Da molti anni Fabio Dei, oltre che affermato antropologo di livello nazionale e Docente di questa materia nell’ateneo pisano, è per me un caro amico. Tra l’altro, vista la sua raffinata capacità di analisi letteraria e la vastissima conoscenza del genere poliziesco, a lui ho chiesto di introdurre due mie raccolte di racconti gialli. Da tutto ciò nasce la seguente intervista, che tocca molteplici aspetti della sua personalità.
Cominciamo con una questione di natura spiccatamente antropologica: secondo taluni i miti sono uno strumento per esplorare la Psiche della nostra specie, e per questo fanno capolino anche nella letteratura compreso quella di genere poliziesco. Tu cosa pensi al riguardo?
La letteratura di genere e i prodotti dell’industria culturale di massa hanno in sé qualcosa del mito. A partire da certe tipologie di personaggi e di situazioni drammatiche e narrative, possono generare una quantità infinita di variazioni, centrate su alcuni nuclei “sacri”. L’uso della nozione di sacro ti sembrerà forzato ed eccessivo, ma fa riferimento a categorie dell’immaginario collettivo, a valori morali ultimi della nostra cultura. Se ne sono resi conto forse per primi i semiologi, come Roland Barthes e Umberto Eco fra gli anni Cinquanta e Sessanta; e il tema è stato ripreso di recente da Peppino Ortoleva attraverso il concetto di “miti a bassa intensità” (la bassa intensità significa in sostanza che i miti non sono più obbligatori, sono lasciati alle scelte individuali e si pongono nell’ambito del futile, del leisure, della bassa cultura piuttosto che della ufficialità). Non direi che è la “psiche” ad essere esplorata dalla serialità della letteratura di genere, e del mystery (o noir, o thriller, o giallo o che dir si voglia; non mi appassionano le sottili distinzioni tra queste definizioni): sono, come ti dicevo, le categorie dell’immaginario collettivo, e i dilemmi morali che si articolano attorno ad esse. Naturalmente una lettura psicoanalitica o archetipica è sempre possibile (com’è possibile per le fiabe e per i miti). Ma non credo che la letteratura in genere ci piaccia tanto perché sollecita contenuti inconsci: piuttosto, perché articola in forma narrativa le strutture fondamentali della nostra cultura e del nostro universo morale.


A volte ci si sofferma anche sul ritualismo che caratterizza l’azione di molti serial killer, e sarebbe interessante per me sapere la tua opinione circa le ragioni del successo di queste figure criminali nell’immaginario contemporaneo.
Io non sono granché attratto dal sottogenere basato su serial killer psicopatici che compiono delitti guidati da procedure rituali. Fanno presa in parte sull’attrazione dell’orrifico (da Psycho a Il silenzio degli innocenti, a Seven o a I fiumi di porpora di Grangé – tutti diventati film…), ma non si distanziano dal giallo classico perché in definitiva il gioco intellettuale che propongono è la decifrazione del simbolismo rituale. Perché il serial killer psicopatico, lucidissimo e intelligentissimo ma profondamente folle, ha tanto successo? È certamente una figura contemporanea dell’alterità, del male, di una natura diabolica che si nasconde dietro la normalità quotidiana. È il fascino di scoprire una malvagità perversa e occulta celata dietro le apparenze, che deve essere disvelata; è una attrazione simile a quella delle notizie di cronaca o delle “leggende metropolitane” (si pensi alla vicenda dei “diavoli della bassa Padana” ricostruita da Pablo Trincia in Veleno); si accosta forse a un altro genere, cioè l’horror (la figura del vampiro che si nasconde dietro la normalità). Direi comunque che nel giallo il serial killer non ha successo in sé, ma nella combinazione con la figura del detective che decifra le tracce da lui lasciate per arrivare a scoprirlo: è il mistero da disvelare il nucleo di questa forma letteraria.



Sembra invece che ormai sia stati mandati in soffitta i pregiudizi che tendevano a svalutare le opere di genere poliziesco, confinandole nell’ambito del puro intrattenimento.
Guarda, è l’idea di poter contrapporre l’alta letteratura al “semplice intrattenimento” che oggi non sembra funzionare più. Se una cosa è scritta male, piena di banalità, etc. non intrattiene neppure. Il “genere” è uno strumento che scrittori anche molto còlti e raffinati possono usare per esprimere appieno i contenuti e le forme che più gli stanno a cuore. E non penso solo alle raffinate operazioni di stravolgimento dall’interno delle regole del genere, come in Dürrenmatt, Soriano o altri sudamericani etc. , ma anche a tanti altri scrittori tout court che scelgono la struttura del mistery come intelaiatura narrativa. Del resto, chi negherebbe oggi la statura di scrittori nel senso più alto del termine a Chandler o Hammet, o a Scerbanenco per restare in Italia, che pure scrivevano per produrre intrattenimento e per guadagnare, più che per esprimere profonde verità esistenziali – e che magari le esprimevano comunque meglio di altri autori mainstream. Naturalmente tutto questo ha a che fare con il progressivo esaurimento del concetto di “avanguardia” nella letteratura e più in generale nella cultura del Novecento (anche se non tutti, specie nel mondo delle arti visive, se ne sono accorti).


Vorrei tornare per un momento alle origini del genere letterario di cui stiamo parlando: che idea ti sei fatto sulla vulgata che accosta la sua genesi al Positivismo e alla fiducia nei metodi d’indagine scientifici.
Non ho studiato abbastanza l’origine del genere per poterti rispondere. Certamente, l’influenza della forma mentis positivista c’è: ad esempio nell’idea di poter risolvere ogni mistero attraverso un’analisi spassionata e razionale dei “fatti”, magari con la capacità di cogliere aspetti della realtà che restavano opachi al senso comune (la lente d’ingrandimento di Sherlock Holmes, che se non ricordo male aveva pubblicato una monografia comparativa sulle diverse ceneri da sigaro o sigaretta…) Ma non trascurerei anche una eredità opposta cioè quella romantica. Il detective resta dopo tutto un eroe romantico, attratto dal male e dall’irrazionale, anche se allo scopo di debellarlo: attratto dagli aspetti oscuri della psiche o della civiltà, ed egli stesso con una profonda voragine di oscurità al proprio interno (si pensi alle inquietudini dello stesso Sherlock Holmes, campione di razionalismo che aveva pur bisogno della sua soluzione al sette per cento…).


Sembra giunto il momento di conoscere meglio i tuoi gusti letterari e prima ancora, ricostruendo la tua storia personale, quando hai cominciato a leggere storie poliziesche.
Dunque, non saprei esattamente quando. Potrei risponderti che è stato quando ho smesso di leggere fantascienza. La fantascienza è stata la mia grande passione adolescenziale. Ricordo ancora il primo Urania letto da ragazzino, era l’Antologia personale di Asimov, l’apertura di un mondo nuovo e mai immaginato prima. Divoravo i libri che riuscivo a trovare – e non era facile trovarli… Parlo di metà anni Settanta, e oltre al quindicinale Urania che usciva nelle edicole, o a Le meraviglie del possibile pubblicato da Einaudi, non c’era molto in giro. Ordinavo per posta, con i pochi soldi che racimolavo, i Galassia pubblicati da un bizzarro editore giuridico, La Tribuna di Piacenza, e mi ricordo bene dell’eccitazione di quando arrivavano a casa quei pacchettini odorosi di tipografia, con i tascabili di Simak, Bradbury e altri autori della stagione classica della SF americana). Sulle ragioni del fascino della fantascienza ci sarebbe molto da discutere, magari lo faremo un’altra volta e se posso ti rimando per ora a una indicazione bibliografica
(https://rivisteweb.it/doi/10.48272/107939).
Negli anni dell’università, oltre a un buon consumo di letteratura “seria”, sono progressivamente transitato dalla SF al giallo. La prima ha cominciato ad apparirmi per lo più troppo banale e scontata (anche se ho continuato ad apprezzare alcuni autori, ad esempio Michael Crichton). Ho avuto la mia brava infatuazione sherlockiana, con tanto di pellegrinaggio in Baker Street (alimentata anche dalle letture filosofiche, sempre da parte di Umberto Eco, del metodo dell’eroe di Conan Doyle come “abduttivo”), ho letto anche molti dei classici di Agatha Christie o John Dickson Carr (quello degli enigmi della camera chiusa), propendendo però poi nettamente per il cosiddetto genere hard-boiled



Immagino che ci siano forti motivazioni che ti hanno spinto a prediligere questo filone.
Sì, è vero. Se il nucleo del romanzo giallo è la Ricerca e la Scoperta (anche della SF lo è, in altro modo), l’hard boiled la mette in scena molto meglio rispetto al modello Agatha Christie, i cui libri sono congegni intellettuali anche raffinati che sfidano il lettore alla soluzione, un po’ come le sciarade della Settimana Enigmistica, ma raramente hanno “la carne e il sangue” di una narrazione romanzesca. Gli hard-boiled ce l’hanno, centrati come sono su una figura di “ricercatore-investigatore” che come Parsifal mette in gioco tutto se stesso, combattuto fra dilemmi morali, sempre tormentato, ma legato a un ideale non compromesso di Verità, a una Giustizia che è superiore a quella terrena. Personaggio disposto al sacrificio (quasi sempre viene picchiato nel corso dei romanzi, prima di riprendersi ed avere ragione dei cattivi). La Ricerca non è puramente intellettuale (come ad esempio quella del don Isidro Parodi di Borges, che risolve i casi senza muoversi dall’interno di una cella), ma implica corsi di azione, durante i quali emergono gallerie di figure e personaggi molto più vari e meno stereotipati di quelli di Christie (dove c’è sempre la nobildonna, il colonnello in pensione etc.). Altra caratteristica degli hard-boiled è di essere per lo più romanzi urbani (la grande città è spesso in sé protagonista), anche se non è impossibile trasporli in realtà di provincia.
Hai già citato alcuni investigatori della storia del genere poliziesco. Ma secondo te quali sono i personaggi che meglio incarnano questa figura oggi?
Eh, non lo so. Harry Bosch di Michael Collins sicuramente, John Rebus di Ian Rankin, ci metterei anche Cormoran Strike di Jane Rowling, i e le detective dublinesi di Tana French; fra le cose recentissime aggiungerei anche Harry MCCoy, nella bellissima serie di Alan Watts ambientata nella Glasgow degli anni Settanta. E perché no Arkady Renko di Martin Cruz Smith. Per citarne solo alcuni. Naturalmente Philip Marlowe è il prototipo di tutti questi: per me resta soprattutto incarnato dalla figura di Elliot Gould in Il lungo addio di Robert Altman.

Proseguendo sulla stessa falsariga, dovresti dirci quali sono le opere. e gli Autori, che negli ultimi anni ti hanno più colpito.
Oltre a quelli già citati ricorderei Don Winslow, che si lega per cinque romanzi alla figura di Neal Carey ma poi spazia su storie e personaggi molto diversi, senza perdere mai un colpo. E certamente Elmore Leonard, autore di capolavori senza un unico protagonista, caratterizzato per una scrittura essenziale fatta quasi solo di dialoghi, che non lascia nulla alla cosiddetta introspezione psicologica. Ci metterei anche la trilogia di Stieg Larsson, esempio più noto di quella scuola svedese che è forse sopravvalutata (forse Henning Mankell tiene il passo dei migliori). Di qualità letteraria decisamente inferiore ma non privi di un loro fascino mitologico sono i romanzi di Lee Child imperniati su Jack Reacher, una specie di invincibile Rambo che si muove negli spazi dell’America profonda (una serie decisamente in declino nelle ultime puntate, forse gli autori dovrebbero avere il senso di quando è meglio smettere…). Citerei anche un filone che riprende la vena ironica già in parte presente in Chandler: Stuart Kaminsky con la figura di Toby Peters, Donald Westlake con Dortmunder, in parte anche Robert Crais con Elvis Cole.



Per quanto riguarda la giallistica italiana, oltre al precursore Giorgio Scerbanenco, i cui romanzi e racconti milanesi sono veramente di alta qualità (e la figura di Duca Lamberti non sfigura certo accanto alle precedenti), o a Loriano Machiavelli e Camilleri (con la sua peculiare ricerca linguistica) per la “vecchia” generazione, ci sono autori recenti di sicuro valore – Manzini, Lucarelli (con particolare menzione per la serie storica sul commissario De Luca), Dazieri, Di Giovanni, De Cataldo, etc..



Ti sento nominare molti scrittori uomini, ma esistono anche le “signore del giallo” , e alcune di esse sono italiane. Cosa pensi su di loro?
Fra le autrici di gialli ho letto in modo abbastanza sistematico e apprezzato, oltre le già ricordate Jane Rowlings (con lo pseudonimo di Robert Galbraith) e Tana French, anche Patricia Highsmith, Fred Vargas, Kathy Reichs, Patricia Cornwell, Alicia Jimenez-Bartlett, e certamente anche altre che ora non mi vengono in mente.
Fra le italiane, non saprei fare un nome che spicca su tutte le altre. Potrei citare per una precedente generazione Laura Grimaldi, anche se certo non è riducibile all’etichetta di scrittrice di genere; e fra le mie letture recenti Susanna Raule, capace di spaziare con ironia fra registri e stili differenti. Ma sono un inguaribile Straight White Male e non sono certo il miglior giudice della letteratura al femminile, ammesso che questa categoria abbia senso. In linea di massima, non mi piace il mix tra giallo, rosa e libri di cucina che si trova talvolta nei libri italiani – anche tra gli autori maschi, per carità! Quando comincio a trovare due o tre pagine di ricette faccio più o meno come Pepe Carvalho, che usava certi libri per accendere il fuoco (ma anche lui per cucinare, maledizione!)



Come sai questo blog si concentra in particolare sui gialli toscani, sia come Autori che come ambientazioni. Qual’é il tuo scrittore preferito in questo panorama?
Mi è piaciuto moltissimo Giampaolo Simi, e specialmente la serie sul giornalista Corbo; e anche i due libri di Dario Ferrari (per quanto vadano molto oltre il genere). Ho scoperto di recente i gialli storici di Fabrizio Silei, che presentano l’inusuale figura di un mezzadro-detective, molto ben costruiti. Belle le ambientazioni di Marco Vichi e Leonardo Gori, ormai “classici” nel panorama toscano, le cui storie però non mi fanno impazzire. Ho letto credo tutto di Malvaldi, certamente divertente. Mi interessa molto la letteratura che si misura con le peculiarità linguistiche della Toscana (penso ai primi romanzi di Fabio Genovesi), ma questo nel giallo succede raramente. La ricreazione è finita di Ferrari è una eccezione, con alcune pagine bellissime in cui riesce a portare il lessico e l’espressività del viareggino dentro una lingua che non scade né nell’invenzione alla Camilleri né nel vernacolo di Malvaldi. Per questo lo metterei al momento in vetta alla mia personale classifica.



Dato che per 8 anni hai ricoperto la carica di Presidente della Società Storica della Valdelsa mi sembra giusto concludere questa chiacchierata chiedendoti cosa pensi in particolare del filone dei “gialli storici”.
Mi pare si possano dividere in due categorie: quelli in mondi storici molto lontani, e porterei come esempio, oltre all’ovvio Il nome della rosa, i romanzi di Margaret Doody su Aristotele detective, o quelli di Danila Comastri Montanari sul mondo romano e sull’investigatore Publio Aurelio Stazio. Intelligenti, divertenti, anche istruttivi nella loro capacità di ricostruire mondi culturali nei quali, come dire, non si applica il nostro senso comune. Forse ci aggiungerei un autore che ho scoperto colpevolmente solo di recente, a che combina giallo medioevale e fantascienza in modo molto brillante: mi riferisco al ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti. Tutt’altra cosa sono i romanzi ambientati in passati prossimi: qui la letteratura italiana eccelle. Ho già citato Lucarelli con il ciclo su De Luca che attraversa fascismo, guerra e immediato dopoguerra; si può aggiungere il commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni (Napoli degli anni ’30), il commissario Bordelli di Marco Vichi, lo stesso già ricordato Silei con il detective contadino Pietro Bensi, oppure le storie ambientate sul lago di Como in vari periodi del Novecento di Andrea Vitali. In ambito internazionale il maestro del genere è ovviamente James Ellroy, che esce in qualche modo dal genere per reinterpretare periodi cruciali della storia americana.
Oltre ai gialli storici, ci sono anche quelli che si potrebbero chiamare antropologici, ambientati nel contesto di specifiche culture non occidentali. Un esempio sono i romanzi di Tony Hillerman che hanno come protagonisti i gruppi navajo; oppure il recente ciclo mongolo di Yeruldelgger di Ian Manook. E come non chiudere con i detective del futuro, con ad esempio Altered Carbon di Richard K. Morgan e, soprattutto, con l’agenzia di investigazione olistica Dirk Gently di Douglas Adams?





