Walter Vettori: Storie gialle da San Gimignano

Il 2025 si apre con l’interessante intervista a Walter Vettori, autore che ha già ambientato ben tre romanzi polizieschi nella sua San Gimignano.

Walter Vettori

I. Anzitutto vorrei chiederti come è nata la tua passione per la scrittura.

W. V. Esattamente non so spiegarmelo neppure io. Fondamentalmente la spinta me l’ha data il bisogno di ricordare, in qualche modo, mio padre. Il nostro è sempre stato un rapporto, diciamo, difficile. Probabilmente quello che era tra padri e figli negli anni ’60. Lui è morto di un tumore nel 1986 e io gli ho fatto le ultime 23 nottate, trascorse fra iniezioni di morfina e racconti. L’ho conosciuto in quelle notti e probabilmente lui ha conosciuto me. Da allora ho pensato che avrei, prima o poi, scritto qualcosa di noi due. Finalmente nel 2017 sono andato in pensione e in poco tempo è nato “Ventitré notti” il nostro libro, mio e suo. L’ho scritto di getto con l’intenzione di stamparne una sola copia e tenerla nella mia libreria per far conoscere, a coloro della mia famiglia che mi sarebbero succeduti, questa storia. Fu Giovanna Frandino che mi spinse a pubblicarlo tramite un editore perché, secondo lei, valeva la pena farlo conoscere a più persone possibile. Mi rivolsi a Luca Betti, che ancora oggi ringrazio, perché lui credette nella mia scrittura e decise di pubblicare il libro. Fu così che ne furono vendute circa mille copie. Tutto il mio guadagno fu investito in opere alla Casa-famiglia San Michele a Strada e ancora oggi, che sono ormai al quarto libro, continuo a elargire i guadagni in beneficenza. Fondamentalmente, oggi, scrivo perché mi diverto, non è importante quante copie vendo e quanti premi vinco, è importante sentirmi bene con me stesso e, come ho detto, divertirmi.

I. A un certo punto però è avvenuto il tuo passaggio al genere poliziesco, e hai scritto “Il caso Novotna“.

W. V. Una mattina come tante, semi sdraiato sul divano con il computer sulle gambe, questo è il modo con il quale scrivo, sentii una battuta di caccia al cinghiale nel bosco del comune, da casa mia si sentono spesso spari e grida. Mi ricordò la scena del film “Il Cacciatore” quella in cui Robert De Niro spara al cervo. Mi venne in mente anche che nello scrivere di tanti personaggi caratteristici in “Ventitré Notti” mi ero scordato di Galliano Borghesi lo spazzino. Un lampo e decisi di farlo diventare il protagonista principale di un giallo, poi diventato addirittura una trilogia che ho completato a giugno 2024 traendone numerose soddisfazioni. Un grazie di cuore a Giuliana e Mario che mi hanno permesso di trasformare il loro babbo in un novello Poirot. Comunque, non mi sento un giallista anche se questo filone di scrittura mi affascina. Sto già lavorando ad un quinto libro che sarà ambientato nel medioevo. Voglio comunque rassicurare tutti gli amici appassionati del noir, i protagonisti della trilogia sono solo andati in vacanza, chissà che non li ritroveremo all’opera presto.

I. Potresti dirci quali sono le tue preferenze fra gli autori di genere giallo- noir?

W. V. Confesso di non essere mai stato un gran lettore di questo filone, se si escluse Follett, I bastardi di Pizzofalcone di De Giovanni, Carofiglio e Zafon, perché ho sempre dato la preferenza ad altri tipi di letture. Oggi ancor di più, non voglio essere influenzato da altri autori nell’ambientare e sviluppare i miei racconti, anche se basta accendere la televisione per essere tempestati da serie del genere; devo dire che qualcuna è costruita bene e quindi trae spunto da racconti interessanti, altre secondo me sono inguardabili. Per quanto riguarda le autrici, la mia preferenza è abbastanza scontata avendo letto in gioventù molti libri con protagonista Poirot e altri con Miss Marple.

I. Per certi versi la protagonista assoluta della trilogia è proprio la San Gimignano degli anni ’70. Come ti è venuto in mente di collocare le storie in quel periodo?

W. V. Ho scelto di ambientare i miei tre gialli nella San Gimignano della mia giovinezza, quella vera dove pullulavano bar, macellerie, pizzicagnoli, dove i bambini giocavano a pallone per le strade, oppure a rimpiattino, mosca cieca, le belle statuine, bori, tappini, dove si lasciava la chiave nelle porte, dove ci si aiutava in ogni senso. E poi non ci scordiamo che per avere un Galliano al top, quello doveva essere il periodo. Oggi sarebbe improponibile lo spazzino che gira con il carretto. Come ho detto, tutto è cominciato con l’aver dimenticato Galliano in “Ventitré notti” e in effetti, nei primi capitoli di quel libro, c’è tutta l’ambientazione e la vita della cittadina. Era il tempo nel quale i padri insegnavano a guidare la macchina a noi ragazzini ancora adolescenti; io ho imparato a guidarla a 12 anni e a 14 il camion, e come me mio cugino e tanti altri che non sto a nominare. Ma la cosa principale di quegli anni era la collaborazione che si riscontrava tra le famiglie, collaborazione che si trova tra i vari personaggi diventati tutti un po’ detective: il cacciatore, il vecchio rivoluzionario, ecc.

San Gimignano in una cartolina del 1975

I. Ho apprezzato poi l’importanza che ha il carcere, soprattutto nel secondo romanzo della trilogia, nello sviluppo narrativo, dato che in Italia la letteratura carceraria è davvero molto povera.

W. V. Il carcere di San Gimignano è sempre stato un luogo impenetrabile per i cittadini. Si trovava proprio al centro del paese dove nei tempi passati c’era un convento domenicano. Io l’ho vissuto da ragazzino come una frontiera senza passaporto per superarla. Mi affascinavano i racconti di un mio parente secondino, addetto alla falegnameria; un tempo si lavorava all’interno del carcere. Ho vissuto le rivoluzioni dei carcerati, appollaiati sul tetto e le fughe che talvolta ci sono state. Ho deciso ne “Il Cofanetto di Madreperla” di dare la dovuta importanza a un pezzo della storia cittadina. Finalmente dopo anni sono riuscito a farmi portare a vedere le celle, lo spazio per l’ora d’aria, gli uffici, così da poter dare un senso un po’ più realistico alle mie fantasie. Naturalmente Hasim Ylmaz, Calogero Caruso e altri non sono mai esistiti veramente ma, ognuno di coloro che sono stati in quelle celle potevano essere i miei Hasim e Calogero.

Camminamento di sorveglianza sulla cinta del vecchio carcere “San Domenico”

I. Mi viene inoltre da notare che nelle tue storie l’attrazione sessuale e l’avidità di denaro sono, oltre che aspetti ben profilati, anche gli unici moventi delle azioni criminali.

W. V. Probabilmente sesso e soldi non sono solo i miei moventi prediletti, sono a mio parere quelli che anche oggi danno impulso a delitti efferati. Basta sentire i Tg che, giornalmente o quasi, raccontano di episodi riconducibili a questi moventi. D’altra parte, se togliamo i delitti politici degli anni Settanta, la lotta era sempre per prevalere sugli altri e quindi aver sempre più soldi o per difendere l’onore in caso di tradimenti. I miei racconti non fanno eccezione; in un caso il movente è il sesso, in due i soldi e la sete di potere.

I. Accennavi poco fa alla ricchezza della geografia umana che caratterizza le tue opere, con una “coralità” nello svolgimento delle indagini. Alcune figure tuttavia spiccano, a partire dal già citato Galliano.

W. V. Galliano è l’unico personaggio che ha il nome reale all’interno dei miei libri, l’unico insieme alla moglie (che compare per la prima volta nel secondo) ad essere presente con il vero nome. Ne “Il caso Novotna” nasce quasi per caso o, meglio, nasce da una forzatura che ho fatto. Quando cominciai a scriverlo, dovevo trovare un personaggio che fosse diverso dai tanti ispettori, poliziotti, magistrati, investigatori dilettanti, e quindi cosa poteva esserci di meglio di uno spazzino investigatore? Ed eccolo uscire dalla mia fantasia. Nei vari libri appare come un personaggio ombroso ma sempre pronto a sorridere. In realtà non lo conoscevo così bene, e non ho voluto farmelo raccontare dai suoi figli, uno dei quali è mio coetaneo. Di sicuro aveva la passione per i funghi e non fischiettava “Fin che la barca va” e chissà se veramente è stato un investigatore mancato.

Il “vero” Galliano Borghesi all’opera

I. Non gli è da meno una validissima e sensualissima magistrato, Greta De Angelis.

W. V. Oggi nei romanzi le investigatrici sono nella normalità, anzi sono forse più dei maschi. Negli anni Settanta erano rare, Miss Marple e poche più. Ho voluto dare vita ad un magistrato donna, (la prima risale al 1964) per gratificare un pianeta al quale tutti dobbiamo essere riconoscenti. Greta De Angelis è una donna disinibita e forte, diventata magistrato per andare contro al padre. Nel primo libro appare come una mangia uomini, giovane, bella, senza pudore e ritegno. Piano piano si trasforma fino ad innamorarsi veramente ed a rinunciare alla vita solitaria per inseguire nuovi sogni. Naturalmente anche lei ha connotati ben precisi nella vita reale come del resto tutti gli altri personaggi. Ognuno ha un riferimento preciso in persone che conosco o ho conosciuto. Questo rende più facile scrivere, quando sai che Greta è Tizia, Giacomo è Caio, Gino è Sempronio, non devi cercare di ricordarti come li hai descritti la prima volta. Sono loro, reali e basta.

I. E cosa mi dici del maresciallo dei carabinieri Glauco Lanfranchi?

W. V. Tanti sono stati i marescialli che ho conosciuto a San Gimignano, ma nessuno di loro mi ha ispirato Glauco. È un personaggio di pura fantasia. Un uomo semplice e allo stesso tempo complicato, con le sue manie e le sue certezze. Il trarre ispirazione dal bosco e dai cipressoni e anche il suo camminare scalzo sono la parte strana del suo essere. L’amore per la moglie e l’attrazione per Greta la normalità. Anche lui ha una evoluzione, nel primo libro non fa una grande figura per poi assurgere agli allori nell’ultimo.

I. Confesso che ho un debole per Giovanni Gentili, che mi sembra una perfetta incarnazione della sub-cultura rossa toscana.

W. V. Il primo libro è ambientato nel 1974, anni rossi, almeno per San Gimignano. Gli echi della guerra erano sì assopiti, ma ancora vivi nella testa delle persone. Coloro che erano stati partigiani vivevano nitidi nei ricordi e nella realtà. A me serviva un personaggio del genere, uno che fosse ancora in lotta con tutto e con tutti, così ho inventato Giovanni traendolo da tre partigiani ai quali ero particolarmente legato. Le sue manie: leggere la Nazione sulla terza panchina del piazzale Martiri di Montemaggio, il suo fumare la pipa, il fazzoletto rosso al collo, ne fanno sicuramente uno dei personaggi più amati della trilogia.

I. Sullo sfondo a completare la squadra vi è anche il medico legale, Celestino Sbrana, figura che lega San Gimignano con l’allora ospedale Santa Maria della Scala di Siena, divenuto nel frattempo importante sede museale.

W. V. In effetti è un personaggio marginale, appare poche volte e non sempre ha le risposte esaustive per aiutare gli investigatori. D’altra parte, gli strumenti a cui si poteva accedere in quel tempo erano molto diversi da quelli di oggi. Appare quasi come un topo di laboratorio anche se la vista di Greta riesce a smuovergli tutti gli ormoni maschili.

I. Tra i “cattivi” hai dato invece grande risalto a Gustav Cerny.

W. V. Gustav è uno dei personaggi principali e forse più controversi della trilogia. Forse è quello al quale sono più affezionato. Delinquente, sciupafemmine, assassino ma, in fondo in fondo si rivelerà quello che non ti aspetti. Un uomo capace di avere dei sentimenti, capace di innamorarsi e per questo cambiare totalmente vita. Ma sarà la cosa definitiva? Riuscirà a mantenere le sue promesse o tornerà a trafficare donne, droga e altro? Lo scopriremo solo se prima o poi deciderò di scrivere un altro giallo. Per ora lo lasciamo vivere un po’ di vita tranquilla. Per capire l’evoluzione del personaggio occorre leggere i tre libri in sequenza, scavando nel profondo del suo io.

I. Piuttosto significativo, in un caso evidente anche nel titolo, è poi il ruolo svolto nelle vicende da animali, a partire dall’uccisione del cervo con cui inizia la trilogia.

W. V. Il regno animale ci circonda quotidianamente. Nei miei romanzi, il cervo la vipera e il falco sono il degno contorno alla storia. Il cervo rappresenta la maestosità e allo stesso tempo la forza, la vipera la cattiveria subdola, che poi proprio così non è, perché se non la insidi non ti attacca; infine il falco la leggiadria e l’intelligenza. Mentre sono impaurito da ogni tipo di rettile, il falco e ogni animale notturno mi affascinano letteralmente. Vederlo librarsi silenzioso nell’aria, seguendo il vento con piccoli movimenti delle ali, mi dà un senso di libertà. Anche nel prossimo romanzo al quale sto lavorando ci sono un cane, un cavallo e una civetta ad accompagnare Lupo di Ranuccio, il personaggio principale del romanzo.

I. Lo scenario di San Gimignano non racchiude però tutte le attività investigative, che anzi in ciascuno dei tre romanzi si sviluppano in una città straniera e anche, talora, in alcuni centri minori. Immagino che, oltre che per movimentare la trama, questo si debba a tue esperienze turistiche.

W. V. Sì, ormai giunto all’età di sessantasette anni posso dire di aver girato mezzo mondo e di essere un buon viaggiatore, e per questo ho deciso di inserire in ogni libro una o due esperienze di viaggio. Naturalmente dovevo trovare dei posti abbastanza vicini nei quali far arrivare i miei personaggi, sarebbe stato difficile ambientare una storia in Asia o in Africa. La prima scelta è caduta su Praga che ritengo sia una delle città più affascinanti d’Europa. L’ho descritta in inverno, mentre in realtà io l’ho vissuta in estate. Le piazze, i ponti, il fiume sono riportati fedelmente nel mio scritto, mentre i paesaggi invernali sono frutto della mia fantasia, non ho mai visto le barche e il ghiaccio sulla Moldava, ma mi è piaciuto immaginarla così. Nel secondo libro Istanbul è reale così come la scena dei Caicchi sul Bosforo, realmente vissuta in una sera di cattivo tempo. Kunz invece è una mia invenzione, un misto di paesi e caravanserragli visitati fra Iran, Uzbekistan, Turchia che ho fuso e concentrato in uno solo. Nel terzo romanzo come non dare spazio alla Ville Lumiere e a Bordeaux terra di vini? Il vino, nettare importante, gustoso e allo stesso tempo insidioso; capace di fare la felicità e la disavventura delle persone. Da sangimignanese Doc sono dell’opinione che un buon bicchiere di vino, magari di vernaccia, non può che far bene a chi lo beve.

I. Venendo ad aspetti più tecnici, volevo chiederti qualche informazione sulla grafica che ha contraddistinto le copertine delle tue opere.

W. V. Le copertine sono importanti in ogni libro, possono attirare l’attenzione come far passare l’opera inosservata. Per il mio primo romanzo “Ventitré notti” ho scelto un quadro di Mauro Martinucci che ho nel salotto di casa mia. Un uomo cammina sotto la pioggia tenendo un ombrello. Ogni volta che lo guardo mi fa pensare a mio padre che, nonostante abbia cercato di ripararsi dalla pioggia (la sua malattia) e continuare a camminare, mi ha lasciato troppo presto. La copertina del primo giallo è stata scelta dall’editore, io l’ho approvata, anche se non mi aveva entusiasmato troppo, c’era comunque una San Gimignano dark e questo poteva riportare al romanzo. Per gli ultimi due ho scelto di proporre io le copertine e a parer mio sono nati due piccoli capolavori. Duccio Nacci ha creato quella de Il cofanetto di madreperla fotografandosi in piazza del Duomo in una notte nebbiosa. Maurizio Masini ha dipinto quella de Il volo del falco dando sfoggio di tutta la sua maestria. Ringrazio i miei amici per aver creato delle opere impareggiabili.

I. Quello che dicevi sull’intervento dell’Editore mi porta a chiederti qual’è stato il tuo rapporto con il mondo editoriale.

W. V. Ho sempre avuto buoni rapporti con gli editori. Luca Betti è stato il primo a credere in me. Durante l’editing ci sono stati anche momenti di discussione su alcuni brani che riteneva troppo lunghi o superflui; alla fine ha vinto il mio caratteraccio, Ventitré notti è per lo più integro. Con Pegasus sono alla terza pubblicazione e devo dire che il nostro rapporto è meraviglioso. I tre gialli sono praticamente uguali alle bozze che ho mandato. Le correzioni sono riferite soltanto a qualche refuso o a snellimento della punteggiatura, niente più.

I. E del resto che il tuo lavoro sia valido lo attestano i numerosi premi che ti sei finora aggiudicato.

W. V. I premi fanno sempre piacere e sono il riconoscimento che qualcosa di buono è stato fatto. quando sono stato chiamato sul palco quale vincitore del premio Arti Letterarie al Milano International 2021, non riuscivo neppure ad alzarmi, tanta era la commozione. Poi sono arrivati i premi a Cattolica e la partecipazione al Campiello con Il cofanetto di madreperla e infine il Falco ha volato alto su Lugano dove mi è stato assegnato il premio al Switzerland Literary prize 2024. Ma il riconoscimento più bello me lo danno quotidianamente gli amici e i lettori con messaggi e recensioni. Ne ricordo qualcuno: Fiammetta che ha lasciato la presentazione de Il Volo del falco alle otto e trenta del 22 giugno e alle diciannove del giorno dopo lo aveva già divorato. Debora che ha cominciato alle 15 di un sabato Il cofanetto di madreperla e all’una e venti di notte mi ha scritto: “Finito, accidenti a te non ho neanche mangiato”. Ma quello che mi è rimasto più di altri nel cuore è stato il primo che mi arrivò da Giovanni che recitava: “Est est est, meraviglia delle meraviglie, un libro che consiglieremo a tutti. E poi: sai quando un libro è veramente bello? Quando vorresti che non finisse mai. Io sono contento di averlo letto, ma sono dispiaciuto di averlo finito”. Ecco questi sono i veri riconoscimenti anche se poi c’è sempre il rovescio della medaglia, con critiche inaspettate che comunque devi accettare.

I. Un tuo titolo di merito infine è certamente quello di destinare tutte le tue “royalties” alla beneficenza.

W. V. Ribadisco che scrivo perché mi diverto e fortunatamente non ho bisogno di quei pochi proventi che vengono dai miei scritti. Ho scelto di aiutare chi non ha una vita facile e chi non ha un piatto caldo sulla tavola, e ce ne sono tanti purtroppo. Lo faccio con piacere, forse è anche un segno di riconoscenza verso chi mi ha fatto nascere due volte: nel 1982 sono uscito da un coma che sembrava irreversibile, e allora forse qualcuno ha voluto che ritornassi in terra anche per questo. Sono fiero e contento che ognuno dei miei libri abbia contribuito a far star meglio qualcuno che soffre.

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