Intervista a Vincenzo Galati

Vincenzo – Enzo per parenti e amici – Galati è un autore di romanzi giallo-noir, di cui ben due sono ambientati in Toscana. Lo ringraziamo quindi della sua disponibilità nel rispondere alle sollecitazioni di questa intervista, nella quale si può cogliere la poetica di Enzo insieme a aspetti biografici e esperienze di lettore che hanno contribuito a dare un timbro personale alla sua opera.

Enzo Galati

D. L’assunto che ogni scrittore debba essere prima di tutto un buon lettore ti trova d’accordo?

E. G. Credo che prima di imparare a scrivere, si impari a leggere. E non intendo solo decifrare le parole su una pagina, ma proprio leggere il mondo, gli altri, le storie che ci passano accanto. Per me la lettura è stata la porta d’ingresso in quella dimensione. Uno dei primi libri che ricordo di aver letto – e riletto più volte, a diverse età – è Il piccolo principe. Me lo fecero scoprire alle elementari, e da allora non l’ho più lasciato andare. Ogni volta che lo riprendo in mano, mi sembra di leggere un libro diverso, come se fosse lui a crescere con me. Alle medie, invece, arrivò la folgorazione: la biblioteca di classe. C’erano quei volumetti gialli con il logo del “Giallo Mondadori per ragazzi” e io, ingenuamente, pensai che “giallo” fosse solo il colore della copertina. Scoprii presto che dentro quelle pagine si noto un mondo di misteri, colpi di scena e ragionamenti logici che mi affascinavano più di qualsiasi lezione. Poi arrivarono gli anni delle superiori e, con loro, Agatha Christie. Lì capii che non si trattava solo di leggere per passatempo: ero entrato in un universo dove ogni dettaglio contava, ogni parola poteva essere una trappola, e la mente dell’autore era il vero luogo del delitto. Negli ultimi anni delle superiori ho iniziato a divorare libri come altri fumavano sigarette, complice anche qualche insegnante “illuminato”, di quelli capaci di farti amare un romanzo senza trasformarlo in un compito. All’università, poi, feci un giro più largo. Lessi tantissimo, ma quasi niente di giallo. Mi immersi nella narrativa italiana, soprattutto i grandi del Novecento e gli autori degli anni ’80 e ’90, la scrittura che raccontava le nostre città, i paesi, le famiglie, i piccoli mondi quotidiani dove si riflettono le nostre abitudini, i nostri vizi e le nostre virtù. Erano gli anni ’90 anche per me, e forse cercavo di capire chi fossimo noi italiani attraverso quei personaggi e quei luoghi, più che attraverso la cronaca o la politica. Poi, una ventina d’anni fa, il cerchio si è chiuso: ho riscoperto il giallo. Ma con occhi diversi. Oggi, tra cartacei, e-book e audiolibri, divoro una cinquantina di titoli l’anno, e almeno il settanta per cento sono gialli. Italiani, soprattutto. Perché il mistero, quando parla il nostro linguaggio e si muove tra le nostre città, diventa più vero, più vicino, più inquietante.

D. E il passo fatale verso la scrittura come è avvenuto?

E.G. Credo che dalla passione per la lettura sia nata, quasi in modo naturale, anche quella per la scrittura. In realtà, ho sempre scritto. Fin dalla prima elementare riempivo quaderni di parole, frasi, filastrocche, piccoli testi: le parole mi hanno sempre affascinato, e i giochi di parole ancora di più. Scrivere, per me, è sempre stato qualcosa di naturale, un modo per esprimermi. Quando a scuola c’era il tema, per me era una festa: mentre i miei compagni si disperavano, io non vedevo l’ora di iniziare. Però non mi sono mai cimentato davvero con racconti o romanzi fino all’alba del nuovo secolo: prima, la scrittura era più un compagno di viaggio, un esercizio di libertà, un modo per dare forma ai pensieri. Poi, dopo anni passati a leggere le storie degli altri, è arrivato il momento di restituire qualcosa, di mettermi dall’altra parte del foglio, quella dei racconti e, soprattutto, dei romanzi, che sono la forma che più sento mia. Forse scrivo per lo stesso motivo per cui ho iniziato a leggere: per cercare risposte. Non tanto alle grandi domande della vita, quanto a quelle più sottili, quelle che si nascondono nei comportamenti, nelle paure, nei silenzi delle persone. In fondo, ogni storia è un modo per provare a capire cosa si nasconde dietro le apparenze, dietro le scelte, dietro i misteri che abitano la quotidianità e anche la mente umana. E quelle risposte, spesso, le cerco intorno a me, nei luoghi, nelle persone, nelle atmosfere che conosco e che amo osservare Il mio ultimo romanzo, Il redentore, nasce proprio da questo: dal desiderio di raccontare un mistero immerso nel territorio senese, tra colline e silenzi, personaggi e curiosità che attingono dal reale. Perché la provincia, con i suoi ritmi e i suoi segreti, è il posto ideale dove i misteri più profondi sanno ancora nascondersi bene.

D. Parlavi giustamente di ultimo romanzo. In effetti hai già alle spalle una copiosa produzione d opere. Potresti fare una sintetica descrizione del tuo percorso artistico?

E. G. Prima di arrivare a Il redentore ho fatto un percorso un po’ erratico, come quei personaggi che partono senza sapere bene dove li porterà la storia.

Il mio primo romanzo, Lo strano mistero di Torre Mozza, nasce proprio da un posto che conosco da tanti anni: Torre Mozza, sulla costa grossetana, dove andavo spesso ancor prima di trasferirmi in Toscana. Aveva tutto quello che serviva per un giallo: una torre, il mare, un po’ di vento, e quella strana sensazione che certi luoghi ti fanno, come se dietro la bellezza si nascondesse qualcos’altro. È stato quasi naturale ambientare lì la mia prima indagine: in fondo, si inizia sempre da ciò che ci è familiare, o che ci inquieta al punto giusto.

Poi ho fatto un salto verso casa, tornando in Liguria. Sono nato e cresciuto a Genova, e credo che prima o poi ogni scrittore finisca per fare i conti con i propri luoghi d’origine. Nel mio caso, però, non volevo affrontarli con toni cupi o troppo drammatici: così sono nati i miei cozy crime. Cinque romanzi — Chi non muore, Beata gioventù, Dal letame nascono i fiori, Alla fine della giostra e Come luna per le maree — che mi hanno permesso di raccontare un’altra faccia della Liguria: quella ironica, quotidiana, fatta di vicoli, personaggi sopra le righe, e segreti che sembrano piccoli… finché non inizi a tirarne il filo.

Perché scegliere proprio Genova e dintorni? Perché è impossibile uscirne davvero. È una terra che ti resta addosso: ruvida, stretta tra mare e monti, con quella sua luce obliqua che sembra fatta apposta per fare da sfondo a un mistero. E poi perché, diciamolo, i liguri sono personaggi perfetti per un giallo: diffidenti al punto giusto, ironici senza volerlo e imprevedibili quando meno te lo aspetti.

Insomma, prima di arrivare alle ombre senesi de Il redentore, sono passato attraverso mare, scogliere, vicoli, torri costiere e personaggi che sembrano usciti da una sagra di paese. Tutto materiale prezioso per uno che, come me, ha sempre creduto che le storie migliori nascano esattamente lì: nei luoghi che conosci, e che ti conoscono fin troppo bene.

D.In Toscana però da qualche anno sei anche venuto a vivere. Come si è sviluppato il tuo rapporto con questa particolare regione?

E. G. Diciamo che non è stato proprio un percorso spirituale, ecco. Niente eremi sul Monte Amiata né ritiri meditativi in mezzo ai cipressi. Il mio avvicinamento alla realtà toscana è stato più… pratico. È stato comunque un viaggio pieno di scoperte, e di qualche “boncitto!” sentito nei momenti giusti (e sbagliati).

Prima tappa: imparare la musica dell’accento senese.

All’inizio pensavo fosse solo un modo elegante di allungare le parole. Poi ho capito che no: è un ritmo. Una specie di cantilena che può essere dolce come un saluto o affilata come una battuta sarcastica. Mi sono fatto l’orecchio tra i colleghi, nelle botteghe, in coda al forno: un master accelerato in fonetica senese applicata.

Seconda tappa: la campagna, quella vera.

Niente cartoline da rivista: parlo della campagna di strade bianche che cambiano forma dopo ogni temporale, del rumore del vento che corre nei campi, delle colline che al mattino sembrano sospese tra foschia e poesia involontaria. Lì ho capito che la provincia senese ha un carattere proprio: quieta, ma con una personalità che non fa sconti.

Terza tappa: modi di dire e saggezza contadina.

Li ho raccolti come piccoli tesori linguistici. Alcuni li ho capiti subito, altri dopo giorni. Altri ancora penso di non averli capiti davvero… ma allo stesso tempo sì, perché a Siena certe frasi funzionano più per atmosfera che per grammatica.

Quello che è certo è che in provincia si dice molto anche quando si parla poco, e spesso le frasi più innocue contengono più giudizio di una sentenza.

Quarta tappa: respirare Siena senza fare il turista.

Ho camminato tanto. Dalle contrade a Piazza del Campo. Ho ascoltato il passo di chi vive qui tutto l’anno: lento dove serve, rapido quando deve. Ho imparato che ogni vicolo ha un carattere, ogni porta una storia, ogni bar un confidente. E che il caffè, a Siena, non è una bevanda: è una pausa strategica.

Quinta tappa: lasciare che tutto questo entrasse nella scrittura.

Ho portato dentro le pagine la luce che arriva radente sulle mura, le ombre fresche dei vicoli, il silenzio della campagna interrotto solo dai trattori distanti, e quella schiettezza elegante — sì, elegante — con cui la gente della provincia sa dire le cose.

Volevo che i personaggi non “imitassero” i senesi: volevo che respirassero come loro.

Risultato?

Non so se posso dire di essermi calato nella realtà senese. Probabilmente è stata la realtà senese a calarsi in me… e a mettersi comoda, come se fosse casa sua.

Nel frattempo, però, nel mezzo di questo percorso, qualcosa di curioso è successo: le mie due terre — Genova, quella dove sono nato e cresciuto, e Siena, quella che mi ha adottato — hanno deciso di incontrarsi da sole, senza chiedere permesso. È successo quando Chi non muore, un romanzo ambientato tra vicoli e caruggi, ha vinto il premio della giuria al Premio letterario Città di Siena. Una specie di “stretta di mano” fra le due città: Genova ha bussato alla porta, Siena ha aperto… e da allora credo che si siano messe d’accordo per condividersi i miei personaggi.

D. A parte lo stimolo che possono dare i Premi letterari, con quali letture alimenti oggi la tua vena creativa?

E. G. Negli ultimi anni ho sviluppato una vera e propria dipendenza da gialli italiani. È una scelta quasi obbligata, direi: quando un genere ti somiglia così tanto, finisci per cercarlo ovunque. Come già detto, divoro più di cinquanta titoli l’anno — cartacei, digitali, audiolibri… se potessi assorbirli per osmosi, probabilmente lo farei — e una percentuale bulgara finisce inevitabilmente nella sezione “Made in Italy”.

Perché proprio i gialli italiani? Be’, credo perché hanno qualcosa che gli altri non hanno: un carattere. Non parlo solo delle ambientazioni o dei dialetti (anche se aiutano), ma di quel modo tutto nostro di mescolare ironia e disincanto, umanità e tragedia, tensione e quotidianità. Il giallo italiano non è solo un mistero da risolvere: è una finestra aperta sulle persone. E io, nelle storie, cerco proprio questo: l’ombra e la luce che si danno battaglia dentro i personaggi.

Poi c’è un’altra verità, forse meno poetica ma più pragmatica: i gialli italiani li capisco “a orecchio”. Quel modo di parlare, di muoversi, di discutere, quella gestualità involontaria… se metti un personaggio italiano sulla pagina, io lo sento parlare nella testa. Un detective americano mi piace molto, per carità, ma un maresciallo italiano che indaga in provincia… be’, gioca in casa.

E a proposito di casa: amo profondamente il giallo al femminile. In Italia abbiamo una quantità impressionante di “signore del giallo”, vere regine del cozy crime e non solo. Per restare nella mia Liguria, ho un debole letterario dichiarato per Valeria Corciolani, che seguo sin dai suoi esordi. Ma adoro anche Alice Basso e Serena Venditto, che hanno portato eleganza, intelligenza e ironia nel genere come poche altre. E se ci spostiamo in territori più cupi, non posso non citare Barbara Baraldi, che non scrive noir: lo distilla.

Il bello è che in Italia le scrittrici di gialli non sono “tante”: sono tantissime. Al punto che a volte mi chiedo se non siano proprio loro, più degli uomini, ad aver trasformato il giallo in qualcosa di identitario.

E poi ci sono le mie due regioni. La Liguria, con i suoi vicoli stretti e i suoi orizzonti larghi, sembra fatta apposta per nascondere segreti: non stupisce che proprio qui siano nate alcune delle voci più brillanti del giallo italiano contemporaneo.

La Toscana, invece, è una terra dove il genere poliziesco ha una tradizione importante, soprattutto al maschile: scrittori solidi, riconosciuti, spesso capaci di trasformare la provincia in un palcoscenico complesso e affascinante.

Io, paradossalmente, con molti di loro non ho avuto modo di confrontarmi di persona. I miei scambi più frequenti — quelli in cui si parla di trame, personaggi e del perché le idee migliori arrivino sempre nel momento meno opportuni — sono spesso con autori di altre regioni. Ma questo non toglie nulla: anzi, forse conferma che il giallo italiano è un’unica grande famiglia… dispersa geograficamente, ma concentrata quando si tratta di coltelli, alibi e depistaggi.

In fondo, questa è la verità: leggo gialli italiani perché ogni autore, ogni autrice, porta un pezzo del nostro Paese dentro la storia. E quando li metti tutti insieme — Liguria, Toscana, Piemonte, Campania o Sicilia, non importa — ottieni un coro che per me è irresistibile. Un coro che parla di mistero, certo… ma anche di noi.

D. Siamo all’ultimo miglio, quello che riguarda “Il redento”re. Ti chiederei di dirci qualcosa circa spunto che ti ha ispirato, sulla tinta decisamente noir che hai dato all’opera, nonché sulla curvatura religiosa e sul rilievo che in essa, oltre a Siena, ha anche Firenze. Se ci sono poi domande che ancora nessuno ti ha fatto su questo romanzo, ti invito a sfruttare l’occasione per (auto)proporle.

E. G. Quando parlo de Il redentore mi sembra sempre di fermarmi un attimo prima di entrare in una stanza buia: so cosa ho messo lì dentro, ma ogni volta mi sorprende vedere come cambia, a seconda di chi lo guarda.

Lo spunto iniziale è nato come nascono le idee che non ti lasciano in pace: da una domanda semplice che, però, ha un’ombra molto lunga. Che cosa succede quando qualcuno confonde la redenzione con il controllo? Quando una convinzione – religiosa, morale, personale – invece di illuminare, acceca? Da lì è venuta la tinta noir del romanzo, quasi inevitabile. Era una storia che non poteva essere raccontata alla luce del sole: aveva bisogno di ombre, di silenzi, di quella tensione che in certi vicoli – reali o interiori – si attacca alla pelle.

La componente religiosa non nasce da un mio slancio spirituale. Con la fede ho un rapporto distaccato; la rispetto, ma non la frequento. Da scrittore, però, mi interessa moltissimo: le sue simbologie, i suoi riti, le sue contraddizioni sono un terreno narrativo vastissimo. In Il redentore la religione non consola e non guida: è una maschera. È il sipario dietro cui la follia si veste bene per sembrare altro. Il romanzo non parla di spiritualità, ma di cosa accade quando qualcuno usa quell’immaginario come strumento. È un gioco di specchi deformanti, non una lezione di catechismo.

E poi c’è la geografia del romanzo, che è un personaggio essa stessa. Siena dà il respiro cupo della provincia che non dimentica, che osserva, che giudica anche quando tace. Le colline intorno, i borghi, i silenzi… hanno un peso specifico nella trama. Firenze, invece, entra con un’energia diversa: è la città che si muove, che incrocia storie. È il luogo d’origine di mezza squadra investigativa, una squadra che arriva con il pragmatismo toscano, il passo deciso e quella capacità di guardarti come se avessero già capito se stai dicendo la verità o no. Le due città si parlano, si rispondono, in qualche modo si sfidano. Siena è l’enigma; Firenze è la lente che prova a decifrarlo.

E forse è proprio questo che mi piace de Il redentore: l’idea che ogni luogo – Siena con le sue ombre lunghe e Firenze con il suo passo più razionale – non sia soltanto un palcoscenico, ma una lente che distorce, amplifica, altera. E dietro quella lente, a un certo punto, tutti i personaggi sono costretti a guardare qualcosa di sé che non avevano mai davvero messo a fuoco.

Una domanda che nessuno mi ha ancora fatto?

“Forse la più semplice: chi è davvero il ‘redentore’ del titolo?”

Perché non è detto che coincida con il colpevole. Né con chi si crede dalla parte giusta. Il “redentore” può essere chi salva, o chi pensa di farlo. Chi manipola o chi si lascia manipolare. Nel romanzo ci sono più personaggi che, in modi diversi, provano a “redimere” qualcuno, o qualcosa. E la cosa divertente, almeno per me, è che il lettore potrebbe arrivare in fondo con un’idea diversa da quella da cui ero partito io.

E allora la domanda resta lì, senza risposta definitiva: chi merita davvero quel titolo?

Credo che ciascuno debba arrivare al suo personalissimo modo di decifrarlo.

Il dubbio con cui ci lascia l’autore, che nuovamente ringrazio per la ricchezza di elementi che ha fornito durante l’intervista, trova riscontro anche in due ironiche foto da lui messe in rete, nelle quali oscilla tra la parte di ladro e quella di segugio investigativo.

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Un serial killer terrorizza Siena nell’ultimo romanzo di Vincenzo Galati

Vincenzo Galati è genovese di nascita ma da alcuni anni si è trasferito in Toscana, prima in Valdelsa poi nelle campagne della Val d’Orcia, e di tale trasferimento anche la sua attività letteraria ha finito per risentirne. I primi romanzi da lui pubblicati infatti, oltre a avere spesso un tono più leggero, erano ambientati nella sua Liguria, mentre la sua ultima fatica letteraria “Il redentore” è un crime thriller di forte impatto ambientato a Siena e dintorni.

In questa sua ultima opera Siena, lungi dall’essere una semplice cornice, acquista un notevole rilievo, grazie a una narrazione curatissima nella topografia e nel descrivere le sue emergenze artistiche non meno che puntuale nei riferimenti alle diverse contrade e ai risvolti palieschi. Certo, come ogni autore che si rispetti, anche Galati non rifugge da licenze poetiche , come quando immagina la presenza di un mercato ittico a Siena oppure colloca una conceria nella via principale di San Gimignano.

L’accostamento alla realtà senese è poi favorito dalla padronanza nello scrittore della colorita parlata toscana, che fiorisce di volta in volta sulla bocca di numerosi personaggi:

«O icché voi che anche il più incallito pervertito potesse trovallo attraente?»

«E se ’un è questo il legame tra le vittime, qual è allora?»

«’Un lo so, ma col tempo lo capiremo.»

«Secondo me dovremmo mette’ da parte tutti i pregiudizi e ricomincia’ da capo. Lara, forse finora un s’è capito ’na sega.»

«Sa com’è, senza lilleri ’un si lallera. Tra un pochino mi tocca abbassare il bandone.»

Questa ricchezza espressiva del discorso diretto tende però a diradarsi via via che l’indagine si sviluppa e il precipitare degli eventi forse consiglia l’uso di un lessico più preciso e di immediata comprensione nel lettore.

Su questo contesto ambientale, per più versi affascinante, cala l’ombra dell’assassino seriale. Sia Riccardo Pedraneschi (nel romanzo L’enigma dello scorpione) sia Fausto Tanzarella (nei romanzi Il cerchio del fantasma e I giorni del corvo) sia Luigi Bicchi ( nel romanzo I tarocchi di Costanza) hanno recentemente narrato casi di serial killer all’opera a Siena.

A caratterizzare l’opera di Galati, come appare evidente già dal titolo, è però la vena religiosa del maniaco criminale, per cui le citazioni bibliche nonché la descrizione di momenti liturgici costellano il testo.

Vincenzo Galati

Gli omicidi, spesso cruenti e efferati oltre che connessi da un preciso rituale, si susseguono in una sequenza insolitamente lunga in base all’ordine maniacale seguito dall’assassino. Su questa serie di delitti indaga un team di poliziotti composto quasi interamente da fiorentini, un po’ come Les Italiens di Pandiani all’opera a Parigi. A guidarli è il commissario Malaspina, che può vantare una brillante carriera allo SCO, finita poi in un vicolo cieco a causa del riemergere delle ombre del suo passato. I tormenti di Malaspina sono spesso al centro del racconto: abbandonato dalla moglie che mal tollerava la sua assoluta dedizione al lavoro, il suo animo è oppresso da sciagurate vicende giovanili capitate a Firenze, che l’hanno spinto a diventare poliziotto minando però al contempo le sue relazioni con i familiari.

Nella prima parte del romanzo la narrazione di questo passato fiorentino si snoda difatti in parallelo con lo svilupparsi dell’indagine, e intriga molto il lettore. Fino a che, interrompendosi senza fornire risposte su aspetti cruciali, lascia intendere che i nodi irrisolti sono destinati ad aggrovigliare la matassa delle indagini sui delitti senesi.

La parte finale del romanzo, peraltro piuttosto prevedibile almeno a partire dalla riproposizione del “bacio di Giuda”, conserva tutta la sua intensa drammaticità. E in effetti la soluzione del caso permetterà a Malaspina di fare fino in fondo i conti con i propri demoni interiori.

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Una detective in tonaca: Suor Isabella di Valentina Morelli

Esiste una copiosa produzione di cozy mystery in Germania ambientati in Italia e assai spesso in Toscana. Raramente però queste opere vengono tradotte in italiano, per cui pare opportuno soffermarsi su uno di questi rari casi. Si tratta di Morte a mezzogiorno di Valentina Morelli, prima di una lunga serie di opere ambientate nell’immaginaria San Commadità, paesino posto sulle rive del Serchio, a monte di Lucca ma non lontano dal litorale ligure. La Agfa Egmont purtroppo non ha finora dato seguito, dopo questa uscita del 2022, ad altre traduzioni, segno evidente della difficoltà di incontrare il gusto dei lettori italiani.

Valentina Morelli non nasconde certo le sue origini e per il pubblico dei lettori tedeschi già in copertina vellica le loro simpatie per il Bel Paese con una tipica espressione italiana (nel caso di questa serie di gialli è “dolce vita”). La protagonista dell’indagine è poi una suora, Isabella, che deve confrontarsi con l’imprevista morte di una sua consorella, Maria Raffaella, gettata da mani assassine giù dal campanile del convento di San Commadità. Isabella ha fin dall’infanzia una fede profonda e l’Autrice si rivela piuttosto abile nel ricostruire la sua psicologia e le sue radicate motivazioni nel seguire la vita monastica, e inoltre può contare su un intuito e uno spirito di osservazione molto sviluppati.

Sullo sfondo di un paesino di maniera con la figura ingombrante del Sindaco interessato a salvaguardare l’immagine di un abitato tranquillo ad aiutarla nelle indagini, che stentano ad avviarsi nel vano tentativo di ricondurre il delitto a una morte accidentale, è soltanto il giovane carabiniere Matteo Silvestri. Dotato di scarso acume ma di molta buona volontà, il carabiniere ha il merito di fidarsi delle intuizioni di Suor Isabella e di fornirle le informazioni a cui soltanto lui può attingere. Si trova peraltro ad essere l’unico effettivo di quell’avamposto di legalità e l’ambiente in cui opera non è certo dei più stimolanti:

La stazione dei carabinieri era poco più di un ufficio con attrezzature obsolete e una piccola cella di detenzione che, nel corso degli anni in cui era rimasta inutilizzata, era stata destinata a deposito di mobilio decrepito e computer ancora più vecchi.

Nonostante queste desolanti premesse, alla fine il carabiniere riuscirà, grazie al decisivo apporto di suor Isabella, a mostrarsi pienamente degno del ruolo di tutore della legge e a far crescere di molto la propria autostima. Nell’epilogo di questo primo romanzo tra suor Isabella e il giovane carabiniere si instaura un rapporto di autentica stima e di fiducia reciproca, con la consapevolezza di formare una squadra investigativa pronta ad affrontare tante altre prove.

Nell’ambito della letteratura poliziesca spetta certamente all’inglese Gilbert Keith Chesterton il merito, con il suo celeberrimo Padre Brown, di avere dato risalto agli investigatori in tonaca. A quel prototipo si sono in vario modo rifatti molti giallisti, da Ellis con il suo fratello Cadfael fino al don Michele Lepri di Enrico Solito. La suora più abile nel risolvere i delitti è però certamente Sorella Fidelma, personaggio creato da Peter Tremayne protagonista finora di ben ventotto romanzi e due raccolte di racconti Nei suoi gialli storici, ambientati nell’Irlanda e nell’Inghilterra del VII secolo, la religiosa scioglie misteri non di rado legati agli intrighi dei potenti.

In confronto le situazioni in cui viene coinvolta la Suor Maria Isabella di Valentina Morelli hanno implicazioni molto meno rilevanti , a partire proprio dall’uccisione della sua consorella, avvenuta come si scoprirà alla fine per motivi piuttosto banali.

Certamente nella tradizione letteratura italiana, Paese che Valentina Morelli considera la sua terra d’elezione, tornerebbe pure alla memoria la Gertrude manzoniana, la cui vicenda criminosa tra le mura di un chiostro è ispirata a un delitto realmente avvenuto, e il più recente Il nome della rosa di Umberto Eco. Viene però il sospetto che, dato che il carabiniere si chiama Matteo e Suor Maria Isabella si sposta in bicicletta, le ispirazioni della Morelli non siano state solo letterarie. Anche perché, oltre a Don Matteo televisivo, non si può negare che le suore investigatrici sul piccolo schermo siano più numerose che sulla carta stampata ( tra le altre Sister Boniface, costola proprio del Padre Brown televisivo, in Inghilterra, soeur Therese in Francia, la suor Angela di “Che Dio ci aiuti in Italia” e così via).

In ogni caso, se davvero le vie del Signore sono infinite, pare quantomai opportuno che i suoi ministri e le sue ministre battano anche quelle dell’acume investigativo per evitare che il Maligno trionfi.

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Murder in Chianti: Un Giallo toscano da non perdere

Una nuova brillante recensione di ALBERTO BICCHI a un mistery di autrice straniera ambientato in Toscana.

Godersi la tranquilla località del Chianti coltivando un piccolo orto e vivendo a contatto con i parenti della defunta moglie, che lì era nata e cresciuta. Questa è l’ambizione dell’ex detective newyorchese Nico Doyle, protagonista di Murder in Chianti, trasferitosi da circa un anno a Gravigna, immaginario paesino tra Firenze e Siena. La sua routine quotidiana viene interrotta dal ritrovamento di un cadavere. Per quanto in pochi conoscano il suo passato impiego come poliziotto della squadra omicidi, per Nico si rivelerà impossibile non fornire un contributo alla risoluzione del mistero.

Nico stomach clenched. It wasn’t the sight that got to him – during his nineteen years as a homicide detective, he’d seen worse and quickly numbed to it. No, it was the surprise of finding a body here. He’d walked away from that job, his old life, and come to Italy and find peace. He wanted to be near Rita, near her family, and far from violent death. Murder seemed to have no place in the beautiful Chianti Hills.”

Lo stomaco di Nico si strinse. Non era la vista che lo sconvolgeva… durante i suoi diciannove anni come detective della squadra omicidi, aveva visto di peggio, e si era rapidamente assuefatto a quello. No, era la sorpresa nel trovare un corpo lì. Si era allontanato da quel lavoro, dalla sua vecchia vita, ed era arrivato in Italia per trovare la pace. Voleva essere vicino a Rita, alla sua famiglia, e lontano dalla morte violenta. Non sembrava esserci posto per l’omicidio nelle bellissime colline del Chianti.”

Il romanzo, scritto da Camilla Trinchieri e pubblicato nel 2019 in lingua inglese, è il primo di una serie che attualmente conta cinque racconti gialli, tutti ambientati in Toscana (l’ultimo, Murder in Pitigliano, è uscito quest’anno). L’autrice, nata nel 1942 e figlia di padre italiano e madre americana, ha trascorso l’adolescenza a New York; da qui, una volta laureatasi, si è trasferita a Roma. Nella capitale ha collaborato con importantissimi nomi del cinema italiano come assistente al doppiaggio. Nel 1980 è tornata a vivere a New York, dedicandosi alla scrittura e ottenendo la cittadinanza italiana.

Durante lo svolgimento delle indagini, in cui Nico supporta il maresciallo dei carabinieri Perillo, vengono toccate o citate varie località del Chianti realmente esistenti (Panzano, Greve, Radda), oltre a San Gimignano, Siena e Firenze. Questo elemento di realismo è accentuato da una descrizione abbastanza minuziosa, seppure a tratti leggermente stereotipata, di usi e costumi della tradizione italiana e toscana, rintracciabili ad esempio nella descrizione delle differenze in termini di abitudini tra gli abitanti del luogo e il maresciallo (di origini meridionali). Tra i vari personaggi di maggiore o minor rilievo troviamo più o meno le tipiche figure delle piccole realtà italiane (il ristoratore, il barista, il macellaio, etc.). Non sono rari accenni alle trasformazioni economiche e sociali subite da queste piccole località nel corso dei decenni. Del resto, la stessa autrice, nella postfazione, sottolinea di aver fatto le dovute ricerche frequentando i luoghi del Chianti.

A pink-gray light had begun to scale the surrounding hills. It was time] to go back and prepare the tomatoes. No going off in his old Fiat 500 to the town’s only café, Bar All’Angolo. The friendly bar owners; the schoolchildren, mothers and workmen crowding the counter; and the tourists sprawling over the tables made him feel less lonely, and the delicious whole wheat cornetti that came fresh from the oven made the place all the more tempting. This morning, however, Nico was happy to break his routine. He had a job to do.”

Una luce rosa-grigio aveva iniziato a arrampicarsi sulle colline circostanti. Era tempo di rientrare e preparare i pomodori. Niente viaggio con la sua vecchia FIAT Cinquecento fino all’unico caffè del paese, il Bar All’Angolo. I proprietari amichevoli, gli scolari, le mamme e gli operai che affollavano il bancone, e i turisti stravaccati sui tavoli, e i deliziosi cornetti integrali che uscivano direttamente dal forno rendevano il posto ancora più allettante. Quella mattina lì, però, Nico era contento di rompere la propria routine. Aveva un lavoro da compiere.”

Tra gli spaccati di vita di paese, il cagnolino che ha adottato (e che lo aveva condotto alla scoperta del cadavere), i vigneti e gli odori della cucina toscana, Nico si troverà costretto a vestire di nuovo i panni del poliziotto, anche a costo di gettare luce su un passato torbido che rischia di coinvolgere il paese e le persone a lui più care.

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Vincent Ollivier: un giallo ad alta tensione

Ad arricchire la sezione dedicata alle opere ancora non tradotte nella nostra lingua, stavolta SCRITTE IN FRANCESE, viene il prezioso apporto di BARBARA BERNARDESCHI, da sempre grande appassionata di polar. Barbara è nata e vive a Poggibonsi, e insegna lingua e cultura francese all’Istituto Superiore San Giovanni Bosco di Colle di Val d’Elsa. Nel corso di 20 anni di attività ha fatto anche esperienza di insegnamento universitario presso la Buffalo University nella sezione distaccata di Siena  e presso la Facoltà di Scienze Politiche dello stesso Ateneo. 

Barbara Bernardeschi

Toscane è il romanzo di esordio di Vincent Ollivier avvocato penalista francese.

In Toscane (pubblicato in Francia dalla casa editrice Flammarion nel 2018) Ollivier mette in scena una piccola comunità legata dalla passione per l’equitazione nel contesto di una vacanza estiva nella campagna toscana senza identificarne la localizzazione precisa.

Dans ce domaine équestre, de tels bruits résonnaient plus étrangement que partout ailleurs. Nous étions une dizaine à prendre nos vacances ici, tous animés de la même passion.”

“In questo ambito equestre, tali rumori riecheggiavano più stranamente che dappertutto altrove. Eravamo una decina a trascorrere le nostre vacanze qui, tutti animati dalla stessa passione.”

La Toscana ha una lunga tradizione equestre basti pensare alla Maremma, un angolo selvaggio nella regione tirrenica che vanta una propria razza, il cavallo maremmano appunto, una bestia forte, destinata al lavoro con il bestiame. Da non dimenticare la tradizione equestre legata a diverse corse a cavallo che si svolgono in più città toscane come Arezzo, Fucecchio, Castel del Piano. Il Palio di Siena tuttavia resta la più famosa, una vera eccellenza, che rappresenta la realtà senese legata al folklore del Medioevo.

Ollivier costruisce un contesto calmo di piena serenità in cui i personaggi godono della natura e si dilettano con i cavalli.

Les cyprès flottaient dans le vent toscan, au même rythme que les parasols de la piscine. La brise apportait les senteurs du bois encontrebas, les bruits des écuries, de temps à autre un hennissement. Parfois montaient aussi quelques exclamations, lancées de ce ton de voix si particulier, rogue et doux, celui que l’on emprunte pour s’adresser aux chevaux. Tout était calme. Les enfants, qui regardaient un film dans la petite maison depuis le début de l’après-midi, ne troublaient plus cette sérénité de leurs cris.”

“I cipressi ondeggiavano nel vento toscano, allo stesso ritmo degli ombrelloni della piscina. La brezza trasportava i sentori del sottobosco, i rumori delle scuderie, di quando in quando un nitrito. Talvolta arrivava anche qualche esclamazione lanciata da questo tono di voce molto particolare, rauco e dolce, quello che si assume per rivolgersi ai cavalli. Tutto era calmo. I bambini, che guardavano un film nella piccola casa dal primo pomeriggio, non disturbavano più questa serenità con le loro grida.”

Questo mondo idilliaco viene turbato da tre colpi di pistola, che riveleranno un altro volto della società tranquilla e serena che ruotava intorno ad una pacifica vacanza equestre estiva nel cuore della Toscana.

La première détonation pulvérisa le silence avec la netteté d’un marteau fracassant un vase. La seconde nous leva brutalement de nos transats. Elle nous fit tourner la tête, d’abord en direction du bruit, puis des autres. Chacun cherchait dans le regard de son voisin un apaisement, une explication, mais n’y trouvait, comme dans le sien, qu’incompréhension et inquiétude. Le troisième coup de feu nous fit tous détaler vers les cyprès qui bordaient la piscine. Dissimulés derrière leurs troncs, pas si épais, il nous fallut de longs instants pour qu’une fois le silence revenu notre courage fasse de même.”

“La prima detonazione polverizzò il silenzio con la nitidezza di un martello che frantuma un vaso. La seconda ci fece alzare brutalmente dai nostri lettini. Ci fece girare la testa, prima in direzione del fracasso, poi degli altri. Ognuno cercava nello sguardo del proprio vicino un sollievo, una spiegazione, ma ci trovò soltanto, come nel suo, incomprensione e inquietudine. Il terzo colpo da arma da fuoco ci fece scappare tutti verso i cipressi che fiancheggiavano la piscina. Nascosti dietro i loro tronchi, non troppo spessi, occorsero lunghi istanti affinché una volta ritornato il silenzio anche il nostro coraggio facesse lo stesso.”

Il triplice omicidio scopre allora gli anfratti più reconditi di una coppia di inglesi benestanti, di un cinico uomo d’affari e di due militari americani in missione in Afghanistan rivelando l’indole di vite preoccupate ad accaparrarsi ricchezze materiali per nascondere i fallimenti delle loro esistenze. Il denaro diventa allora il tema centrale del romanzo, condizione esistenziale legata al successo sociale e motore delle azioni dei suoi protagonisti.

Elle s’angoissait horriblement en se peignant sous les traits d’une pauvresse. Depuis la ruine de son père, elle avait vécu dans cette peur du déclassement, de cette incapacité de tenir son rang, qui était, pour elle, synonyme de misère.”

“Linda si angosciava terribilmente dipingendosi con i tratti di una poveraccia. Fin dalla rovina del padre, la ragazza aveva vissuto con questa paura del declassamento, dell’ incapacità di mantenere il suo rango sociale, che era, per lei, sinonimo di miseria.”

Vincent Ollivier

L’ironia tranchante e l’humour di Ollivier, un intrigo machiavellico e il ritmo incalzante della narrazione sullo sfondo di una Toscana legata alla tradizione equestre rendono questo giallo incalzante e mozzafiato.

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