Forse perché è stata per decenni la responsabile di collane prestigiose come “Il giallo Mondadori” o “Segretissimo”, forse perché viveva tra Milano e Bergamo, ancora molti faticano a collegare Laura Grimaldi, riconosciuta regina del giallo italiano scomparsa nel 2012, alla Toscana. Eppure è proprio a Rufina, comune della provincia di Firenze, che la Grimaldi è nata nel 1928; lì ha trascorso i primi anni di vita fino al 1942, allorché per sfuggire all’avanzata del fronte bellico ripara presso parenti nel Nord Italia. Lì completa la sua formazione e intraprende, nella Milano del secondo dopoguerra, una luminosa carriera che la porterà ad essere traduttrice di decine di romanzi, curatrice di importanti collane come “Il giallo Mondadori” o “Segretissimo”, nonché autrice di molte opere, non solo di genere poliziesco.
Le sue origini riaffiorano però in più modi. Una maledetta toscana appare quando rivendica, tra le righe di un’Autobiografia da lei stessa redatta, la schiettezza e l’indipendenza di giudizio nei confronti di “Avvocato, Ingegnere e Emittenza”; le stroncature, genere in cui eccelse il toscanissimo Papini, le sono poi piuttosto congeniali, come rivelano i suoi pareri di lettura resi pubblici da Mondadori, nei quali non risparmia critiche feroci alle opere di autori del calibro di Dickson Carr, Eberhard, Highsmith.



Dal punto di vista letterario è l’inchiesta giornalistica sui delitti del mostro di Firenze, uscita sulla rivista “Panorama”, che la riconduce inesorabilmente nel luogo d’origine. A Firenze è difatti ambientato “Il sospetto”, pubblicato nel 1989 da Mondadori. Il titolo della versione tedesca dell’opera, “Das Monster von Florenz” toglie ogni dubbio circa lo stretto legame della vicenda narrata con i tragici fatti di cronaca.


Il romanzo, considerato a ragione uno dei vertici della narrativa della Grimaldi, è stato tradotto anche in altri Paesi europei e la scrittrice lo riproporrà nel 1996, insieme ad altre due sue opere, nella raccolta “Perfide storie di famiglia”.



Quando stende “Il sospetto” l’esistenza della Grimaldi era stata segnata anche da una dolorosa vicenda familiare: il figlio Giuseppe era finito a processo perché membro dei Proletari Armati per il Comunismo, e infine era stato condannato insieme a Giuseppe Memeo per l’omicidio nel 1979 del gioielliere milanese Pier Luigi Torregiani.
Alla difesa a spada tratta del proprio figlio, talora oltre ogni limite razionale, fa da contrappasso nel romanzo un ben diverso atteggiamento della protagonista femminile, Matilde Monterispoli, proveniente da famiglia altolocata e vedova di un prestigioso chirurgo fiorentino. Da lui la donna ha avuto il figlio Enea che, affetto da acromegalia e ipogonadismo fin da piccolo, è divenuto una persona molto alta e massiccia, ma anche sgraziata e sessualmente impotente. Benché viva ancora sotto il suo stesso tetto Matilde ignora molte cose del figlio, a partire dal legame affettivo che questi ha con la tossicodipendente Nanda; la donna, approfittando dello sprovveduto Enea, paga con i suoi soldi i pusher promettendo ogni volta all’amico di essere sul punto di cambiare vita e disintossicarsi. Quanto il rapporto tra madre e figlio sia labile e difficoltoso è del resto piuttosto chiaro a Matilde, per la quale Enea è:
“Un grosso estraneo ingombrante che le girava per casa, con una vita sua e segreti suoi che le facevano paura. Il fatto che l’avesse partorito lei le sembrò lontano e inessenziale!»
Il gioco di rimandi tra le brutali uccisioni del mostro, le scomposte reazioni dei cittadini di Firenze, sempre più consapevoli che questo feroce individuo si cela tra di loro, e l’accatastarsi di indizi che vanno ad aggravare agli occhi di Matilde la posizione del figlio, intesse magistralmente la trama del romanzo.
Ad un certo punto la situazione apparirà alla donna, nella sua tremenda crudeltà, chiaramente orientata verso la colpevolezza del figlio.
“Così immaginava Enea quando usciva la sera, alto e imponente, e con la faccia inghiottita dalle ombre della notte. Ormai, rapportava a lui ogni più piccola informazione, e come se non bastasse, ogni atto del figlio, ogni sua frase, andava in qualche modo a confermare o completare il suo sospetto.”
L’elusivo legame tra Matilde e le persone appartenenti al suo entourage familiare e sociale, dove non trova appoggi che la aiutino ad affrontare il dubbio lancinante che l’assilla, traspare in alcuni mirabili dialoghi.
“Prendi il caso del cosiddetto mostro. Magari qualcuno gli vive accanto e sospetta, eppure non ne avrà mai la prova provata. E questo è il senso non solo della giurisprudenza, ma anche della giustizia. La prova provata. E poi intervenire a che servirebbe, se non a lacerare due esistenze, invece di una sola?” le fa notare ad esempio il notaio Colamele, amico di famiglia presso il quale Enea, mai giunto alla laurea, prestava servizio come assistente legale.
Ma se anche entrasse in possesso di una prova provata, come dovrebbe comportarsi una madre? Forse il personaggio di Matilde può perfino richiamarsi a modelli classici, a figure mitologiche che hanno messo al mondo figli mostruosi, motivo per loro di vergogna e di minaccia per gli altri. Ma non è a quelle figure, come scoprirà il lettore prima dell’imprevedibile finale del romanzo, a cui la protagonista ispirerà la sua azione.



