Vincent Ollivier: un giallo ad alta tensione

Ad arricchire la sezione dedicata alle opere ancora non tradotte nella nostra lingua, stavolta SCRITTE IN FRANCESE, viene il prezioso apporto di BARBARA BERNARDESCHI, da sempre grande appassionata di polar. Barbara è nata e vive a Poggibonsi, e insegna lingua e cultura francese all’Istituto Superiore San Giovanni Bosco di Colle di Val d’Elsa. Nel corso di 20 anni di attività ha fatto anche esperienza di insegnamento universitario presso la Buffalo University nella sezione distaccata di Siena  e presso la Facoltà di Scienze Politiche dello stesso Ateneo. 

Barbara Bernardeschi

Toscane è il romanzo di esordio di Vincent Ollivier avvocato penalista francese.

In Toscane (pubblicato in Francia dalla casa editrice Flammarion nel 2018) Ollivier mette in scena una piccola comunità legata dalla passione per l’equitazione nel contesto di una vacanza estiva nella campagna toscana senza identificarne la localizzazione precisa.

Dans ce domaine équestre, de tels bruits résonnaient plus étrangement que partout ailleurs. Nous étions une dizaine à prendre nos vacances ici, tous animés de la même passion.”

“In questo ambito equestre, tali rumori riecheggiavano più stranamente che dappertutto altrove. Eravamo una decina a trascorrere le nostre vacanze qui, tutti animati dalla stessa passione.”

La Toscana ha una lunga tradizione equestre basti pensare alla Maremma, un angolo selvaggio nella regione tirrenica che vanta una propria razza, il cavallo maremmano appunto, una bestia forte, destinata al lavoro con il bestiame. Da non dimenticare la tradizione equestre legata a diverse corse a cavallo che si svolgono in più città toscane come Arezzo, Fucecchio, Castel del Piano. Il Palio di Siena tuttavia resta la più famosa, una vera eccellenza, che rappresenta la realtà senese legata al folklore del Medioevo.

Ollivier costruisce un contesto calmo di piena serenità in cui i personaggi godono della natura e si dilettano con i cavalli.

Les cyprès flottaient dans le vent toscan, au même rythme que les parasols de la piscine. La brise apportait les senteurs du bois encontrebas, les bruits des écuries, de temps à autre un hennissement. Parfois montaient aussi quelques exclamations, lancées de ce ton de voix si particulier, rogue et doux, celui que l’on emprunte pour s’adresser aux chevaux. Tout était calme. Les enfants, qui regardaient un film dans la petite maison depuis le début de l’après-midi, ne troublaient plus cette sérénité de leurs cris.”

“I cipressi ondeggiavano nel vento toscano, allo stesso ritmo degli ombrelloni della piscina. La brezza trasportava i sentori del sottobosco, i rumori delle scuderie, di quando in quando un nitrito. Talvolta arrivava anche qualche esclamazione lanciata da questo tono di voce molto particolare, rauco e dolce, quello che si assume per rivolgersi ai cavalli. Tutto era calmo. I bambini, che guardavano un film nella piccola casa dal primo pomeriggio, non disturbavano più questa serenità con le loro grida.”

Questo mondo idilliaco viene turbato da tre colpi di pistola, che riveleranno un altro volto della società tranquilla e serena che ruotava intorno ad una pacifica vacanza equestre estiva nel cuore della Toscana.

La première détonation pulvérisa le silence avec la netteté d’un marteau fracassant un vase. La seconde nous leva brutalement de nos transats. Elle nous fit tourner la tête, d’abord en direction du bruit, puis des autres. Chacun cherchait dans le regard de son voisin un apaisement, une explication, mais n’y trouvait, comme dans le sien, qu’incompréhension et inquiétude. Le troisième coup de feu nous fit tous détaler vers les cyprès qui bordaient la piscine. Dissimulés derrière leurs troncs, pas si épais, il nous fallut de longs instants pour qu’une fois le silence revenu notre courage fasse de même.”

“La prima detonazione polverizzò il silenzio con la nitidezza di un martello che frantuma un vaso. La seconda ci fece alzare brutalmente dai nostri lettini. Ci fece girare la testa, prima in direzione del fracasso, poi degli altri. Ognuno cercava nello sguardo del proprio vicino un sollievo, una spiegazione, ma ci trovò soltanto, come nel suo, incomprensione e inquietudine. Il terzo colpo da arma da fuoco ci fece scappare tutti verso i cipressi che fiancheggiavano la piscina. Nascosti dietro i loro tronchi, non troppo spessi, occorsero lunghi istanti affinché una volta ritornato il silenzio anche il nostro coraggio facesse lo stesso.”

Il triplice omicidio scopre allora gli anfratti più reconditi di una coppia di inglesi benestanti, di un cinico uomo d’affari e di due militari americani in missione in Afghanistan rivelando l’indole di vite preoccupate ad accaparrarsi ricchezze materiali per nascondere i fallimenti delle loro esistenze. Il denaro diventa allora il tema centrale del romanzo, condizione esistenziale legata al successo sociale e motore delle azioni dei suoi protagonisti.

Elle s’angoissait horriblement en se peignant sous les traits d’une pauvresse. Depuis la ruine de son père, elle avait vécu dans cette peur du déclassement, de cette incapacité de tenir son rang, qui était, pour elle, synonyme de misère.”

“Linda si angosciava terribilmente dipingendosi con i tratti di una poveraccia. Fin dalla rovina del padre, la ragazza aveva vissuto con questa paura del declassamento, dell’ incapacità di mantenere il suo rango sociale, che era, per lei, sinonimo di miseria.”

Vincent Ollivier

L’ironia tranchante e l’humour di Ollivier, un intrigo machiavellico e il ritmo incalzante della narrazione sullo sfondo di una Toscana legata alla tradizione equestre rendono questo giallo incalzante e mozzafiato.

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Leonardo Gori: Il vento di giugno e l’Italia del 1946

Da poco è uscito l’ultimo romanzo di Leonardo Gori, Il vento di giugno, e chi scrive ha potuto assistere alla presentazione che l’autore ne ha fatto a Poggibonsi. Il suo intervento, successivo alla lettura dell’opera, ha confermato tutte le impressioni che questa mi aveva suscitato.

Come negli altri romanzi con protagonista Bruno Arcieri Il vento di giugno presenta difatti una partitura molto complessa, in cui la vicenda della spy-story, calata in un ben definito contesto storico e geopolitico, appare venata da situazioni poliziesche e da importanti risvolti sentimentali.

Come pochi altri romanzi del ciclo, ne Il vento di giugno le vicende narrate si intrecciano però in maniera strettissima con la Storia studiata nei manuali scolastici. Esse si collocano infatti nei giorni in cui, con il referendum tra monarchia e repubblica e l’elezione dell’Assemblea Costituente, il nostro Paese, devastato dalla guerra, doveva fare scelte decisive sul proprio futuro nonché cercare di fare i conti con il ventennio fascista.

Manifesto di propaganda per la Repubblica

Su quest’ultimo tema l’opinione del maggiore dei Carabinieri in forza ai servizi segreti Bruno Arcieri, portavoce dell’autore, è assai diversa da quella di stampo crociano per cui il regime fascista è stato solo una parentesi transitoria, un incidente di percorso nello sviluppo dello Stato liberale e sociale. Due brani, collocati in momenti diversi della narrazione, riflettono perfettamente la complessa trama di pensieri del protagonista sulla questione e ci ricordano che forse non fu un caso se all’epoca, per dirla con Flaiano, un’infima maggioranza di italiani erano fascisti:

a quando poteva ancora credere che il male fosse rappresentato solo da Mussolini e dal suo volgare regime di cartapesta, basato sulla violenza, sul disprezzo per la democrazia e sulla delazione, e che non ne fossero invece responsabili proprio gli italiani, quasi tutti fascisti nell’animo, anche quando credevano di essere dalla parte opposta: con la loro mentalità furbastra, con lo spirito vigliacco del branco, con il disprezzo belluino per le regole del vivere civile, con la loro propensione ai mezzucci e alla truffa.

non poté evitare di alzare lo sguardo al fatidico balcone. Per quanto volesse ignorarlo, quello era il simbolo tangibile di un ventennio che, nelle parole di Mussolini, nessuno avrebbe potuto cancellare. I grandi fasci littori ai lati erano stati tolti, ma ne rimanevano le sagome in negativo, forse più inquietanti degli originali. Arcieri sapeva in cuor suo che la frase del dittatore diceva il vero, benché in senso opposto a quel che intendeva il defunto duce: il fascismo era nelle ossa degli italiani, sia prima sia dopo. Un cancro forse incurabile.

Tuttavia, per quanto laceranti siano state le esperienze passate e per quanto sordido e pieno di macerie possa apparire nel 1946 il paesaggio fisico e umano dell’Italia, Arcieri pur tra mille titubanze si apre alla speranza di una palingenesi:

Io ho tradito, in piena consapevolezza, il suo mondo, il vostro vecchio mondo ipocrita. Quello che è sortito dalla guerra non è esteticamente valido, ne convengo, ma è nuovo, ed è pieno di speranza. Speranza è la parola chiave, quella che più mi interessa.

Anche perché il vento del Nord, benché mitigatosi nel vento di giugno del titolo, portò pure significativi effetti, a partire dal tramonto della monarchia e dall’elezione di un’Assemblea Costituente che avrebbe prodotto una delle Carte più avanzate dell’Occidente. Per la prima volta poi, e questo aspetto è ben evidenziato nel romanzo, le donne italiane ebbero il diritto di votare e di eleggere altre donne a rappresentarle.

Da qui forse l’intensità con cui rifulgono nell’opera le figure femminili, tutte ammirevoli e capaci di sorprendere il protagonista. A partire dalla sua amata Elena, bionda e baluginante presenza che nel suo imprevedibile andirivieni tra Firenze, Brindisi e Roma ora smorza ora accresce i rovelli sentimentali di Arcieri. Così Belinda che lo inquieta con il suo costume adamitico, così l’oversized Eleonora che, oltre a rivelare insospettate doti investigative, si fa portavoce delle istanze di emancipazione femminile da lui trascurate e riesce ad andare a votare. A spiazzare il maggiore dei Carabinieri è però soprattutto Cristina, personaggio ispirato alla figura di Vittoria Guerrini (1923 -1977) scrittrice e poetessa che tra i vari pseudonimi finì per prediligere quello di Cristina Campo.

Vittoria Guerrini alias Cristina Campo

L’autore non lesina le sovrapposizioni tra aspetti biografici della Guerrini e alcuni tratti del personaggio Cristina, come il piglio altero, la malattia cardiaca, il lavoro svolto al Russicum, l’interruzione della storia sentimentale con un intellettuale molto più anziano di lei, la ripresa dell’icastica espressione “scrisse poco, e le piacerebbe aver scritto meno “, o la stessa descrizione fisica:

Mentre si avvicinava, fu colpito dal volto, che, a parte una severa bellezza, comunicava qualcosa di diverso e di molto più intenso. Aveva grandi occhi espressivi. Benché non sorridesse, non aveva affatto laria ostile, anzi esprimeva una specie di misurata cordialità.

Particolare risalto ha poi l’esergo della stessa Campo scelto da Gori, in cui la scrittrice sostiene che la bellezza sia una sorta di quarta virtù teologale; nel corso del romanzo questo tema viene ripreso e, sempre in chiave religiosa, il personaggio di Cristina afferma il valore estetico del sacrificio, in grado di dare un senso spirituale alla vita. La comune predilezione per il dovere, unita al fascino colto e alla grazia signorile di Cristina, fa sì che Arcieri non riesca, come pure vorrebbe, a resisterle. Il maggiore dei Carabinieri usa anzi le sue arti per cercare di modificare la traiettoria dell’esistenza della ragazza. Salvo scoprire che la sua fin troppo romantica idea di felicità non coincide con le reali aspirazioni di Cristina.

Un qualche accenno va fatto infine ad aspetti stilistici e linguistici del romanzo. L’incipit, in un periodare scandito da virgole che isolano elementi provvisti ciascuno di grande rilevanza, situa subito il lettore in un preciso contesto, e al contempo lo invita a diffidare delle apparenze:

Chi, alle sei di mattina del 2 aprile 1946, avesse visto correre una Topolino per via deSerragli, a Firenze, avrebbe pensato forse a unauto civetta della Polizia o dei Reali Carabinieri, all’inseguimento di un bandito.

Cara agli scrittori di trame poliziesche, stavolta questa precisione spazio-temporale nasce dall’esigenza di collocare gli eventi all’interno di una storia editoriale di ben sedici romanzi dedicati a Arcieri, che spaziano dal 1938 alla fine degli anni ’60 senza seguire nella pubblicazione un rigoroso ordine cronologico. Nel suo incipit lo scrittore fiorentino riprende tra l’altro movenze di Jarro, autore toscano di protogialli, che nel romanzo “L’assassinio nel vicolo della luna” del 1883, così aveva iniziato l’opera:

Era la sera del 14 gennaio 1831. L’orologio del Palazzo Vecchio, in Firenze, suonava le 8. Una donna, tutta velata, della quale sarebbe stato difficile dire l’età, avendo il volto coperto, ma che pareva giovane alle snelle movenze della persona, e alla scioltezza del passo, usciva da una casa in Piazza degli Amieri…

Anche il finale del romanzo di Gori, dando voce ai contrastanti sentimenti di Arcieri nei confronti di Elena Contini, regala una efficace variazione del latino spes contra spem:

Eppure, Arcieri non sapeva se lo sperava, oppure se sperava il contrario.

All’interno di questa cornice scorre una prosa controllata, con un’aggettivazione mai ridondante, talora a sfondo letterario come nel caso della “vegetazione salgariana”. I dialoghi sono nutriti, e assolvono ora al compito di fornire elementi utili allo sviluppo dell’azione, più spesso a quello di profilare nettamente la psicologia e l’estrazione sociale dei personaggi. Mancano peraltro concessioni a parlate locali o dialettali, uniformando quindi il registro linguistico del discorso diretto a quello del narratore onnisciente. Il quale solo in rarissimi casi si concede lemmi localistici, come il romanesco “sbriluccichii” e riporta in maniera obliqua, soprattutto per dare un colorito storico, le insolenze della folla fiorentina inferocita in “che si vôle mòvere, signora?” oppure le parole pronunciate da un attore durante la proiezione del film La vita ricomincia “Ahó, sor dotto’”; Gori permette semmai ai due ufficiali americani che convivono con Arcieri, a riprova della loro sostanziale estraneità al contesto italiano, l’uso della propria lingua.

Leonardo Gori

Gori ha del resto una lunga consuetudine con la risciacquatura dei panni in Arno, e la sua scelta lessicale è sempre puntuale ed efficace. Non senza qualche punta di raffinatezza, come “i parafernalia della spia”, testimonianza di quanto ben oliati siano i ferri del mestiere dello scrittore.

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T.A. Williams: Giallo, umorismo e animali nella Toscana di ‘Murder in Siena’

Ancora una volta ringraziamo Alberto Bicchi, per la recensione di “Murder in Siena”, opera dell’autore britannico T. A. Williams ad oggi non tradotta in italiano.

Che consista nell’abilità nel riconoscere i più piccoli indizi materiali di Sherlock Holmes o in quella di ricostruire la psicologia umana di Poirot, il fiuto è decisamente una qualità che non può mancare ad un investigatore. Se poi, come in Murder in Siena, questi può contare sull’appoggio del fidato labrador, tanto meglio. Sì, perché in questo cozy di T.A.Williams il protagonista non è mai abbandonato dal simpatico Oscar, che oltre a fornire una piacevole compagnia, finisce per sbattere il naso in qualche indizio. Ma, seppur centrale, questo non è l’aspetto più peculiare del romanzo, che risiede invece nella presenza di un altro animale a quattro zampe, in rapporti decisamente meno familiari con gli umani, come il lupo.

T. A. Williams

Williams, britannico laureato in Lingue Moderne, il cui nome di battesimo è Trevor (l’utilizzo del più neutro “T.A.” è spiegato dallo stesso autore con la motivazione che il 65% circa dei libri è letto da donne), prima di stabilirsi definitivamente nel Devon con la moglie, ha vissuto e lavorato anche in Italia. Dopo avervi ambientato una lunga serie di romanzi e racconti , soprattutto a tinte rosa, negli ultimi anni si è dedicato con grande prolificità alla scrittura di gialli, in particolare cozy. Oltre alla presenza di Oscar e a una buona dose di humour, l’elemento costante è lo scenario: infatti, quasi tutti i suoi mistery sono ambientati nella nostra penisola, con una spiccata preferenza per la Toscana, protagonista di ben nove storie su undici.

In Murder in Siena (pubblicato in Gran Bretagna nel 2023 dalla casa editrice Boldwood Books), troviamo l’ex detective Dan Armstrong, che si è ritirato in dalla sua attività all’interno del Criminal Investigation Department di Londra e ha deciso di trasferirsi in Toscana, dove si dedica all’attività di scrittore di gialli e di investigatore privato. Quando, reduce dalla sua prima pubblicazione di successo, decide di passare un weekend con la compagna, l’inseparabile labrador Oscar e una coppia di amici immerso nelle colline a sud di Siena, non si immagina che si troverà a dover collaborare con la polizia locale per la risoluzione di un omicidio. Infatti, la stessa struttura in cui Armstrong soggiorna è lo scenario dell’assassinio di un affascinante scienziato, che si trovava lì per un convegno internazionale di zoologia. La familiarità con la lingua inglese e l’esperienza professionale dell’ex investigatore lo rendono particolarmente prezioso per gli inquirenti, con i quali egli collabora fin da subito per stabilire la dinamica dell’omicidio e per sbrogliare la matassa di intrighi che fin da subito sembra ruotargli attorno.

“ ‘Doctor Nikolaos Diamantis.’ The pathologist picked up a plastic card attached to a bloodstained lanyard and dangled it before us. ‘This was in his pocket’. ‘Poor guy’. I looked back down at the battered remains of the man Anna had described as very good-looking and I had christened Casanova and shook my head slowly. ‘Well, I’m afraid he won’t be charming any more ladies’ “

“ ‘Dottor Nikolaos Diamantis’. Il medico legale raccolse un tesserino di plastica legato a un cordoncino insanguinato e lo fece ciondolare davanti a noi. ‘Questo era nella sua tasca’. ‘Poverino’. Mi girai verso i resti malconci dell’uomo che Anna aveva descritto come affascinante e che io avevo ribattezzato Casanova e scossi lentamente la testa. ‘Beh, temo che non affascinerà più altre donne’ “

Durante il soggiorno e le indagini, Oscar resta sempre al fianco del padrone, e il suo atteggiamento verso l’ambiente circostante è foriero di simpatici incontri con altri animali, ma anche di elementi utili per Armstrong. L’atmosfera del romanzo, come in ogni cozy che si rispetti, è piuttosto leggera, e non manca di elementi umoristici, soprattutto in riferimento al labrador o ad alcuni personaggi eccentrici. Pur non mancando i classici apprezzamenti verso la Toscana (e in particolar modo riguardo al cibo locale, di cui non vengono risparmiate descrizioni accurate), non si trovano lunghe sequenze liriche o particolarmente elaborate sul paesaggio e sulle meraviglie del territorio. Lo stile, infatti, è piuttosto semplice e asciutto. A dispetto del titolo, solo una piccola (anche se non irrilevante) parte delle vicende narrate si svolge a Siena, su cui, tranne qualche riferimento al Duomo o a Piazza del Campo, legato alla trama, l’autore non si sofferma più di tanto; infatti, lo scenario dominante del romanzo è quello di una non meglio specificata area a circa una ventina di chilometri a sud del capoluogo.

Il suggestivo interno dell’abbazia di San Galgano

L’’altra eccezione è rappresentata da una rapida visita, da parte dell’ex detective e degli altri ospiti dell’albergo, all’abbazia di San Galgano.

Just as I was expecting the scene to erupt into a wall-of-death chase around the room, the cat opened first one and then, reluctantly, the other eye, stretched languorously and subjected the Labrador to an expression that quite plainly indicated that there was only one boss around here and her name was Gretel. To my surprise, Oscar made no attempt to disturb the status quo and came across my side, where he gave me a look that could easily be translated as ‘What the hell just happened?’ I gave him a pat on the head and we sat down around the table.”

“Proprio quando mi aspettavo che la situazione degenerasse in un inseguimento stile muro della morte per la stanza, il gatto aprì prima un occhio e poi, svogliatamente, l’altro, si stiracchiò lentamente e indirizzò al Labrador un’espressione che indicava abbastanza apertamente che lì c’era solo un capo, e il suo nome era Gretel. Per mia sorpresa, Oscar non fece alcun tentativo di disturbare lo status quo e venne accanto a me, da dove mi lanciò uno sguardo che poteva facilmente essere tradotto con ‘Cosa diavolo è appena successo?’ Gli detti una pacca sulla testa e ci sedemmo intorno al tavolo’ “

La componente animale non si limita, come detto, al pacifico Oscar. Particolarmente interessante risulta, infatti, la presenza di una tematica legata al territorio che fa da sfondo alle vicende, come quella della convivenza tra le persone e il lupo. Quest’ultimo, infatti, negli ultimi anni ha aumentato la sua presenza nelle campagne toscane, suscitando da un lato inquietudine da parte di alcuni settori della popolazione (preoccupati da eventuali aggressioni ai propri danni o alle attività di allevamento), dall’altro una difesa da parte dei portatori di istanze animaliste, che sostengono l’importanza dell’animale per l’ecosistema e la sua scarsa pericolosità per l’essere umano. L’autore, anche se in maniera indiretta, sembra prendere le difese del lupo, pur non rimanendo insensibile ad alcune delle questioni sollevate dagli abitanti. In generale, le posizioni che vengono espresse dai vari personaggi (siano essi scienziati, rappresentanti delle autorità locali, contadini etc.) sembrano fornire una rappresentazione piuttosto realistica del dibattito intorno alla presenza del lupo nelle campagne.

“ ‘Are they dangerous?’ The man gave me a long-suffering look. From his expression, I imagined he must get asked this quite a lot. ‘Not to humans. You’re quite safe. There have been no reported wolf attacks on humans in western Europe for over fifty years. Wolves see us as a threat and they tend to stay clear of humans as a result’ “

“ ‘Sono pericolosi?’ L’uomo mi rivolse uno sguardo paziente. Dalla sua espressione, immaginai che doveva sentirselo chiedere abbastanza spesso. ‘Non per gli umani. Sei piuttosto al sicuro. In Europa Occidentale non sono stati registrati attacchi da parte di lupi ad umani da più di cinquant’anni. I lupi ci vedono come una minaccia, e di conseguenza tendono a stare alla larga dagli umani’ “

L’ironia e l’atmosfera piacevole rendono questo mistery una lettura rilassante, arricchita dalla presenza animale, sia nelle vesti del cane Oscar che in quelle, meno consuete, del lupo.

Al lupo, al lupo!!

E, pur nella sua leggerezza, questo cozy spinge alla riflessione su un tema molto presente nella vita delle piccole comunità rurali, come quello della convivenza con la fauna selvatica. Al di là delle opinioni che si possano avere al riguardo, l’autore dimostra di possedere una conoscenza non superficiale del territorio e una certa sensibilità nei confronti di questioni al centro della quotidianità di chi lo abita, e questa è da ritenersi senz’altro una nota di merito.

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Il Detective e il grande scrittore: Holmes e Twain a Firenze

Senza nulla togliere ai suoi tanti colleghi letterari, Sherlock Holmes è il detective più noto e celebrato della storia del giallo deduttivo e forse dell’intero genere poliziesco. All’epoca in cui venivano pubblicate le sue storie i lettori tendevano a credere che il personaggio esistesse realmente, tanta era la potenza fascinatoria che Conan Doyle aveva saputo dare alla sua creatura letteraria. Non v’è quindi da stupirsi se alla morte del prolifico scrittore britannico, avvenuta nel 1930, in tanti abbiano provato a ridare vita letteraria al suo immortale personaggio. Già nel 1954 un giallista del calibro di John Dickson Carr collaborò con Adrian Conan Doyle, figlio del defunto creatore di Holmes, nella stesura di una raccolta di racconti.

Negli ultimi decenni la scrittura di apocrifi su Sherlock Holmes ha sollecitato la vena creativa anche di molti autori italiani, tra cui per qualità e numero di opere si segnala Enrico Solito. Egli è inoltre considerato uno dei massimi esperti nel nostro Paese sul personaggio di Conan Doyle. Basti qui ricordare che è stato il primo non anglofono a conseguire il brevetto di Certified in Holmesian Studies, distinguished presso la Franco Midland Hardware Company, nonché il primo italiano a essere nominato membro dei Baker Street Irregulars di New York, la più antica ed esclusiva associazione sherlockiana del mondo; inoltre ha fondato e diretto riviste dedicate al detective di Baker Street, sul quale ha poi scritto anche vari saggi e numerosissimi articoli. Come narratore ha poi all’attivo molti romanzi di genere poliziesco e per l’appunto una corposa serie di apocrifi su Sherlock Holmes, alcuni dei quali ambientati in Italia.

Enrico Solito

Tra questi ultimi per collocazione geografica è qui opportuno soffermarsi sul racconto lungo Sherlock Holmes e il mistero della slitta, pubblicato nel 2014 nella collana Sherlockiana della Delos. Solito immagina infatti che nel 1904, sia per riposarsi dopo una serie di 42 casi risolti in pochi mesi sia per accogliere l’invito di Frederick Stibbert a visitare la sua collezione di armi, il detective abbia deciso di trascorrere un periodo di vacanza a Firenze in una villa messagli a disposizione dal Consolato britannico.

Va da sé che, mentre Watson è come subissato dagli innumerevoli stimoli artistici che si sono stratificati nel territorio, il detective è attento soprattutto ai caratteri razionalistici delle architetture rinascimentali:


E questa villa: colori chiari, sfolgoranti. Dobbiamo essere davvero grati ai signori Pazzi che ce l’hanno prestata; è splendida, razionale, perfetta. Guardi la purezza di quegli archi, la linea di quei finestroni a bifora. In verità, riassume in sé lo spirito di tutta la città.
.

Sherlock, la cui conoscenza della letteratura e della filosofia era pari a zero secondo le prime impressioni date al suo biografo e amico dottor Watson nel romanzo A study in scarlet, già in alcuni racconti scritti da Conan Doyle aveva avuto modo di sconfessare questo giudizio palesando interessi e gusti non superficiali nell’ambito della cultura umanistica. Addirittura, al momento del suo ritiro nel Surrey, secondo i resoconti di Watson egli si sarebbe dedicato soprattutto proprio alla filosofia e all’apicoltura. Negli apocrifi non di rado questa propensione a coltivare interessi letterari acquista risalto, e nel racconto di Solito in particolare il detective ha modo di confrontarsi con il grande scrittore statunitense Mark Twayn, residente in quegli anni a Firenze.

Mark Twayn

I Viviani della Robbia si erano infatti offerti di ospitarlo nella loro villa a Settignano, venendo incontro al desiderio dello scrittore di portare la moglie malata a vivere in un clima sperabilmente più salubre. Invano, dato che proprio a Firenze la donna troverà la morte. Suo marito però approfitterà del soggiorno per comporre varie opere, ispirandosi al luogo ameno, di cui scrive:

La posizione della villa era perfetta. Era a tre miglia da Firenze sul fianco della collina. La terrazza fiorita sulla quale era situata guardava su uliveti e vigneti in declivio verso destra.

Villa Viviani alcuni decenni fa

Proprio in questa prestigiosa residenza, denominata nel racconto di Solto villa di Quarto, avviene il primo reato, una rapina ai danni dello scrittore americano durante la quale viene distrutta anche la slitta del titolo; si trattava di un particolare cimelio portatovi anni addietro come ricordo dalla Granduchessa Maria, figlio dello zar Nicola I, nel cui sottofondo lo stesso Twayn aveva nascosto dei gioielli. La polizia italiana, messasi subito all’opera, in breve ritrova il bottino in un campo di nomadi, alcuni dei quali vengono arrestati. Ma qualcosa non convince il giovane delegato di polizia Lapo Aldemar Nencini, che difatti si rivolge per un parere a Sherlock Holmes, trovandolo interessato a seguire il caso con il consueto piglio e l’affinato metodo deduttivo.

Bene, signor Holmes, riprese il giovane ora che la conosco sono ancora più deciso a chiedere il suo aiuto. Come lei ha giustamente indovinato

Dedotto! lo interruppe severamente linvestigatore, mentre si accendeva la pipa. – Indovinare è una pessima abitudine; rovina le capacità logiche dellindividuo. Ma continui, la prego.

Ben presto nel corso dell’indagine la mente analitica di Holmes lo porterà a spostare la propria attenzione dall’iniziale rapina fino a un ben più torbido intrigo. A rendere ancora più drammatica la situazione si aggiungerà ben presto l’uccisione, malamente mascherata da suicidio, del finanziere Pelati, residente in una villa vicina. Cosicché il detective di Baker Street, come del resto era successo in alcuni racconti della raccolta L’ultimo saluto di Sherlock Holmes del 1917, dovrà risolvere una vicenda di spionaggio e mettersi al servizio della sua patria contro le minacce di Nazioni concorrenti, in questo caso la temibile Prussia.

La narrazione di Solito, che pur nella brevità racchiude tutti gli ingredienti di una composita indagine poliziesca, ha l’ulteriore merito di presentare uno scorcio nitido della Firenze di inizio ‘900 con particolare riguardo alla comunità anglosassone che in quel periodo la frequentava. L’evolversi del rapporto tra Holmes e Twayn poi è tratteggiato con cura fin dal loro primo incontro: lo scrittore, ironico e sicuro di sè, sostiene di avere letto le gesta del detective e gli chiede di poter raccogliere una sua intervista; il detective ostenta modestia e, pur riconoscendo nell’interlocutore doti di spirito, lo sfida a applicare alla situazione i metodi deduttivi che dovrebbe aver appreso leggendo i resoconti delle sue indagini scritti da Watson. Il secondo incontro, che giunge inaspettato, rivela la profonda umanità di Twayn: lo scrittore è rimasto sconvolto dal tentativo di linciaggio da parte di una turba di fiorentini nei confronti degli zingari, azione che gli ricorda i più crudi fenomeni di razzismo cui ha assistito nella sua terra; da qui la richiesta a Holmes di chiarire al più presto la situazione e individuare i veri colpevoli. Ulteriore sviluppo di questo rapporto si ha quando lo scrittore americano viene coinvolto fattivamente da Holmes nello sviluppo dell’indagine, che accompagna fino alla felice conclusione del caso.

Questo racconto di Solito, per quanto assai ben riuscito, certo non aggiunge nulla all’enorme rilevanza di Sherlock Holmes e di Mark Twayn nella storia della letteratura poliziesca e di quella statunitense, casomai ne è l’ennesima attestazione. Risulta tuttavia particolarmente gradito al lettore, in particolar modo toscano, per aver calato figure di questo spessore nella Firenze di primo ‘900 che, anche grazie al contributo di ospiti stranieri, continuava a svolgere un ruolo non secondario nello scenario culturale italiano.

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Giallo in Toscana: Loni Meadows e il mistero nel castello

Con grande piacere inauguriamo una particolare sezione del blog in cui, potendo contare sulla collaborazione di cultori del giallo padroni delle lingue straniere, vengono presentate opere ANCORA NON TRADOTTE nella nostra lingua. In questo caso il merito va a ALBERTO BICCHI che, nato a Siena nel 1993, ha conseguito la laurea magistrale in Storia e Filosofia presso l’Università degli Studi della sua città. Dal 2021 insegna Storia e Filosofia presso le scuole superiori della provincia di Siena. Grande appassionato di libri, ha un punto debole per i mystery della golden age, ma gli piace esplorare il romanzo giallo in tutte le sue forme.

Alberto Bicchi

Un inverno rigido, un castello della Maremma, un piccolo gruppo di ospiti provenienti da varie parti del mondo. Questa è la cornice in cui viene trovata morta Loni Meadows, direttrice di una struttura di accoglienza per artisti in cerca di ispirazione ricavata in un castello, e che farà incrociare le strade di Sandro Cellini, ex poliziotto fiorentino riciclatosi come detective privato, e di Caterina Giottone, giovane impiegata presso l’edificio, originaria della Valdichiana. I rilievi della polizia locale sulla vittima e sulla sua macchina finita fuori strada non sembrano suggerire ipotesi alternative a quella dell’incidente, ma la ricostruzione frettolosa della polizia locale non convince i due protagonisti, le cui indagini convergeranno nel corso del romanzo.

Loni Meadows had died in a car accident, simple as that. But it had been her last night on earth, and it had to matter. And now Cate wondered if there was anyone out there asking questions about Loni Meadows’s death, or if she was going to have to ask them herself”

“Loni Meadows era morta in un incidente d’auto, semplice. Ma era stata la sua ultima notte sulla Terra, e doveva avere importanza. E adesso Cate si domandava se ci fosse qualcun altro là intorno che stesse facendo delle domande sulla morte di Loni Meadows, o se le avrebbe dovute fare lei stessa”

Il libro, il secondo della serie di Christobel Kent con protagonista Cellini, è ricco di elementi introspettivi. I pensieri di Sandro e Caterina, durante le loro indagini, sono spesso rivolti ai problemi delle loro vite personali: l’investigatore fiorentino è alle prese con una fase non semplice del rapporto con la moglie, anche per via della malattia che l’ha colpita, mentre la giovane ragazza vorrebbe poter dedicare più tempo al proprio compagno. Entrambi, però, sono convinti che quello che è stato derubricato dalla polizia locale come un tragico incidente stradale nasconda in realtà altro, e il desiderio di scoprire di più riguardo alla vicenda prevale sulle preoccupazioni familiari.

Un altro tratto caratterizzante del romanzo è l’atmosfera, che assume connotati sempre più cupi e pesanti man mano che la trama si dispiega, tanto da far quasi prevalere, ad un certo punto, gli elementi tipici del thriller rispetto a quelli puramente investigativi, con un crescendo di tensione che accompagna il lettore fino alle ultime pagine del giallo.

Sandro thought of that castle, out in the cold, dark hills, and didn’t want to leave his city, this place full of life, and women shopping, and bars with sparkling marble and brass. He thought of Luisa, less than a kilometre away, presiding over her shop floor, and knew he should go over there. […] Damn it, he thought. Put it out your mind, and do your job”

“Sandro pensò a quel castello, in mezzo alle fredde, scure colline, e non voleva lasciare la sua città, quel posto pieno di vita, e le donne che facevano shopping, e i bar con il marmo luccicante e l’ottone. Pensò a Luisa, a meno di un chilometro di distanza, mentre si occupava del negozio, e sapeva che sarebbe dovuto andare là. […] Accidenti, pensò. Toglitelo dalla testa, e fai il tuo lavoro”

La costruzione dei personaggi risulta abbastanza ben definita. Tutte le figure, a partire da quelle dell’ex poliziotto (che sa essere risoluto, senza cadere nel cliché del burbero investigatore di mezza età incline ai vizi) e della brillante e intraprendente Caterina, fino agli ospiti della struttura, ciascuno con il proprio vissuto tormentato, risultano ben caratterizzate. Particolarmente interessante il fatto che l’autrice si soffermi non solo sui pensieri dei due protagonisti, ma anche su quelli di alcuni personaggi “secondari” come Giuli, l’assistente di Sandro Cellini, o sua moglie Luisa, le quali rappresentano, a distanza, un prezioso ausilio per il detective. Da un punto di vista stilistico, il giallo risulta pieno di lunghe sequenze descrittive, alcune delle quali, come quelle sui paesaggi maremmani o sulle strade di Firenze (l’ambientazione secondaria del romanzo), sembrano presentare tutti gli elementi caratteristici della fascinazione anglosassone per i luoghi toscani, con slanci sognanti ed evocativi.

Christobel Kent

Nel complesso, la lettura del romanzo risulta gradevole, con un buon equilibrio tra diversi elementi narrativi, e senza dubbio potrebbe trovare il gradimento di chi apprezza i mystery che al lato investigativo abbinano componenti introspettive e di contorno, con uno stile ricercato. Chi cerca questo, sicuramente troverà in questo giallo di Christobel Kent un piacevole passatempo.

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