Il Detective e il grande scrittore: Holmes e Twain a Firenze

Senza nulla togliere ai suoi tanti colleghi letterari, Sherlock Holmes è il detective più noto e celebrato della storia del giallo deduttivo e forse dell’intero genere poliziesco. All’epoca in cui venivano pubblicate le sue storie i lettori tendevano a credere che il personaggio esistesse realmente, tanta era la potenza fascinatoria che Conan Doyle aveva saputo dare alla sua creatura letteraria. Non v’è quindi da stupirsi se alla morte del prolifico scrittore britannico, avvenuta nel 1930, in tanti abbiano provato a ridare vita letteraria al suo immortale personaggio. Già nel 1954 un giallista del calibro di John Dickson Carr collaborò con Adrian Conan Doyle, figlio del defunto creatore di Holmes, nella stesura di una raccolta di racconti.

Negli ultimi decenni la scrittura di apocrifi su Sherlock Holmes ha sollecitato la vena creativa anche di molti autori italiani, tra cui per qualità e numero di opere si segnala Enrico Solito. Egli è inoltre considerato uno dei massimi esperti nel nostro Paese sul personaggio di Conan Doyle. Basti qui ricordare che è stato il primo non anglofono a conseguire il brevetto di Certified in Holmesian Studies, distinguished presso la Franco Midland Hardware Company, nonché il primo italiano a essere nominato membro dei Baker Street Irregulars di New York, la più antica ed esclusiva associazione sherlockiana del mondo; inoltre ha fondato e diretto riviste dedicate al detective di Baker Street, sul quale ha poi scritto anche vari saggi e numerosissimi articoli. Come narratore ha poi all’attivo molti romanzi di genere poliziesco e per l’appunto una corposa serie di apocrifi su Sherlock Holmes, alcuni dei quali ambientati in Italia.

Enrico Solito

Tra questi ultimi per collocazione geografica è qui opportuno soffermarsi sul racconto lungo Sherlock Holmes e il mistero della slitta, pubblicato nel 2014 nella collana Sherlockiana della Delos. Solito immagina infatti che nel 1904, sia per riposarsi dopo una serie di 42 casi risolti in pochi mesi sia per accogliere l’invito di Frederick Stibbert a visitare la sua collezione di armi, il detective abbia deciso di trascorrere un periodo di vacanza a Firenze in una villa messagli a disposizione dal Consolato britannico.

Va da sé che, mentre Watson è come subissato dagli innumerevoli stimoli artistici che si sono stratificati nel territorio, il detective è attento soprattutto ai caratteri razionalistici delle architetture rinascimentali:


E questa villa: colori chiari, sfolgoranti. Dobbiamo essere davvero grati ai signori Pazzi che ce l’hanno prestata; è splendida, razionale, perfetta. Guardi la purezza di quegli archi, la linea di quei finestroni a bifora. In verità, riassume in sé lo spirito di tutta la città.
.

Sherlock, la cui conoscenza della letteratura e della filosofia era pari a zero secondo le prime impressioni date al suo biografo e amico dottor Watson nel romanzo A study in scarlet, già in alcuni racconti scritti da Conan Doyle aveva avuto modo di sconfessare questo giudizio palesando interessi e gusti non superficiali nell’ambito della cultura umanistica. Addirittura, al momento del suo ritiro nel Surrey, secondo i resoconti di Watson egli si sarebbe dedicato soprattutto proprio alla filosofia e all’apicoltura. Negli apocrifi non di rado questa propensione a coltivare interessi letterari acquista risalto, e nel racconto di Solito in particolare il detective ha modo di confrontarsi con il grande scrittore statunitense Mark Twayn, residente in quegli anni a Firenze.

Mark Twayn

I Viviani della Robbia si erano infatti offerti di ospitarlo nella loro villa a Settignano, venendo incontro al desiderio dello scrittore di portare la moglie malata a vivere in un clima sperabilmente più salubre. Invano, dato che proprio a Firenze la donna troverà la morte. Suo marito però approfitterà del soggiorno per comporre varie opere, ispirandosi al luogo ameno, di cui scrive:

La posizione della villa era perfetta. Era a tre miglia da Firenze sul fianco della collina. La terrazza fiorita sulla quale era situata guardava su uliveti e vigneti in declivio verso destra.

Villa Viviani alcuni decenni fa

Proprio in questa prestigiosa residenza, denominata nel racconto di Solto villa di Quarto, avviene il primo reato, una rapina ai danni dello scrittore americano durante la quale viene distrutta anche la slitta del titolo; si trattava di un particolare cimelio portatovi anni addietro come ricordo dalla Granduchessa Maria, figlio dello zar Nicola I, nel cui sottofondo lo stesso Twayn aveva nascosto dei gioielli. La polizia italiana, messasi subito all’opera, in breve ritrova il bottino in un campo di nomadi, alcuni dei quali vengono arrestati. Ma qualcosa non convince il giovane delegato di polizia Lapo Aldemar Nencini, che difatti si rivolge per un parere a Sherlock Holmes, trovandolo interessato a seguire il caso con il consueto piglio e l’affinato metodo deduttivo.

Bene, signor Holmes, riprese il giovane ora che la conosco sono ancora più deciso a chiedere il suo aiuto. Come lei ha giustamente indovinato

Dedotto! lo interruppe severamente linvestigatore, mentre si accendeva la pipa. – Indovinare è una pessima abitudine; rovina le capacità logiche dellindividuo. Ma continui, la prego.

Ben presto nel corso dell’indagine la mente analitica di Holmes lo porterà a spostare la propria attenzione dall’iniziale rapina fino a un ben più torbido intrigo. A rendere ancora più drammatica la situazione si aggiungerà ben presto l’uccisione, malamente mascherata da suicidio, del finanziere Pelati, residente in una villa vicina. Cosicché il detective di Baker Street, come del resto era successo in alcuni racconti della raccolta L’ultimo saluto di Sherlock Holmes del 1917, dovrà risolvere una vicenda di spionaggio e mettersi al servizio della sua patria contro le minacce di Nazioni concorrenti, in questo caso la temibile Prussia.

La narrazione di Solito, che pur nella brevità racchiude tutti gli ingredienti di una composita indagine poliziesca, ha l’ulteriore merito di presentare uno scorcio nitido della Firenze di inizio ‘900 con particolare riguardo alla comunità anglosassone che in quel periodo la frequentava. L’evolversi del rapporto tra Holmes e Twayn poi è tratteggiato con cura fin dal loro primo incontro: lo scrittore, ironico e sicuro di sè, sostiene di avere letto le gesta del detective e gli chiede di poter raccogliere una sua intervista; il detective ostenta modestia e, pur riconoscendo nell’interlocutore doti di spirito, lo sfida a applicare alla situazione i metodi deduttivi che dovrebbe aver appreso leggendo i resoconti delle sue indagini scritti da Watson. Il secondo incontro, che giunge inaspettato, rivela la profonda umanità di Twayn: lo scrittore è rimasto sconvolto dal tentativo di linciaggio da parte di una turba di fiorentini nei confronti degli zingari, azione che gli ricorda i più crudi fenomeni di razzismo cui ha assistito nella sua terra; da qui la richiesta a Holmes di chiarire al più presto la situazione e individuare i veri colpevoli. Ulteriore sviluppo di questo rapporto si ha quando lo scrittore americano viene coinvolto fattivamente da Holmes nello sviluppo dell’indagine, che accompagna fino alla felice conclusione del caso.

Questo racconto di Solito, per quanto assai ben riuscito, certo non aggiunge nulla all’enorme rilevanza di Sherlock Holmes e di Mark Twayn nella storia della letteratura poliziesca e di quella statunitense, casomai ne è l’ennesima attestazione. Risulta tuttavia particolarmente gradito al lettore, in particolar modo toscano, per aver calato figure di questo spessore nella Firenze di primo ‘900 che, anche grazie al contributo di ospiti stranieri, continuava a svolgere un ruolo non secondario nello scenario culturale italiano.

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