Apprendere più lingue è un obiettivo formativo sempre più irrinunciabile, vista la complessità del nostro mondo e l’opportunità di viaggiarlo. E se è vero che gli strumenti multimediali oggi disponibili forniscono degli ausili solo qualche decennio fa impensabili, resta il fatto che la lettura di opere in lingua originale consente un approccio completo al contesto culturale di cui si vuole conseguire una competenza linguistica e comunicativa. Negli ultimi tempi però la propensione alla lettura dei giovani studenti si è molto indebolita: da qui l’esigenza di proporre loro dei testi ad un tempo chiari e accattivanti, come da sempre sono i gialli.
Fa piacere quindi poter esaminare, tra i tanti libri di genere poliziesco destinati a coloro che vogliono apprendere la nostra lingua, un’opera ambientata in località caratteristiche della nostra Toscana. Si tratta di “Delitto in Piazza del Campo”, destinato a quanti desiderano conseguire la certificazione a livello B1 e firmato da Maria Luisa Banfi e Simona Gavelli. Il testo, pubblicato dalla Cideb nel 2003, ha avuto un buon riscontro e difatti risulta ancora disponibile sul catalogo per docenti e studenti. Più esattamente di esso la Banfi ha steso il testo, funzionale a proporre a studenti alle prime armi con l’italiano termini di uso corrente ma anche espressioni idiomatiche; la Gavelli lo ha arricchito con pochi ma efficaci disegni, in grado di rappresentare visivamente i principali personaggi e i diversi ambienti in cui la trama si svolge, favorendo l’assimilazione del lessico specifico.
Protagonista dell’indagine sul delitto di una donna trovata morta a Siena nei giorni che precedono il Palio è un giornalista, Paolo Ferretti, giunto lì proprio per seguire la tradizionale corsa senese ma obbligato dal suo direttore a scrivere sul nuovo, imprevisto fattaccio. Ferretti, un cinquantenne piuttosto grasso che ricorda nelle movenze impacciate Nero Wolfe, è tutt’altro che entusiasta ma accetta per dovere di servizio l’incarico e vi si applica con acume. Ben presto, grazie alle informazioni che attinge per lo più durante i lauti pranzi che consuma nelle osterie senesi in compagnia di persone informate sui fatti, si rende conto che il principale indiziato dell’omicidio, il conte Gualtiero Gualdi nel frattempo resosi irreperibile, probabilmente non è il vero colpevole del delitto. Per dimostrarlo si sottopone anche al tremendo sforzo di portare in auto i suoi centoventi chili, mentre la calura estiva imperversa, fino alla tenuta del conte nei pressi di San Gimignano. Gli indizi che riesce via via a raccogliere, insieme a una buona dose di fortuna e a un coraggio che nemmeno lui supponeva di avere, lo porteranno a risolvere il caso prima del provvidenziale intervento del commissario Maccari e dei suoi poliziotti.
Sebbene scandita in dieci capitoletti, l’opera è breve e con una trama necessariamente semplificata, non priva di indizi che si lasciano facilmente interpretare anche da un lettore non troppo smaliziato di racconti polizieschi. A intervallare il testo vi sono poi eserciziari e utili schede di approfondimento dedicate alla storia di Siena e delle sue fonti, al Palio, ma anche a San Gimignano e alle sue torri. Le illustrazioni, rare e essenziali, colgono Ferretti mentre sorseggia il caffè o consuma un pasto seduto davanti a un buon fiasco di Chianti, come pure presentano un bicchiere e una caraffa pieni di vernaccia o gli iconici cipressi della campagna sangimignanese. Perché certamente i giovani studenti stranieri avranno molto apprezzato, insieme allo sviluppo dell’indagine, l’incomparabile bellezza del territorio senese e i suoi tipici prodotti enogastronomici.
Forse non tutte le zone del pianeta possono offrire una tale ricchezza estetica e culinaria agli intrecci polizieschi, ma certamente l’Italia ne abbonda. Non stupisce quindi che nella stessa collana della Cideb siano state pubblicate varie storie poliziesche ambientate in molte città italiane, compreso una che si svolge a Firenze e su cui magari torneremo in altro momento.
Ora conviene piuttosto segnalare le recenti collane edite da Giunti, “L’inglese in giallo” e “Lo spagnolo in giallo”che mirano a stimolare lo studio di queste lingue tra i nostri studenti. Va peraltro ricordato che esistono ormai da decenni nei diversi Paesi case editrici che si sono distinte nella pubblicazione di opere poliziesche funzionali al conseguimento dei diversi livelli di certificazione non meno che a educare le nuove generazioni a questo particolare genere narrativo. Tra di esse, consigliate dai docenti e utilizzate con profitto da molti studenti, al momento non sono tuttavia state rinvenute opere ambientate in Toscana. Ma l’indagine, come è d’uopo dire in questi casi, è ancora in corso.
Il 2025 si apre con l’interessante intervista a Walter Vettori, autore che ha già ambientato ben tre romanzi polizieschi nella sua San Gimignano.
Walter Vettori
I. Anzitutto vorrei chiederti come è nata la tua passione per la scrittura.
W. V. Esattamente non so spiegarmelo neppure io. Fondamentalmente la spinta me l’ha data il bisogno di ricordare, in qualche modo, mio padre. Il nostro è sempre stato un rapporto, diciamo, difficile. Probabilmente quello che era tra padri e figli negli anni ’60. Lui è morto di un tumore nel 1986 e io gli ho fatto le ultime 23 nottate, trascorse fra iniezioni di morfina e racconti. L’ho conosciuto in quelle notti e probabilmente lui ha conosciuto me. Da allora ho pensato che avrei, prima o poi, scritto qualcosa di noi due. Finalmente nel 2017 sono andato in pensione e in poco tempo è nato “Ventitré notti” il nostro libro, mio e suo. L’ho scritto di getto con l’intenzione di stamparne una sola copia e tenerla nella mia libreria per far conoscere, a coloro della mia famiglia che mi sarebbero succeduti, questa storia. Fu Giovanna Frandino che mi spinse a pubblicarlo tramite un editore perché, secondo lei, valeva la pena farlo conoscere a più persone possibile. Mi rivolsi a Luca Betti, che ancora oggi ringrazio, perché lui credette nella mia scrittura e decise di pubblicare il libro. Fu così che ne furono vendute circa mille copie. Tutto il mio guadagno fu investito in opere alla Casa-famiglia San Michele a Strada e ancora oggi, che sono ormai al quarto libro, continuo a elargire i guadagni in beneficenza. Fondamentalmente, oggi, scrivo perché mi diverto, non è importante quante copie vendo e quanti premi vinco, è importante sentirmi bene con me stesso e, come ho detto, divertirmi.
I. A un certo punto però è avvenuto il tuo passaggio al genere poliziesco, e hai scritto “Il caso Novotna“.
W. V. Una mattina come tante, semi sdraiato sul divano con il computer sulle gambe, questo è il modo con il quale scrivo, sentii una battuta di caccia al cinghiale nel bosco del comune, da casa mia si sentono spesso spari e grida. Mi ricordò la scena del film “Il Cacciatore” quella in cui Robert De Niro spara al cervo. Mi venne in mente anche che nello scrivere di tanti personaggi caratteristici in “Ventitré Notti” mi ero scordato di Galliano Borghesi lo spazzino. Un lampo e decisi di farlo diventare il protagonista principale di un giallo, poi diventato addirittura una trilogia che ho completato a giugno 2024 traendone numerose soddisfazioni. Un grazie di cuore a Giuliana e Mario che mi hanno permesso di trasformare il loro babbo in un novello Poirot. Comunque, non mi sento un giallista anche se questo filone di scrittura mi affascina. Sto già lavorando ad un quinto libro che sarà ambientato nel medioevo. Voglio comunque rassicurare tutti gli amici appassionati del noir, i protagonisti della trilogia sono solo andati in vacanza, chissà che non li ritroveremo all’opera presto.
I. Potresti dirci quali sono le tue preferenze fra gli autori di genere giallo- noir?
W. V. Confesso di non essere mai stato un gran lettore di questo filone, se si escluse Follett, I bastardi di Pizzofalcone di De Giovanni, Carofiglio e Zafon, perché ho sempre dato la preferenza ad altri tipi di letture. Oggi ancor di più, non voglio essere influenzato da altri autori nell’ambientare e sviluppare i miei racconti, anche se basta accendere la televisione per essere tempestati da serie del genere; devo dire che qualcuna è costruita bene e quindi trae spunto da racconti interessanti, altre secondo me sono inguardabili. Per quanto riguarda le autrici, la mia preferenza è abbastanza scontata avendo letto in gioventù molti libri con protagonista Poirot e altri con Miss Marple.
I. Per certi versi la protagonista assoluta della trilogia è proprio la San Gimignano degli anni ’70. Come ti è venuto in mente di collocare le storie in quel periodo?
W. V. Ho scelto di ambientare i miei tre gialli nella San Gimignano della mia giovinezza, quella vera dove pullulavano bar, macellerie, pizzicagnoli, dove i bambini giocavano a pallone per le strade, oppure a rimpiattino, mosca cieca, le belle statuine, bori, tappini, dove si lasciava la chiave nelle porte, dove ci si aiutava in ogni senso. E poi non ci scordiamo che per avere un Galliano al top, quello doveva essere il periodo. Oggi sarebbe improponibile lo spazzino che gira con il carretto. Come ho detto, tutto è cominciato con l’aver dimenticato Galliano in “Ventitré notti” e in effetti, nei primi capitoli di quel libro, c’è tutta l’ambientazione e la vita della cittadina. Era il tempo nel quale i padri insegnavano a guidare la macchina a noi ragazzini ancora adolescenti; io ho imparato a guidarla a 12 anni e a 14 il camion, e come me mio cugino e tanti altri che non sto a nominare. Ma la cosa principale di quegli anni era la collaborazione che si riscontrava tra le famiglie, collaborazione che si trova tra i vari personaggi diventati tutti un po’ detective: il cacciatore, il vecchio rivoluzionario, ecc.
San Gimignano in una cartolina del 1975
I. Ho apprezzato poi l’importanza che ha il carcere, soprattutto nel secondo romanzo della trilogia, nello sviluppo narrativo, dato che in Italia la letteratura carceraria è davvero molto povera.
W. V. Il carcere di San Gimignano è sempre stato un luogo impenetrabile per i cittadini. Si trovava proprio al centro del paese dove nei tempi passati c’era un convento domenicano. Io l’ho vissuto da ragazzino come una frontiera senza passaporto per superarla. Mi affascinavano i racconti di un mio parente secondino, addetto alla falegnameria; un tempo si lavorava all’interno del carcere. Ho vissuto le rivoluzioni dei carcerati, appollaiati sul tetto e le fughe che talvolta ci sono state. Ho deciso ne “Il Cofanetto di Madreperla” di dare la dovuta importanza a un pezzo della storia cittadina. Finalmente dopo anni sono riuscito a farmi portare a vedere le celle, lo spazio per l’ora d’aria, gli uffici, così da poter dare un senso un po’ più realistico alle mie fantasie. Naturalmente Hasim Ylmaz, Calogero Caruso e altri non sono mai esistiti veramente ma, ognuno di coloro che sono stati in quelle celle potevano essere i miei Hasim e Calogero.
Camminamento di sorveglianza sulla cinta del vecchio carcere “San Domenico”
I. Mi viene inoltre da notare che nelle tue storie l’attrazione sessuale e l’avidità di denaro sono, oltre che aspetti ben profilati, anche gli unici moventi delle azioni criminali.
W. V. Probabilmente sesso e soldi non sono solo i miei moventi prediletti, sono a mio parere quelli che anche oggi danno impulso a delitti efferati. Basta sentire i Tg che, giornalmente o quasi, raccontano di episodi riconducibili a questi moventi. D’altra parte, se togliamo i delitti politici degli anni Settanta, la lotta era sempre per prevalere sugli altri e quindi aver sempre più soldi o per difendere l’onore in caso di tradimenti. I miei racconti non fanno eccezione; in un caso il movente è il sesso, in due i soldi e la sete di potere.
I. Accennavi poco fa alla ricchezza della geografia umana che caratterizza le tue opere, con una “coralità” nello svolgimento delle indagini. Alcune figure tuttavia spiccano, a partire dal già citato Galliano.
W. V. Galliano è l’unico personaggio che ha il nome reale all’interno dei miei libri, l’unico insieme alla moglie (che compare per la prima volta nel secondo) ad essere presente con il vero nome. Ne “Il caso Novotna” nasce quasi per caso o, meglio, nasce da una forzatura che ho fatto. Quando cominciai a scriverlo, dovevo trovare un personaggio che fosse diverso dai tanti ispettori, poliziotti, magistrati, investigatori dilettanti, e quindi cosa poteva esserci di meglio di uno spazzino investigatore? Ed eccolo uscire dalla mia fantasia. Nei vari libri appare come un personaggio ombroso ma sempre pronto a sorridere. In realtà non lo conoscevo così bene, e non ho voluto farmelo raccontare dai suoi figli, uno dei quali è mio coetaneo. Di sicuro aveva la passione per i funghi e non fischiettava “Fin che la barca va” e chissà se veramente è stato un investigatore mancato.
Il “vero” Galliano Borghesi all’opera
I. Non gli è da meno una validissima e sensualissima magistrato, Greta De Angelis.
W. V. Oggi nei romanzi le investigatrici sono nella normalità, anzi sono forse più dei maschi. Negli anni Settanta erano rare, Miss Marple e poche più. Ho voluto dare vita ad un magistrato donna, (la prima risale al 1964) per gratificare un pianeta al quale tutti dobbiamo essere riconoscenti. Greta De Angelis è una donna disinibita e forte, diventata magistrato per andare contro al padre. Nel primo libro appare come una mangia uomini, giovane, bella, senza pudore e ritegno. Piano piano si trasforma fino ad innamorarsi veramente ed a rinunciare alla vita solitaria per inseguire nuovi sogni. Naturalmente anche lei ha connotati ben precisi nella vita reale come del resto tutti gli altri personaggi. Ognuno ha un riferimento preciso in persone che conosco o ho conosciuto. Questo rende più facile scrivere, quando sai che Greta è Tizia, Giacomo è Caio, Gino è Sempronio, non devi cercare di ricordarti come li hai descritti la prima volta. Sono loro, reali e basta.
I. E cosa mi dici del maresciallo dei carabinieri Glauco Lanfranchi?
W. V. Tanti sono stati i marescialli che ho conosciuto a San Gimignano, ma nessuno di loro mi ha ispirato Glauco. È un personaggio di pura fantasia. Un uomo semplice e allo stesso tempo complicato, con le sue manie e le sue certezze. Il trarre ispirazione dal bosco e dai cipressoni e anche il suo camminare scalzo sono la parte strana del suo essere. L’amore per la moglie e l’attrazione per Greta la normalità. Anche lui ha una evoluzione, nel primo libro non fa una grande figura per poi assurgere agli allori nell’ultimo.
I. Confesso che ho un debole per Giovanni Gentili, che mi sembra una perfetta incarnazione della sub-cultura rossa toscana.
W. V. Il primo libro è ambientato nel 1974, anni rossi, almeno per San Gimignano. Gli echi della guerra erano sì assopiti, ma ancora vivi nella testa delle persone. Coloro che erano stati partigiani vivevano nitidi nei ricordi e nella realtà. A me serviva un personaggio del genere, uno che fosse ancora in lotta con tutto e con tutti, così ho inventato Giovanni traendolo da tre partigiani ai quali ero particolarmente legato. Le sue manie: leggere la Nazione sulla terza panchina del piazzale Martiri di Montemaggio, il suo fumare la pipa, il fazzoletto rosso al collo, ne fanno sicuramente uno dei personaggi più amati della trilogia.
I. Sullo sfondo a completare la squadra vi è anche il medico legale, Celestino Sbrana, figura che lega San Gimignano con l’allora ospedale Santa Maria della Scala di Siena, divenuto nel frattempo importante sede museale.
W. V. In effetti è un personaggio marginale, appare poche volte e non sempre ha le risposte esaustive per aiutare gli investigatori. D’altra parte, gli strumenti a cui si poteva accedere in quel tempo erano molto diversi da quelli di oggi. Appare quasi come un topo di laboratorio anche se la vista di Greta riesce a smuovergli tutti gli ormoni maschili.
I. Tra i “cattivi” hai dato invece grande risalto a Gustav Cerny.
W. V. Gustav è uno dei personaggi principali e forse più controversi della trilogia. Forse è quello al quale sono più affezionato. Delinquente, sciupafemmine, assassino ma, in fondo in fondo si rivelerà quello che non ti aspetti. Un uomo capace di avere dei sentimenti, capace di innamorarsi e per questo cambiare totalmente vita. Ma sarà la cosa definitiva? Riuscirà a mantenere le sue promesse o tornerà a trafficare donne, droga e altro? Lo scopriremo solo se prima o poi deciderò di scrivere un altro giallo. Per ora lo lasciamo vivere un po’ di vita tranquilla. Per capire l’evoluzione del personaggio occorre leggere i tre libri in sequenza, scavando nel profondo del suo io.
I. Piuttosto significativo, in un caso evidente anche nel titolo, è poi il ruolo svolto nelle vicende da animali, a partire dall’uccisione del cervo con cui inizia la trilogia.
W. V. Il regno animale ci circonda quotidianamente. Nei miei romanzi, il cervo la vipera e il falco sono il degno contorno alla storia. Il cervo rappresenta la maestosità e allo stesso tempo la forza, la vipera la cattiveria subdola, che poi proprio così non è, perché se non la insidi non ti attacca; infine il falco la leggiadria e l’intelligenza. Mentre sono impaurito da ogni tipo di rettile, il falco e ogni animale notturno mi affascinano letteralmente. Vederlo librarsi silenzioso nell’aria, seguendo il vento con piccoli movimenti delle ali, mi dà un senso di libertà. Anche nel prossimo romanzo al quale sto lavorando ci sono un cane, un cavallo e una civetta ad accompagnare Lupo di Ranuccio, il personaggio principale del romanzo.
I. Lo scenario di San Gimignano non racchiude però tutte le attività investigative, che anzi in ciascuno dei tre romanzi si sviluppano in una città straniera e anche, talora, in alcuni centri minori. Immagino che, oltre che per movimentare la trama, questo si debba a tue esperienze turistiche.
W. V. Sì, ormai giunto all’età di sessantasette anni posso dire di aver girato mezzo mondo e di essere un buon viaggiatore, e per questo ho deciso di inserire in ogni libro una o due esperienze di viaggio. Naturalmente dovevo trovare dei posti abbastanza vicini nei quali far arrivare i miei personaggi, sarebbe stato difficile ambientare una storia in Asia o in Africa. La prima scelta è caduta su Praga che ritengo sia una delle città più affascinanti d’Europa. L’ho descritta in inverno, mentre in realtà io l’ho vissuta in estate. Le piazze, i ponti, il fiume sono riportati fedelmente nel mio scritto, mentre i paesaggi invernali sono frutto della mia fantasia, non ho mai visto le barche e il ghiaccio sulla Moldava, ma mi è piaciuto immaginarla così. Nel secondo libro Istanbul è reale così come la scena dei Caicchi sul Bosforo, realmente vissuta in una sera di cattivo tempo. Kunz invece è una mia invenzione, un misto di paesi e caravanserragli visitati fra Iran, Uzbekistan, Turchia che ho fuso e concentrato in uno solo. Nel terzo romanzo come non dare spazio alla Ville Lumiere e a Bordeaux terra di vini? Il vino, nettare importante, gustoso e allo stesso tempo insidioso; capace di fare la felicità e la disavventura delle persone. Da sangimignanese Doc sono dell’opinione che un buon bicchiere di vino, magari di vernaccia, non può che far bene a chi lo beve.
I. Venendo ad aspetti più tecnici, volevo chiederti qualche informazione sulla grafica che ha contraddistinto le copertine delle tue opere.
W. V. Le copertine sono importanti in ogni libro, possono attirare l’attenzione come far passare l’opera inosservata. Per il mio primo romanzo “Ventitré notti” ho scelto un quadro di Mauro Martinucci che ho nel salotto di casa mia. Un uomo cammina sotto la pioggia tenendo un ombrello. Ogni volta che lo guardo mi fa pensare a mio padre che, nonostante abbia cercato di ripararsi dalla pioggia (la sua malattia) e continuare a camminare, mi ha lasciato troppo presto. La copertina del primo giallo è stata scelta dall’editore, io l’ho approvata, anche se non mi aveva entusiasmato troppo, c’era comunque una San Gimignano dark e questo poteva riportare al romanzo. Per gli ultimi due ho scelto di proporre io le copertine e a parer mio sono nati due piccoli capolavori. Duccio Nacci ha creato quella de Il cofanetto di madreperla fotografandosi in piazza del Duomo in una notte nebbiosa. Maurizio Masini ha dipinto quella de Il volo del falco dando sfoggio di tutta la sua maestria. Ringrazio i miei amici per aver creato delle opere impareggiabili.
I. Quello che dicevi sull’intervento dell’Editore mi porta a chiederti qual’è stato il tuo rapporto con il mondo editoriale.
W. V. Ho sempre avuto buoni rapporti con gli editori. Luca Betti è stato il primo a credere in me. Durante l’editing ci sono stati anche momenti di discussione su alcuni brani che riteneva troppo lunghi o superflui; alla fine ha vinto il mio caratteraccio, Ventitré notti è per lo più integro. Con Pegasus sono alla terza pubblicazione e devo dire che il nostro rapporto è meraviglioso. I tre gialli sono praticamente uguali alle bozze che ho mandato. Le correzioni sono riferite soltanto a qualche refuso o a snellimento della punteggiatura, niente più.
I. E del resto che il tuo lavoro sia valido lo attestano i numerosi premi che ti sei finora aggiudicato.
W. V. I premi fanno sempre piacere e sono il riconoscimento che qualcosa di buono è stato fatto. quando sono stato chiamato sul palco quale vincitore del premio Arti Letterarie al Milano International 2021, non riuscivo neppure ad alzarmi, tanta era la commozione. Poi sono arrivati i premi a Cattolica e la partecipazione al Campiello con Il cofanetto di madreperla e infine il Falco ha volato alto su Lugano dove mi è stato assegnato il premio al Switzerland Literary prize 2024. Ma il riconoscimento più bello me lo danno quotidianamente gli amici e i lettori con messaggi e recensioni. Ne ricordo qualcuno: Fiammetta che ha lasciato la presentazione de Il Volo del falco alle otto e trenta del 22 giugno e alle diciannove del giorno dopo lo aveva già divorato. Debora che ha cominciato alle 15 di un sabato Il cofanetto di madreperla e all’una e venti di notte mi ha scritto: “Finito, accidenti a te non ho neanche mangiato”. Ma quello che mi è rimasto più di altri nel cuore è stato il primo che mi arrivò da Giovanni che recitava: “Est est est, meraviglia delle meraviglie, un libro che consiglieremo a tutti. E poi: sai quando un libro è veramente bello? Quando vorresti che non finisse mai. Io sono contento di averlo letto, ma sono dispiaciuto di averlo finito”. Ecco questi sono i veri riconoscimenti anche se poi c’è sempre il rovescio della medaglia, con critiche inaspettate che comunque devi accettare.
I. Un tuo titolo di merito infine è certamente quello di destinare tutte le tue “royalties” alla beneficenza.
W. V. Ribadisco che scrivo perché mi diverto e fortunatamente non ho bisogno di quei pochi proventi che vengono dai miei scritti. Ho scelto di aiutare chi non ha una vita facile e chi non ha un piatto caldo sulla tavola, e ce ne sono tanti purtroppo. Lo faccio con piacere, forse è anche un segno di riconoscenza verso chi mi ha fatto nascere due volte: nel 1982 sono uscito da un coma che sembrava irreversibile, e allora forse qualcuno ha voluto che ritornassi in terra anche per questo. Sono fiero e contento che ognuno dei miei libri abbia contribuito a far star meglio qualcuno che soffre.
Walter Vettori, “Cice” per i sangimignanesi, è nato nella città turrita il 30 ottobre 1957 nella sua casa in via Berignano. Secondo un aneddoto familiare, specchio perfetto di quei tempi, pare che suo nonno Giangio di Bozzolo, arrivando con il barroccio alle sette del mattino e scansando le sue due nonne, sia entrato in camera con il fiasco della verdea e gli abbia spennellato le labbra, ricevendone per tutta risposta un bello schiocco con le labbra.
L’infanzia di Walter non è stata delle più semplici, a causa anche di una leggera balbuzie che ancora oggi a tratti si manifesta, ma in prima elementare, a detta della sua maestra Vittoria Chellini, fu comunque il primo a riuscire a scrivere; sembra che una mattina, non riuscendo Walter a pronunciare bene quello che voleva dire, abbia preso carta e penna e lo abbia messo per iscritto. Stranamente però Vettori ha sempre avuto un rapporto conflittuale con l’italiano scolastico, in quanto era l’unica materia nella quale non eccelleva. A dodici anni comincia a correre in bicicletta con ampie soddisfazioni, fino ai sedici, quando si rompe tibia e perone in sette posti e termina la sua breve carriera. Negli stessi anni giocava pure a biliardo, anche lì con discreti risultati, e questa passione non lo ha più abbandonato.
Una volata vincente del giovane ciclista Walter Vettori
Suo padre Franco, camionista presso la CET di San Gimignano, insegna ben presto a Walter a guidare l’auto e il camion; poi però gli sconsiglia vivamente di seguire le orme paterne e lo convince a iscriversi al corso di Ragioneria, frequentando il “Roncalli” di Poggibonsi.
Il piccolo Walter insieme al padre Franco
Il culmine del suo conflitto con l’italiano si ha proprio in quinta quando nel primo compito in classe prende cinque e mezzo, accompagnato dal giudizio: povero di idee. A distanza di cinquanta anni la sua professoressa di quel tempo è diventata una delle più assidue lettrici delle opere di Walter e continua a meravigliarsi dicendogli: “Pensare che per farti scrivere una pagina di foglio protocollo mi ci volevano ore e ora invece scrivi trecento pagine per ogni libro.”
A gennaio 1977 al primo concorso utile entra a far parte della famiglia MPS, dove rimane fino al 2017. Ricorda con vivezza il suo arrivo il 31 gennaio a Massarosa, appena diciannovenne. Il luogo gli apparve privo di attrattive, e in effetti l’atmosfera rimase grigia fino a giugno, poi però di colpo scoprì l’incanto della Versilia, e tutto cambiò.
Nel 1982 a seguito di un incidente, successogli una mattina mentre andava a lavorare, è rimasto ventitré giorni in coma profondo, tanto che dopo tre giorni i medici prospettarono l’espianto degli organi. Il netto rifiuto della madre ha consentito a Walter di nascere una seconda volta; infatti, con sorpresa di tutti, si è risvegliato nel letto numero cinque della rianimazione dell’ospedale di Pisa. Seppur paralizzato completamente nella parte sinistra del corpo, da subito è stato lucido ricordandosi tutto l’accaduto che poi ha riportato fedelmente in un capitolo del libro “Ventitré notti”. Ha sempre sostenuto di ricordarsi perfettamente il pre e il post coma, ma quei ventitré giorni per lui sono inesistenti. Dopo l’incidente e il coma fu trasferito a Poggibonsi, recuperando grazie alla riabilitazione tutte le sue facoltà; in seguito ha fatto alcune esperienze come direttore in varie filiali, tra cui Radda in Chianti, Casole d’Elsa, Siena Le Scotte.
Felicemente pensionato, oggi trascorre il tempo giocando a biliardo, andando in bici e girando il mondo per quanto possibile. E ultimo ma non ultimo, per proprio diletto ma anche per la gioia dei suoi lettori e dei suoi concittadini, scrive.
Con il Vicesindaco e il Sindaco di San Gimignano, Niccolò Guicciardini e Andrea Marrucci
Ad oggi ha pubblicato: Ventitré notti, Betti Editrice, 2018; Il caso Novotna, Pegasus, 2021; Il cofanetto di madreperla, Pegasus, 2022; Il volo del falco, Pegasus, 2024.
La scultura “Il cofanetto di madreperla”, appositamente creata per celebrare il romanzo e poi donata a Vettori dall’artista Maurizio Masini
Si è aggiudicato i premi: Arti letterarie al Milano International 2021, Arti letterarie a Cattolica 2023, Switzerland Literary Prize 2024 a Lugano.
Attualmente sta scrivendo il suo primo romanzo storico, “La quarta gemella”.
“Poggibonsi è stata evacuata” cantava alcuni decenni fa Milva, su testo di Franco Battiato e Giusto Pio. Se in quel caso il riferimento alla cittadina valdelsana era stato tuttavia abbastanza casuale, scaturendo come hanno avuto modo di chiarire gli autori in interviste successive dal loro passaggio da quelle parti durante una tournée, non altrettanto si può dire del recente romanzo poliziesco di Marco Tarricone, apprezzato scrittore torinese di gialli. Tarricone stavolta ha lasciato volutamente le brume della città padana e le imprese investigative del commissario Lo Presti, protagonista delle sue prime opere, per rivolgere il suo estro creativo a questa parte di Toscana.
Nessuno doveva morire. Un giallo ambientato a Poggibonsi, da poco pubblicato da Morellini Editore, è frutto di una scelta ben ponderata di Tarricone, dovuta al fascino esercitato su di lui da questo territorio durante intense esperienze turistiche.
Proprio il paesaggio toscano incantevole, ma incapace di celare i contrasti, è protagonista fin dall’attacco dell’opera in cui, tra viti e grano, si insinuano “lunghe e minacciose ombre di cipressi, che davano un senso di inquietudine a quel paesaggio altrimenti idilliaco”.
Il narratore esterno indulge volentieri a descrizioni paesaggistiche ma anche i personaggi si lasciano a tratti incantare dall’ambiente e, nei loro pensieri, l’osservazione estetica si mescola a rilievi dal sapore moralistico:
“Tutto quell’idillio, tuttavia, nascondeva il male che permeava il mondo a causa delle storture degli uomini; celava in sé l’odio e il dolore, il peccato e la redenzione”
E ancora:
“il luogo (…) era davvero magnifico, una cartolina, un poster da appendere sulle pareti di qualche squallido ufficio per ricordare che al mondo esisteva anche la bellezza assoluta”
Far partire il meccanismo narrativo dal tipico casale di un’azienda vitivinicola, sita in località Poggio dei Cipressi nei pressi di Colle di Val d’Elsa, ricalca un topos oggi piuttosto frequente tra gli scrittori stranieri che ambientano in Toscana le loro storie poliziesche. Resta comunque apprezzabile il fatto che un torinese, tra l’altro molto attento alle attività lavorative di un territorio, abbia voluto incentrare sul mondo rurale la sua narrazione.
Dal suddetto casale scompaiono improvvisamente, mentre il capofamiglia Jacopo Gori è in Oman per vendere il vino prodotto dall’azienda, sua moglie Annarita e il figlio Andrea. La pista del sequestro a scopo di estorsione si rivelerà ben presto inconsistente, lasciando spazio a una serie di indizi che conducono a vicende avvolte dalle nebbie del passato. Questo evento criminale sconvolge però la tranquillità del territorio valdelsano, di cui durante le indagini vengono toccati molti luoghi, e in particolare quella di Poggibonsi, la cui Piazza Rosselli, sede del Commissariato, diventa teatro di situazioni di vario genere.
Scorcio della Piazza Rosselli di Poggibonsi, con sulla sinistra il Commissariato di Polizia
La coppia di investigatori incaricata del caso, l’ispettrice Carla Bonomi e l’ispettore capo Pietro Rinaldi, rispetta all’apparenza la par condicio tra i sessi. La prima risulta però di gran lunga il personaggio più riuscito: quarantenne irruente e sboccata, intuitiva e animata dal sacro fuoco dell’indagine che la porta a soppesare con acume anche il minimo dettaglio, insofferente alle eccessive richieste dei giornalisti e portata a classificare secondo il metodo di Linneo in buon latino ogni persona che attiri la sua attenzione, a lei tocca di solito far procedere l’azione. E il suo più compassato collega non potrà far altro, una volta tentato invano di frenarne gli entusiasmi, che lasciarsi irretire dal suo fascino genuino. In effetti la trama ben congegnata, i dialoghi efficaci, uno spaccato credibile del mondo rurale e un finale per nulla scontato rendono molto gradevole la lettura del romanzo.
Conviene poi, in omaggio al recente convegno organizzato dall’Accademia della Crusca sul linguaggio usato nei polizieschi, spendere qualche parola su tale aspetto. In una prosa controllata, non senza qualche venatura di lirismo, affiorano sulla bocca dei personaggi toscanismi come “grullo” “bischero” e “maiala”, ma è soprattutto l’imprecazione contro la Maremma, a cui si accompagnano un gran numero di epiteti fino al poco frequente “laida”, a dare il colore della parlata locale. Da notare anche l’occorrenza dell’espressione “A voglia”in inizio di discorso, in effetti piuttosto inusuale in valdelsa, dove prevale l’enfatizzante “ha’ voglia”.
Del latino di cui fa sfoggio l’ispettrice già si è detto mentre, per i patiti del genere, non manca nemmeno una disquisizione molto tecnica e circostanziata da parte dell’anatomopatologo di turno sugli effetti prodotti dal cianuro, appena entrato in circolo, sulle cellule cerebrali e sul cuore della vittima.
Forse perché è stata per decenni la responsabile di collane prestigiose come “Il giallo Mondadori” o “Segretissimo”, forse perché viveva tra Milano e Bergamo, ancora molti faticano a collegare Laura Grimaldi, riconosciuta regina del giallo italiano scomparsa nel 2012, alla Toscana. Eppure è proprio a Rufina, comune della provincia di Firenze, che la Grimaldi è nata nel 1928; lì ha trascorso i primi anni di vita fino al 1942, allorché per sfuggire all’avanzata del fronte bellico ripara presso parenti nel Nord Italia. Lì completa la sua formazione e intraprende, nella Milano del secondo dopoguerra, una luminosa carriera che la porterà ad essere traduttrice di decine di romanzi, curatrice di importanti collane come “Il giallo Mondadori” o “Segretissimo”, nonché autrice di molte opere, non solo di genere poliziesco.
Le sue origini riaffiorano però in più modi. Una maledetta toscana appare quando rivendica, tra le righe di un’Autobiografia da lei stessa redatta, la schiettezza e l’indipendenza di giudizio nei confronti di “Avvocato, Ingegnere e Emittenza”; le stroncature, genere in cui eccelse il toscanissimo Papini, le sono poi piuttosto congeniali, come rivelano i suoi pareri di lettura resi pubblici da Mondadori, nei quali non risparmia critiche feroci alle opere di autori del calibro di Dickson Carr, Eberhard, Highsmith.
Dal punto di vista letterario è l’inchiesta giornalistica sui delitti del mostro di Firenze, uscita sulla rivista “Panorama”, che la riconduce inesorabilmente nel luogo d’origine. A Firenze è difatti ambientato “Il sospetto”, pubblicato nel 1989 da Mondadori. Il titolo della versione tedesca dell’opera, “Das Monster von Florenz” toglie ogni dubbio circa lo stretto legame della vicenda narrata con i tragici fatti di cronaca.
Il romanzo, considerato a ragione uno dei vertici della narrativa della Grimaldi, è stato tradotto anche in altri Paesi europei e la scrittrice lo riproporrà nel 1996, insieme ad altre due sue opere, nella raccolta “Perfide storie di famiglia”.
Quando stende “Il sospetto” l’esistenza della Grimaldi era stata segnata anche da una dolorosa vicenda familiare: il figlio Giuseppe era finito a processo perché membro dei Proletari Armati per il Comunismo, e infine era stato condannato insieme a Giuseppe Memeo per l’omicidio nel 1979 del gioielliere milanese Pier Luigi Torregiani.
Giuseppe Mineo, colto in una foto divenuta simbolo degli anni di piombo
Alla difesa a spada tratta del proprio figlio, talora oltre ogni limite razionale, fa da contrappasso nel romanzo un ben diverso atteggiamento della protagonista femminile, Matilde Monterispoli, proveniente da famiglia altolocata e vedova di un prestigioso chirurgo fiorentino. Da lui la donna ha avuto il figlio Enea che, affetto da acromegalia e ipogonadismo fin da piccolo, è divenuto una persona molto alta e massiccia, ma anche sgraziata e sessualmente impotente. Benché viva ancora sotto il suo stesso tetto Matilde ignora molte cose del figlio, a partire dal legame affettivo che questi ha con la tossicodipendente Nanda; la donna, approfittando dello sprovveduto Enea, paga con i suoi soldi i pusher promettendo ogni volta all’amico di essere sul punto di cambiare vita e disintossicarsi. Quanto il rapporto tra madre e figlio sia labile e difficoltoso è del resto piuttosto chiaro a Matilde, per la quale Enea è:
“Un grosso estraneo ingombrante che le girava per casa, con una vita sua e segreti suoi che le facevano paura. Il fatto che l’avesse partorito lei le sembrò lontano e inessenziale!»
Il gioco di rimandi tra le brutali uccisioni del mostro, le scomposte reazioni dei cittadini di Firenze, sempre più consapevoli che questo feroce individuo si cela tra di loro, e l’accatastarsi di indizi che vanno ad aggravare agli occhi di Matilde la posizione del figlio, intesse magistralmente la trama del romanzo.
Ad un certo punto la situazione apparirà alla donna, nella sua tremenda crudeltà, chiaramente orientata verso la colpevolezza del figlio.
“Così immaginava Enea quando usciva la sera, alto e imponente, e con la faccia inghiottita dalle ombre della notte. Ormai, rapportava a lui ogni più piccola informazione, e come se non bastasse, ogni atto del figlio, ogni sua frase, andava in qualche modo a confermare o completare il suo sospetto.”
L’elusivo legame tra Matilde e le persone appartenenti al suo entourage familiare e sociale, dove non trova appoggi che la aiutino ad affrontare il dubbio lancinante che l’assilla, traspare in alcuni mirabili dialoghi.
“Prendi il caso del cosiddetto mostro. Magari qualcuno gli vive accanto e sospetta, eppure non ne avrà mai la prova provata. E questo è il senso non solo della giurisprudenza, ma anche della giustizia. La prova provata. E poi intervenire a che servirebbe, se non a lacerare due esistenze, invece di una sola?” le fa notare ad esempio il notaio Colamele, amico di famiglia presso il quale Enea, mai giunto alla laurea, prestava servizio come assistente legale.
Ma se anche entrasse in possesso di una prova provata, come dovrebbe comportarsi una madre? Forse il personaggio di Matilde può perfino richiamarsi a modelli classici, a figure mitologiche che hanno messo al mondo figli mostruosi, motivo per loro di vergogna e di minaccia per gli altri. Ma non è a quelle figure, come scoprirà il lettore prima dell’imprevedibile finale del romanzo, a cui la protagonista ispirerà la sua azione.