Vincenzo Galati è genovese di nascita ma da alcuni anni si è trasferito in Toscana, prima in Valdelsa poi nelle campagne della Val d’Orcia, e di tale trasferimento anche la sua attività letteraria ha finito per risentirne. I primi romanzi da lui pubblicati infatti, oltre a avere spesso un tono più leggero, erano ambientati nella sua Liguria, mentre la sua ultima fatica letteraria “Il redentore” è un crime thriller di forte impatto ambientato a Siena e dintorni.


In questa sua ultima opera Siena, lungi dall’essere una semplice cornice, acquista un notevole rilievo, grazie a una narrazione curatissima nella topografia e nel descrivere le sue emergenze artistiche non meno che puntuale nei riferimenti alle diverse contrade e ai risvolti palieschi. Certo, come ogni autore che si rispetti, anche Galati non rifugge da licenze poetiche , come quando immagina la presenza di un mercato ittico a Siena oppure colloca una conceria nella via principale di San Gimignano.
L’accostamento alla realtà senese è poi favorito dalla padronanza nello scrittore della colorita parlata toscana, che fiorisce di volta in volta sulla bocca di numerosi personaggi:
«O icché voi che anche il più incallito pervertito potesse trovallo attraente?»
«E se ’un è questo il legame tra le vittime, qual è allora?»
«’Un lo so, ma col tempo lo capiremo.»
«Secondo me dovremmo mette’ da parte tutti i pregiudizi e ricomincia’ da capo. Lara, forse finora un s’è capito ’na sega.»
«Sa com’è, senza lilleri ’un si lallera. Tra un pochino mi tocca abbassare il bandone.»
Questa ricchezza espressiva del discorso diretto tende però a diradarsi via via che l’indagine si sviluppa e il precipitare degli eventi forse consiglia l’uso di un lessico più preciso e di immediata comprensione nel lettore.
Su questo contesto ambientale, per più versi affascinante, cala l’ombra dell’assassino seriale. Sia Riccardo Pedraneschi (nel romanzo L’enigma dello scorpione) sia Fausto Tanzarella (nei romanzi Il cerchio del fantasma e I giorni del corvo) sia Luigi Bicchi ( nel romanzo I tarocchi di Costanza) hanno recentemente narrato casi di serial killer all’opera a Siena.
A caratterizzare l’opera di Galati, come appare evidente già dal titolo, è però la vena religiosa del maniaco criminale, per cui le citazioni bibliche nonché la descrizione di momenti liturgici costellano il testo.
Gli omicidi, spesso cruenti e efferati oltre che connessi da un preciso rituale, si susseguono in una sequenza insolitamente lunga in base all’ordine maniacale seguito dall’assassino. Su questa serie di delitti indaga un team di poliziotti composto quasi interamente da fiorentini, un po’ come Les Italiens di Pandiani all’opera a Parigi. A guidarli è il commissario Malaspina, che può vantare una brillante carriera allo SCO, finita poi in un vicolo cieco a causa del riemergere delle ombre del suo passato. I tormenti di Malaspina sono spesso al centro del racconto: abbandonato dalla moglie che mal tollerava la sua assoluta dedizione al lavoro, il suo animo è oppresso da sciagurate vicende giovanili capitate a Firenze, che l’hanno spinto a diventare poliziotto minando però al contempo le sue relazioni con i familiari.
Nella prima parte del romanzo la narrazione di questo passato fiorentino si snoda difatti in parallelo con lo svilupparsi dell’indagine, e intriga molto il lettore. Fino a che, interrompendosi senza fornire risposte su aspetti cruciali, lascia intendere che i nodi irrisolti sono destinati ad aggrovigliare la matassa delle indagini sui delitti senesi.
La parte finale del romanzo, peraltro piuttosto prevedibile almeno a partire dalla riproposizione del “bacio di Giuda”, conserva tutta la sua intensa drammaticità. E in effetti la soluzione del caso permetterà a Malaspina di fare fino in fondo i conti con i propri demoni interiori.



