Il bacio d’una morta, titolo originale che ha perso a tratti l’apostrofo a partire dalla riedizione del 1948, è di gran lunga il romanzo più celebre di Carolina Invernizio. Pubblicato nel 1886 dall’editore Salani di Firenze, evidenzia più di altre opere i forti legami che la scrittrice ebbe con la città del giglio. Nel 1865 la Invernizio infatti, all’età di 14 anni, vi si trasferì con la famiglia al seguito del padre funzionario delle imposte e vi frequentò l’Istituto Tecnico Magistrale. Dopo il matrimonio vi rimase fino al 1896, quando si trasferì a Torino, e a Firenze iniziò la sua carriera letteraria pubblicando, a partire dal 1876, un gran numero di racconti e di romanzi, caratterizzati da trame dai colori forti e molto intrecciate fino al limite del verosimile.

Non è nelle intenzioni di chi scrive dirimere la controversia che da anni impegna fior di critici letterari sulla questione se il romanzo d’appendice, nome con cui fu noto il feuilleton in Italia, presenti o meno caratteri che lo rendono per vari aspetti tangente al romanzo poliziesco. Qui basti osservare che paiono piuttosto convincenti gli apporti della scrittrice Alessia Gazzola, che nella prefazione alla recente riedizione di “Nina la poliziotta dilettante”del 1906 ha segnalato oltre all’indubbia trama poliziesca dell’opera l’essere il primo caso italiano di giallo al femminile, o di Luca Crovi che ha inserito “I misteri delle soffitte” del 1901 nell’antologia delle opere più significative del protogiallo italiano. Per non parlare della giallista Lia Celi, che nel suo recente romanzo “Carolina dei delitti” immagina che nel 1911 la stessa Invernizio si impegni in una difficile indagine su un caso sospetto di suicidio, quello del suo collega scrittore Emilio Salgari.



Si tratta comunque di opere ambientate a Torino e, per quanto non prive di maestria narrativa, restano piuttosto lontane dalla popolarità dei best seller della Invernizio, il cui grande successo presso ogni strato della popolazione italiana ha suscitato nei suoi riguardi commenti piccati e svalutativi tra gli intellettuali dell’epoca e dei decenni successivi, in genere poco teneri verso la letteratura popolare. Il bacio di una morta, capace di vendere ben 500.000 copie con la sola prima edizione, presenta in effetti pochi tratti da protogiallo ma vanta nel ‘900 ben quattro trasposizioni cinematografiche che hanno sfruttato l’ambientazione toscana di molte sue sequenze narrative.
A partire dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella, cui il Regno d’Italia aveva mutato l’originale nome di Maria Antonia datole in onore della moglie del Granduca, dove inizia la storia: Dal treno che arriva alle dodici da Livorno, erano scesi alla stazione centrale di Firenze due giovani sposi, che attiravano grandemente l’altrui attenzione. L’uomo poteva avere ventidue anni o poco più, ed era di una bellezza delicata, quasi femminea. Dal suo piccolo e stretto berretto da viaggio sfuggivano delle ciocche ricciolute di capelli dorati: gli occhi aveva nerissimi e pieni di dolcezza, la carnagione leggermente rosea, il naso affilato, la bocca gentile, aristocratica, con due piccoli baffi; il personale snello, vestiva in modo elegantissimo. La sua compagna era piuttosto piccola di statura ed aveva il tipo bruno e procace delle andaluse.
La villa “Le Torricelle”, dove si svolgono gran parte degli eventi narrati nel romanzo prima che alcuni protagonisti si trasferiscano per un periodo della loro vita a Parigi, è facilmente ravvisabile nelle dimore patrizie che costellano i dintorni di Firenze. Il cimitero Monumentale della Misericordia dell’Antella presso Bagno a Ripoli, dove avviene l’evento quasi miracoloso del risveglio della morta viva Clara a seguito del bacio immortalato nel titolo dell’opera, è ancora oggi una delle perle dell’architettura funeraria toscana.


E infine l’aula presso cui, come nei moderni legal thriller, avviene il definitivo disvelamento della verità, è proprio quella del Supremo Tribunale di Giustizia di Firenze, dove sfilano uno ad uno tutti i protagonisti dell’opera.
Se è vero che nei romanzi della Invernizio in genere i personaggi buoni sono buonissimi e i malvagi cattivissimi, partizione manichea che peraltro sarà tipica anche dei romanzi polizieschi della prima stagione e non solo, qui si apprezza l’evoluzione psicologica di uno dei protagonisti maschili, il conte Guido Rambaldi, che dopo un periodo di traviamento morale sarà capace di riscattarsi e ritornare ai suoi “civili” doveri.
E chi sa che, come nel caso della protagonista femminile del suo capolavoro, capace di ridestarsi dalla morte apparente al bacio di un familiare , anche Carolina Invernizio, baciata a suo tempo dal successo, abbia un’inopinata evoluzione e trovi il modo, con il suo fascino retrò e la sua aura vagamente gotica, di tornare a interessare stuoli di lettori alle proprie opere.




