Intervista a Vincenzo Galati

Vincenzo – Enzo per parenti e amici – Galati è un autore di romanzi giallo-noir, di cui ben due sono ambientati in Toscana. Lo ringraziamo quindi della sua disponibilità nel rispondere alle sollecitazioni di questa intervista, nella quale si può cogliere la poetica di Enzo insieme a aspetti biografici e esperienze di lettore che hanno contribuito a dare un timbro personale alla sua opera.

Enzo Galati

D. L’assunto che ogni scrittore debba essere prima di tutto un buon lettore ti trova d’accordo?

E. G. Credo che prima di imparare a scrivere, si impari a leggere. E non intendo solo decifrare le parole su una pagina, ma proprio leggere il mondo, gli altri, le storie che ci passano accanto. Per me la lettura è stata la porta d’ingresso in quella dimensione. Uno dei primi libri che ricordo di aver letto – e riletto più volte, a diverse età – è Il piccolo principe. Me lo fecero scoprire alle elementari, e da allora non l’ho più lasciato andare. Ogni volta che lo riprendo in mano, mi sembra di leggere un libro diverso, come se fosse lui a crescere con me. Alle medie, invece, arrivò la folgorazione: la biblioteca di classe. C’erano quei volumetti gialli con il logo del “Giallo Mondadori per ragazzi” e io, ingenuamente, pensai che “giallo” fosse solo il colore della copertina. Scoprii presto che dentro quelle pagine si noto un mondo di misteri, colpi di scena e ragionamenti logici che mi affascinavano più di qualsiasi lezione. Poi arrivarono gli anni delle superiori e, con loro, Agatha Christie. Lì capii che non si trattava solo di leggere per passatempo: ero entrato in un universo dove ogni dettaglio contava, ogni parola poteva essere una trappola, e la mente dell’autore era il vero luogo del delitto. Negli ultimi anni delle superiori ho iniziato a divorare libri come altri fumavano sigarette, complice anche qualche insegnante “illuminato”, di quelli capaci di farti amare un romanzo senza trasformarlo in un compito. All’università, poi, feci un giro più largo. Lessi tantissimo, ma quasi niente di giallo. Mi immersi nella narrativa italiana, soprattutto i grandi del Novecento e gli autori degli anni ’80 e ’90, la scrittura che raccontava le nostre città, i paesi, le famiglie, i piccoli mondi quotidiani dove si riflettono le nostre abitudini, i nostri vizi e le nostre virtù. Erano gli anni ’90 anche per me, e forse cercavo di capire chi fossimo noi italiani attraverso quei personaggi e quei luoghi, più che attraverso la cronaca o la politica. Poi, una ventina d’anni fa, il cerchio si è chiuso: ho riscoperto il giallo. Ma con occhi diversi. Oggi, tra cartacei, e-book e audiolibri, divoro una cinquantina di titoli l’anno, e almeno il settanta per cento sono gialli. Italiani, soprattutto. Perché il mistero, quando parla il nostro linguaggio e si muove tra le nostre città, diventa più vero, più vicino, più inquietante.

D. E il passo fatale verso la scrittura come è avvenuto?

E.G. Credo che dalla passione per la lettura sia nata, quasi in modo naturale, anche quella per la scrittura. In realtà, ho sempre scritto. Fin dalla prima elementare riempivo quaderni di parole, frasi, filastrocche, piccoli testi: le parole mi hanno sempre affascinato, e i giochi di parole ancora di più. Scrivere, per me, è sempre stato qualcosa di naturale, un modo per esprimermi. Quando a scuola c’era il tema, per me era una festa: mentre i miei compagni si disperavano, io non vedevo l’ora di iniziare. Però non mi sono mai cimentato davvero con racconti o romanzi fino all’alba del nuovo secolo: prima, la scrittura era più un compagno di viaggio, un esercizio di libertà, un modo per dare forma ai pensieri. Poi, dopo anni passati a leggere le storie degli altri, è arrivato il momento di restituire qualcosa, di mettermi dall’altra parte del foglio, quella dei racconti e, soprattutto, dei romanzi, che sono la forma che più sento mia. Forse scrivo per lo stesso motivo per cui ho iniziato a leggere: per cercare risposte. Non tanto alle grandi domande della vita, quanto a quelle più sottili, quelle che si nascondono nei comportamenti, nelle paure, nei silenzi delle persone. In fondo, ogni storia è un modo per provare a capire cosa si nasconde dietro le apparenze, dietro le scelte, dietro i misteri che abitano la quotidianità e anche la mente umana. E quelle risposte, spesso, le cerco intorno a me, nei luoghi, nelle persone, nelle atmosfere che conosco e che amo osservare Il mio ultimo romanzo, Il redentore, nasce proprio da questo: dal desiderio di raccontare un mistero immerso nel territorio senese, tra colline e silenzi, personaggi e curiosità che attingono dal reale. Perché la provincia, con i suoi ritmi e i suoi segreti, è il posto ideale dove i misteri più profondi sanno ancora nascondersi bene.

D. Parlavi giustamente di ultimo romanzo. In effetti hai già alle spalle una copiosa produzione d opere. Potresti fare una sintetica descrizione del tuo percorso artistico?

E. G. Prima di arrivare a Il redentore ho fatto un percorso un po’ erratico, come quei personaggi che partono senza sapere bene dove li porterà la storia.

Il mio primo romanzo, Lo strano mistero di Torre Mozza, nasce proprio da un posto che conosco da tanti anni: Torre Mozza, sulla costa grossetana, dove andavo spesso ancor prima di trasferirmi in Toscana. Aveva tutto quello che serviva per un giallo: una torre, il mare, un po’ di vento, e quella strana sensazione che certi luoghi ti fanno, come se dietro la bellezza si nascondesse qualcos’altro. È stato quasi naturale ambientare lì la mia prima indagine: in fondo, si inizia sempre da ciò che ci è familiare, o che ci inquieta al punto giusto.

Poi ho fatto un salto verso casa, tornando in Liguria. Sono nato e cresciuto a Genova, e credo che prima o poi ogni scrittore finisca per fare i conti con i propri luoghi d’origine. Nel mio caso, però, non volevo affrontarli con toni cupi o troppo drammatici: così sono nati i miei cozy crime. Cinque romanzi — Chi non muore, Beata gioventù, Dal letame nascono i fiori, Alla fine della giostra e Come luna per le maree — che mi hanno permesso di raccontare un’altra faccia della Liguria: quella ironica, quotidiana, fatta di vicoli, personaggi sopra le righe, e segreti che sembrano piccoli… finché non inizi a tirarne il filo.

Perché scegliere proprio Genova e dintorni? Perché è impossibile uscirne davvero. È una terra che ti resta addosso: ruvida, stretta tra mare e monti, con quella sua luce obliqua che sembra fatta apposta per fare da sfondo a un mistero. E poi perché, diciamolo, i liguri sono personaggi perfetti per un giallo: diffidenti al punto giusto, ironici senza volerlo e imprevedibili quando meno te lo aspetti.

Insomma, prima di arrivare alle ombre senesi de Il redentore, sono passato attraverso mare, scogliere, vicoli, torri costiere e personaggi che sembrano usciti da una sagra di paese. Tutto materiale prezioso per uno che, come me, ha sempre creduto che le storie migliori nascano esattamente lì: nei luoghi che conosci, e che ti conoscono fin troppo bene.

D.In Toscana però da qualche anno sei anche venuto a vivere. Come si è sviluppato il tuo rapporto con questa particolare regione?

E. G. Diciamo che non è stato proprio un percorso spirituale, ecco. Niente eremi sul Monte Amiata né ritiri meditativi in mezzo ai cipressi. Il mio avvicinamento alla realtà toscana è stato più… pratico. È stato comunque un viaggio pieno di scoperte, e di qualche “boncitto!” sentito nei momenti giusti (e sbagliati).

Prima tappa: imparare la musica dell’accento senese.

All’inizio pensavo fosse solo un modo elegante di allungare le parole. Poi ho capito che no: è un ritmo. Una specie di cantilena che può essere dolce come un saluto o affilata come una battuta sarcastica. Mi sono fatto l’orecchio tra i colleghi, nelle botteghe, in coda al forno: un master accelerato in fonetica senese applicata.

Seconda tappa: la campagna, quella vera.

Niente cartoline da rivista: parlo della campagna di strade bianche che cambiano forma dopo ogni temporale, del rumore del vento che corre nei campi, delle colline che al mattino sembrano sospese tra foschia e poesia involontaria. Lì ho capito che la provincia senese ha un carattere proprio: quieta, ma con una personalità che non fa sconti.

Terza tappa: modi di dire e saggezza contadina.

Li ho raccolti come piccoli tesori linguistici. Alcuni li ho capiti subito, altri dopo giorni. Altri ancora penso di non averli capiti davvero… ma allo stesso tempo sì, perché a Siena certe frasi funzionano più per atmosfera che per grammatica.

Quello che è certo è che in provincia si dice molto anche quando si parla poco, e spesso le frasi più innocue contengono più giudizio di una sentenza.

Quarta tappa: respirare Siena senza fare il turista.

Ho camminato tanto. Dalle contrade a Piazza del Campo. Ho ascoltato il passo di chi vive qui tutto l’anno: lento dove serve, rapido quando deve. Ho imparato che ogni vicolo ha un carattere, ogni porta una storia, ogni bar un confidente. E che il caffè, a Siena, non è una bevanda: è una pausa strategica.

Quinta tappa: lasciare che tutto questo entrasse nella scrittura.

Ho portato dentro le pagine la luce che arriva radente sulle mura, le ombre fresche dei vicoli, il silenzio della campagna interrotto solo dai trattori distanti, e quella schiettezza elegante — sì, elegante — con cui la gente della provincia sa dire le cose.

Volevo che i personaggi non “imitassero” i senesi: volevo che respirassero come loro.

Risultato?

Non so se posso dire di essermi calato nella realtà senese. Probabilmente è stata la realtà senese a calarsi in me… e a mettersi comoda, come se fosse casa sua.

Nel frattempo, però, nel mezzo di questo percorso, qualcosa di curioso è successo: le mie due terre — Genova, quella dove sono nato e cresciuto, e Siena, quella che mi ha adottato — hanno deciso di incontrarsi da sole, senza chiedere permesso. È successo quando Chi non muore, un romanzo ambientato tra vicoli e caruggi, ha vinto il premio della giuria al Premio letterario Città di Siena. Una specie di “stretta di mano” fra le due città: Genova ha bussato alla porta, Siena ha aperto… e da allora credo che si siano messe d’accordo per condividersi i miei personaggi.

D. A parte lo stimolo che possono dare i Premi letterari, con quali letture alimenti oggi la tua vena creativa?

E. G. Negli ultimi anni ho sviluppato una vera e propria dipendenza da gialli italiani. È una scelta quasi obbligata, direi: quando un genere ti somiglia così tanto, finisci per cercarlo ovunque. Come già detto, divoro più di cinquanta titoli l’anno — cartacei, digitali, audiolibri… se potessi assorbirli per osmosi, probabilmente lo farei — e una percentuale bulgara finisce inevitabilmente nella sezione “Made in Italy”.

Perché proprio i gialli italiani? Be’, credo perché hanno qualcosa che gli altri non hanno: un carattere. Non parlo solo delle ambientazioni o dei dialetti (anche se aiutano), ma di quel modo tutto nostro di mescolare ironia e disincanto, umanità e tragedia, tensione e quotidianità. Il giallo italiano non è solo un mistero da risolvere: è una finestra aperta sulle persone. E io, nelle storie, cerco proprio questo: l’ombra e la luce che si danno battaglia dentro i personaggi.

Poi c’è un’altra verità, forse meno poetica ma più pragmatica: i gialli italiani li capisco “a orecchio”. Quel modo di parlare, di muoversi, di discutere, quella gestualità involontaria… se metti un personaggio italiano sulla pagina, io lo sento parlare nella testa. Un detective americano mi piace molto, per carità, ma un maresciallo italiano che indaga in provincia… be’, gioca in casa.

E a proposito di casa: amo profondamente il giallo al femminile. In Italia abbiamo una quantità impressionante di “signore del giallo”, vere regine del cozy crime e non solo. Per restare nella mia Liguria, ho un debole letterario dichiarato per Valeria Corciolani, che seguo sin dai suoi esordi. Ma adoro anche Alice Basso e Serena Venditto, che hanno portato eleganza, intelligenza e ironia nel genere come poche altre. E se ci spostiamo in territori più cupi, non posso non citare Barbara Baraldi, che non scrive noir: lo distilla.

Il bello è che in Italia le scrittrici di gialli non sono “tante”: sono tantissime. Al punto che a volte mi chiedo se non siano proprio loro, più degli uomini, ad aver trasformato il giallo in qualcosa di identitario.

E poi ci sono le mie due regioni. La Liguria, con i suoi vicoli stretti e i suoi orizzonti larghi, sembra fatta apposta per nascondere segreti: non stupisce che proprio qui siano nate alcune delle voci più brillanti del giallo italiano contemporaneo.

La Toscana, invece, è una terra dove il genere poliziesco ha una tradizione importante, soprattutto al maschile: scrittori solidi, riconosciuti, spesso capaci di trasformare la provincia in un palcoscenico complesso e affascinante.

Io, paradossalmente, con molti di loro non ho avuto modo di confrontarmi di persona. I miei scambi più frequenti — quelli in cui si parla di trame, personaggi e del perché le idee migliori arrivino sempre nel momento meno opportuni — sono spesso con autori di altre regioni. Ma questo non toglie nulla: anzi, forse conferma che il giallo italiano è un’unica grande famiglia… dispersa geograficamente, ma concentrata quando si tratta di coltelli, alibi e depistaggi.

In fondo, questa è la verità: leggo gialli italiani perché ogni autore, ogni autrice, porta un pezzo del nostro Paese dentro la storia. E quando li metti tutti insieme — Liguria, Toscana, Piemonte, Campania o Sicilia, non importa — ottieni un coro che per me è irresistibile. Un coro che parla di mistero, certo… ma anche di noi.

D. Siamo all’ultimo miglio, quello che riguarda “Il redento”re. Ti chiederei di dirci qualcosa circa spunto che ti ha ispirato, sulla tinta decisamente noir che hai dato all’opera, nonché sulla curvatura religiosa e sul rilievo che in essa, oltre a Siena, ha anche Firenze. Se ci sono poi domande che ancora nessuno ti ha fatto su questo romanzo, ti invito a sfruttare l’occasione per (auto)proporle.

E. G. Quando parlo de Il redentore mi sembra sempre di fermarmi un attimo prima di entrare in una stanza buia: so cosa ho messo lì dentro, ma ogni volta mi sorprende vedere come cambia, a seconda di chi lo guarda.

Lo spunto iniziale è nato come nascono le idee che non ti lasciano in pace: da una domanda semplice che, però, ha un’ombra molto lunga. Che cosa succede quando qualcuno confonde la redenzione con il controllo? Quando una convinzione – religiosa, morale, personale – invece di illuminare, acceca? Da lì è venuta la tinta noir del romanzo, quasi inevitabile. Era una storia che non poteva essere raccontata alla luce del sole: aveva bisogno di ombre, di silenzi, di quella tensione che in certi vicoli – reali o interiori – si attacca alla pelle.

La componente religiosa non nasce da un mio slancio spirituale. Con la fede ho un rapporto distaccato; la rispetto, ma non la frequento. Da scrittore, però, mi interessa moltissimo: le sue simbologie, i suoi riti, le sue contraddizioni sono un terreno narrativo vastissimo. In Il redentore la religione non consola e non guida: è una maschera. È il sipario dietro cui la follia si veste bene per sembrare altro. Il romanzo non parla di spiritualità, ma di cosa accade quando qualcuno usa quell’immaginario come strumento. È un gioco di specchi deformanti, non una lezione di catechismo.

E poi c’è la geografia del romanzo, che è un personaggio essa stessa. Siena dà il respiro cupo della provincia che non dimentica, che osserva, che giudica anche quando tace. Le colline intorno, i borghi, i silenzi… hanno un peso specifico nella trama. Firenze, invece, entra con un’energia diversa: è la città che si muove, che incrocia storie. È il luogo d’origine di mezza squadra investigativa, una squadra che arriva con il pragmatismo toscano, il passo deciso e quella capacità di guardarti come se avessero già capito se stai dicendo la verità o no. Le due città si parlano, si rispondono, in qualche modo si sfidano. Siena è l’enigma; Firenze è la lente che prova a decifrarlo.

E forse è proprio questo che mi piace de Il redentore: l’idea che ogni luogo – Siena con le sue ombre lunghe e Firenze con il suo passo più razionale – non sia soltanto un palcoscenico, ma una lente che distorce, amplifica, altera. E dietro quella lente, a un certo punto, tutti i personaggi sono costretti a guardare qualcosa di sé che non avevano mai davvero messo a fuoco.

Una domanda che nessuno mi ha ancora fatto?

“Forse la più semplice: chi è davvero il ‘redentore’ del titolo?”

Perché non è detto che coincida con il colpevole. Né con chi si crede dalla parte giusta. Il “redentore” può essere chi salva, o chi pensa di farlo. Chi manipola o chi si lascia manipolare. Nel romanzo ci sono più personaggi che, in modi diversi, provano a “redimere” qualcuno, o qualcosa. E la cosa divertente, almeno per me, è che il lettore potrebbe arrivare in fondo con un’idea diversa da quella da cui ero partito io.

E allora la domanda resta lì, senza risposta definitiva: chi merita davvero quel titolo?

Credo che ciascuno debba arrivare al suo personalissimo modo di decifrarlo.

Il dubbio con cui ci lascia l’autore, che nuovamente ringrazio per la ricchezza di elementi che ha fornito durante l’intervista, trova riscontro anche in due ironiche foto da lui messe in rete, nelle quali oscilla tra la parte di ladro e quella di segugio investigativo.

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