la peste nera del 1346-1353 che tanti riflessi ha avuto sulla genesi e su importanti brani del “Decameron”, richiama inevitabilmente lo shock prodotto di recente dal Covid; e poi le crisi finanziarie che, per l’insolvenza dei Re, travolgono le Compagnie bancarie dei Bardi e dei Peruzzi, trovano non senza ragione riscontro nell’incertezza del mercato globale, esposto a investimenti tanto ingenti quanto incontrollabili. E infine l’affermarsi di un regime autocratico e illiberale, che malauguratamente oggi in molti paventano sia alle porte, trova nel modello assolutistico nella setta dei “Leviatani” di hobbesiana memoria i terribili fautori.

Ma quelli suddetti sono semplici spunti: conviene infatti lasciare al lettore del romanzo il compito di scoprire, insieme ai giornalisti e ai poliziotti dei nostri giorni impegnati nell’indagine, a cosa alludesse realmente la prophetia nascosta nelle pergamene di Giovanni Boccaccio.

Boccaccio in un dipinto di Andrea del Castagno

A renderlo partecipe di questo enigmatico vaticinio, che il Certaldese custodirà con ogni cura, è l’amata Fiammetta. Nel romanzo questa figura viene fatta coincidere senza alcun dubbio con Maria d’Aquino, figlia naturale di Roberto d’Angiò, la quale avrebbe aperto al giovane scrittore le porte della corte napoletana permettendogli anche di conoscere alcuni membri di quel cenacolo intellettuale che la frequentavano.

Fiammetta, enigma essa stessa, per molti versi emblema di quel potentissimo e vitalissimo mistero che chiamiamo Amore, è in realtà il motivo che percorre il romanzo come già gran parte dell’opera di Boccaccio, dando un senso ai moti d’animo dello scrittore, ai suoi slanci e alle cocenti delusioni, alle diverse creazioni artistiche, alla parabola letteraria e agli stessi spostamenti da un luogo all’altro. Anche l’ultimo viaggio fatto dal Certaldese a Napoli nel 1371 diventa nel romanzo l’occasione per visitare la tomba di Roberto d’Angiò nella chiesa di Santa Chiara e insieme per ricordare i fremiti giovanili e la passione per Fiammetta, inquadrati ora nella prospettiva religiosa di una pace oltremondana.

La vicenda contemporanea di questo intrigante romanzo, con il suo delitto e i suoi colpi di scena, si snoda prevalentemente nel borgo valdelsano di Certaldo, ora nelle campagne limitrofe o in un’immaginaria redazione del “Corriere di Certaldo” nella sua parte bassa, ora nelle ombrose stanze di casa Boccaccio o dell’ex convento degli Agostiniani nella parte alta.

La città partenopea fa invece la parte del leone nello sviluppo del periodo medievale, a sua volta segnato da ben due omicidi; ma, oltre alla corte angioina, agli intrighi, ai monumenti e alla vita quotidiana che si svolgeva nella città all’epoca, Lucia Ferrigno non manca di descrivere in maniera vivida e spesso lirica la meravigliosa cornice del golfo di Napoli in cui sboccia l’amore tra il giovane Boccaccio e la bella Fiammetta.

Sul piano stilistico, l’andamento narrativo nel romanzo si alterna, a tratti fin quasi a fondersi, con quello saggistico. In omaggio alla raffinatezza stilistica di Boccaccio, dal cui scrittoio si immagina sia uscita l’enigmatica pergamena al centro della vicenda, la Ferrigno non esita a disseminare locuzioni latine e chiede ai suoi personaggi un eloquio molto controllato, a tratti quasi forbito. E, forse in omaggio al succitato romanzo di Umberto Eco, mette all’inizio di ogni capitolo un breve sunto degli avvenimenti che in esso si svolgeranno.

Lucia Ferrigno
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