“Poggibonsi è stata evacuata” cantava alcuni decenni fa Milva, su testo di Franco Battiato e Giusto Pio. Se in quel caso il riferimento alla cittadina valdelsana era stato tuttavia abbastanza casuale, scaturendo come hanno avuto modo di chiarire gli autori in interviste successive dal loro passaggio da quelle parti durante una tournée, non altrettanto si può dire del recente romanzo poliziesco di Marco Tarricone, apprezzato scrittore torinese di gialli. Tarricone stavolta ha lasciato volutamente le brume della città padana e le imprese investigative del commissario Lo Presti, protagonista delle sue prime opere, per rivolgere il suo estro creativo a questa parte di Toscana.


Nessuno doveva morire. Un giallo ambientato a Poggibonsi, da poco pubblicato da Morellini Editore, è frutto di una scelta ben ponderata di Tarricone, dovuta al fascino esercitato su di lui da questo territorio durante intense esperienze turistiche.
Proprio il paesaggio toscano incantevole, ma incapace di celare i contrasti, è protagonista fin dall’attacco dell’opera in cui, tra viti e grano, si insinuano “lunghe e minacciose ombre di cipressi, che davano un senso di inquietudine a quel paesaggio altrimenti idilliaco”.
Il narratore esterno indulge volentieri a descrizioni paesaggistiche ma anche i personaggi si lasciano a tratti incantare dall’ambiente e, nei loro pensieri, l’osservazione estetica si mescola a rilievi dal sapore moralistico:
“Tutto quell’idillio, tuttavia, nascondeva il male che permeava il mondo a causa delle storture degli uomini; celava in sé l’odio e il dolore, il peccato e la redenzione”
E ancora:
“il luogo (…) era davvero magnifico, una cartolina, un poster da appendere sulle pareti di qualche squallido ufficio per ricordare che al mondo esisteva anche la bellezza assoluta”
Far partire il meccanismo narrativo dal tipico casale di un’azienda vitivinicola, sita in località Poggio dei Cipressi nei pressi di Colle di Val d’Elsa, ricalca un topos oggi piuttosto frequente tra gli scrittori stranieri che ambientano in Toscana le loro storie poliziesche. Resta comunque apprezzabile il fatto che un torinese, tra l’altro molto attento alle attività lavorative di un territorio, abbia voluto incentrare sul mondo rurale la sua narrazione.
Dal suddetto casale scompaiono improvvisamente, mentre il capofamiglia Jacopo Gori è in Oman per vendere il vino prodotto dall’azienda, sua moglie Annarita e il figlio Andrea. La pista del sequestro a scopo di estorsione si rivelerà ben presto inconsistente, lasciando spazio a una serie di indizi che conducono a vicende avvolte dalle nebbie del passato. Questo evento criminale sconvolge però la tranquillità del territorio valdelsano, di cui durante le indagini vengono toccati molti luoghi, e in particolare quella di Poggibonsi, la cui Piazza Rosselli, sede del Commissariato, diventa teatro di situazioni di vario genere.

La coppia di investigatori incaricata del caso, l’ispettrice Carla Bonomi e l’ispettore capo Pietro Rinaldi, rispetta all’apparenza la par condicio tra i sessi. La prima risulta però di gran lunga il personaggio più riuscito: quarantenne irruente e sboccata, intuitiva e animata dal sacro fuoco dell’indagine che la porta a soppesare con acume anche il minimo dettaglio, insofferente alle eccessive richieste dei giornalisti e portata a classificare secondo il metodo di Linneo in buon latino ogni persona che attiri la sua attenzione, a lei tocca di solito far procedere l’azione. E il suo più compassato collega non potrà far altro, una volta tentato invano di frenarne gli entusiasmi, che lasciarsi irretire dal suo fascino genuino. In effetti la trama ben congegnata, i dialoghi efficaci, uno spaccato credibile del mondo rurale e un finale per nulla scontato rendono molto gradevole la lettura del romanzo.
Conviene poi, in omaggio al recente convegno organizzato dall’Accademia della Crusca sul linguaggio usato nei polizieschi, spendere qualche parola su tale aspetto. In una prosa controllata, non senza qualche venatura di lirismo, affiorano sulla bocca dei personaggi toscanismi come “grullo” “bischero” e “maiala”, ma è soprattutto l’imprecazione contro la Maremma, a cui si accompagnano un gran numero di epiteti fino al poco frequente “laida”, a dare il colore della parlata locale. Da notare anche l’occorrenza dell’espressione “A voglia”in inizio di discorso, in effetti piuttosto inusuale in valdelsa, dove prevale l’enfatizzante “ha’ voglia”.

Del latino di cui fa sfoggio l’ispettrice già si è detto mentre, per i patiti del genere, non manca nemmeno una disquisizione molto tecnica e circostanziata da parte dell’anatomopatologo di turno sugli effetti prodotti dal cianuro, appena entrato in circolo, sulle cellule cerebrali e sul cuore della vittima.


