Daniela Mancini, saggista e scrittrice versatile, ha da poco pubblicato presso Pacini Editore il suo secondo romanzo poliziesco, “Concavo o convesso”. La ringraziamo cordialmente per questa intervista, in cui tocca vari aspetti del suo universo creativo.
D. La prima domanda è d’obbligo: come sei approdata alla scrittura?
R. Ho sempre scritto, da insegnante scrivevo piccole pièce teatrali, insieme agli alunni, per illustrare fatti storici, ad es. “Il congresso di Vienna”, “Nelle trincee della prima guerra mondiale”, “Il Medioevo di Dante e di Carducci”. Ho iniziato a pubblicare però solo molto più tardi e con generi diversi.
D. Nella tua produzione letteraria e saggistica c’è una grande attenzione alle vicende del territorio in cui vivi. Quale rapporto senti di avere con la tua terra?
R. Ho uno stretto rapporto con la realtà sociale, scolastica e culturale dell’Empolese Valdelsa. Non saprei immaginarmi altrove.
D. Nei tuoi romanzi, anche polizieschi, trovano moto spazio i dialoghi tra i personaggi. Cosa puoi dirci della tua vena teatrale?
R. Scelgo il dialogo perché permette al lettore di “vedere” la scena e dunque una comprensione immediata.

D. Da qualche anno hai iniziato a scrivere romanzi polizieschi. Cosa ti ha spinto a farlo?
R: Il giallo mi consente di parlare delle persone, dei loro pregiudizi, delle loro attese e delusioni, senza ripetermi.

D. Nell’ambito del genere poliziesco vi sono ormai molti autori toscani, che ambientano nella nostra regione le loro storie. Ti capita di confrontarti con queste opere?
R. Ogni scrittore ha le proprie specificità e sensibilità e perciò ognuno è diverso dall’altro.
D. Venendo ai romanzi polizieschi, comincerei a chiederti come sei arrivata a dare loro il titolo, sul significato dei quali il lettore conserva la curiosità fino quasi alla conclusione della storia?
R. Il titolo fa riferimento al testo, nel caso di CONCAVO O CONVESSO vuol significare che non c’è un solo punto con cui inquadrare la verità, come la superficie di una sfera appare concava da dentro e convessa da fuori.

D. Nelle descrizioni degli ambienti, soprattutto urbani, non manca mai il riferimento al livello sociale dei loro abitanti. Da cosa nasce questa tua scelta artistica?
R. Descrivo gli ambienti che conosco meglio di cui posso individuare le varie dinamiche. Dovendo attribuire i miei polizieschi a una tipologia la definirei quella del Giallo sociale.

D. Mi ha sorpreso favorevolmente il rigore scientifico con cui nel primo romanzo descrivi le attività e i riscontri dell’anatomopatologo, mentre nel nuovo romanzo spicca la competenza sul mondo digitale e sull’intelligenza artificiale. Come sei arrivata a questa felice resa letteraria?
R. Ho studiato molto, ho consultato esperti del settore. Ritengo che chi scrive gialli contemporanei non può prescindere da queste conoscenze che intendo però presentare di facile comprensione per il lettore.
D. Vorrei poi chiederti come hai costruito i componenti della squadra investigativa, ai quali hai dedicato un’approfondita analisi psicologica nel primo romanzo, cui ha fatto seguito una forte caratterizzazione linguistica nel secondo.
R. Ho inteso costruire una squadra investigativa verosimile in cui gli agenti, provenienti da varie regioni d’Italia, siano individuati facilmente dal lettore.
D. E la gattina Juve, inquilina della Questura che potrebbe ricordare anche il gatto Palla della squadra di Adamsberg della Vargas, è spia di una fede calcistica?
R. Per la micetta non ci sono riferimenti letterari, il nome mi è sembrato adatto perché gli agenti, per lo più non toscani, è presumibile che siano tifosi bianco-neri. Io resto devota alla Fiorentina…
D. A condurre le indagini è una coppia di investigatori, un uomo e una donna. Comincerei dall’ispettore Lamanna, il cui cognome ricorda quello dell’autore di un vecchio e rinomato manuale di filosofia. Il digital divide, accentuato dall’intelligenza artificiale, è per lui un cruccio, ma il personaggio per il resto è davvero ricco di sfaccettature. A chi ti sei ispirata?
R. Per il nome dell’ispettore non mi sono ispirata a nessun personaggio storico o letterario, ho scelto il nome Lamanna perché conoscevo un Lamanna, arrivato a Lazzeretto dalla Sicilia tanti anni fa, che si era integrato benissimo e da tutti è stato riconosciuto persona di grande valore umano.
D. Prima inter pares è senza dubbio Irene Gando, la giovane commissaria piemontese assegnata suo malgrado alla Questura di San Zanobi. Potresti schizzarne un sintetico profilo e dirci se per caso in lei c’è qualcosa dell’autrice?
R. Irene è una giovane commissaria arrovellata da sensi di colpa che le hanno impedito a lungo di stringere legami di amicizia fuori e dentro il commissariato. Ritiene che solo buttandosi nel lavoro potrà placarli. In molti dei protagonisti c’è qualcosa di me, di ciò che ero, di quello che sono diventata, di quello che mi immagino di essere in futuro.
D. Il lettore noterà che le principali figure femminili, dalla stessa Gando alla Signori, da Elisa a “Bona”, per un motivo o per un altro sono sentimentalmente inappagate. C’è una ragione specifica per questa loro condizione.
R. Parafrasando Tolstoj direi che se tutte le donne felici sono simili quelle infelici sono infelici ognuna a modo suo.
D. Nel nuovo romanzo compaiono alcuni adolescenti, studenti certo non modello ma straordinariamente preparati nell’uso degli ultimi ritrovati tecnologici. Dato che la scuola ha avuto una grande importanza nella tua vita, proprio partendo da queste caratterizzazioni ti chiederei di concludere questa chiacchierata dandoci un parere sull’attuale situazione dei giovani impegnati nei processi formativi.
R. I giovani si sentono soli, credo che la scuola debba innanzitutto ascoltarli e aiutarli a ristabilire relazioni sane. Per loro vale oggi l’assioma “Nessuno si salva da solo”. Noi adulti dobbiamo vedere in loro le potenzialità positive che non dubito ognuno possiede.







