Con grande piacere accogliamo la collaborazione al sito di LUISA ZAMBON, docente di Italiano, Latino e Storia al Liceo “S. G. Bosco” di Colle di Val d’Elsa. Esordisce con la recensione di un romanzo di Valerio Massimo Manfredi in cui gli aspetti polizieschi sono intimamente legati a quelli storici e culturali di una delle più suggestive cittadine della nostra Toscana.
“Archeologìa s. f. [dal gr. ἀρχαιολογία comp. di ἀρχαῖος «antico» e -λογία «-logia»]. – Studio e conoscenza dell’antichità in genere. Più in particolare, la scienza dell’antichità che mira alla ricostruzione delle civiltà antiche attraverso lo scavo e lo studio della varia documentazione monumentale, dei prodotti artistici e delle iscrizioni.”
Così si trova scritto e spiegato al termine archeologia su Treccani (versione online).
E quindi con facile riscontro nella realtà immaginiamo, anzi, vediamo, schiere di più o meno giovani appassionati del passato remoto destreggiarsi tra ricerche in biblioteca, scavi in loco, possibilmente in siti nascosti dal tempo e dall’oblio, alla ricerca della scoperta sensazionale o, al minimo, inaspettata.
Troppo facile dedurre che ogni archeologo e archeologa abbia le fattezze di Indiana Jones o di Lara Croft. Può chiamarsi semplicemente Fabrizio Castellani, non avere caratteristiche particolari, essere stato lasciato dalla sua ragazza da poco e nutrire la speranza di “vincere un posto da ricercatore all’Università di Siena” (p. 7).
Un giovane normalissimo, che si presenta con una certa apprensione dal Soprintendente regionale Nicola Balestra per ottenere il permesso di condurre ricerche approfondite su “un pezzo di grande valore” conservato nel Museo della città, dove potrà trattenersi anche oltre l’orario di chiusura.
Siamo a Volterra, l’antica etrusca Velàthri. Cittadina tranquilla, adagiata su un colle da cui domina la Val d’Era e la Val di Cecina, conserva ben visibili le tracce del suo passato, quello più recente medievale e mediceo, quello più lontano etrusco e romano. Ma è senza dubbio l’antica presenza etrusca ad affascinare il nostro giovane archeologo, impegnato nell’osservazione attenta e meticolosa del più famoso reperto simbolo della cittadina stessa: l’Ombra della sera, la statuetta in bronzo risalente al III sec. a.C., alta poco meno di 60 cm.: “Era l’immagine acerba ed esile di un bambino triste dal corpo gracile, esageratamente allungato, dal volto minuto e dallo sguardo malinconico in cui pure sopravviveva un’ombra di naturale spensieratezza, troncata anzitempo dalla morte” (pp. 15-16).
Tutti più o meno hanno visto, o dal vivo o in foto, la statuetta e, a parte la malinconia con cui sembra presentarsi al giovane studioso, quale mai nuovo particolare può rivelare un’ulteriore indagine su di essa? Eppure qualcosa trascurato da altri agli occhi di Castellani appare: una sorta di ferita sul fianco destro. Senonché la concentrazione dell’archeologo è turbata da una telefonata in cui gli si intima di lasciare in pace il fanciullo (!), a cui segue, poco dopo, “un verso ferino acuto e prolungato, un urlo feroce di sfida e di dolore, l’ululato di un lupo nella notte di Volterra” (p. 17).
Siamo solo alle prime pagine del romanzo di Manfredi e già l’atmosfera si incupisce, promette sviluppi interessanti e inquietanti, ci immerge in un presente (anche se il romanzo risale al 2001) su cui si allungano le ombre di un tempo lontanissimo, gli echi di un evento non ancora compiuto del tutto.
Il protagonista si troverà, suo malgrado, ad esercitare le sue doti osservative anche fuori dell’ambito strettamente archeologico, sarà costretto a collaborare col tenente dei Carabinieri Marcello Reggiani per indagare sulle morti in apparenza inspiegabili di alcuni personaggi, i cui cadaveri rivelano una ferocia inaudita e bestiale, veri e propri massacri, da parte di chi li ha uccisi. Attraverso gli occhi di Castellani conosciamo tombaroli e furti d’arte su commissione, necropoli nascoste, tavole di bronzo con iscrizioni misteriose intrise di maledizioni, casolari di campagna che non sono quel che sembrano: “Entrò e si trovò in una specie di camerone con un pavimento malconcio di cotto e pareti intonacate adorne di improbabili affreschi di ispirazione etrusca. Una ancor meno probabile danzatrice in panni simil-etruschi ondeggiava al suono della musichetta New Age …” (p. 116).
Il teatro della vicenda, ripetiamo, è una delle cittadine toscane più conosciute al mondo, uno dei luoghi più suggestivi in cui si “leggono” gli anni, i secoli, i millenni in una stratificazione di epoche diverse che ha affascinato non solo gli studiosi e gli archeologi. Ricordiamo che Volterra è stata scelta come location di sceneggiati Tv e film (Ritratto di donna velata, 1975; New Moon, parte della saga The Twilight, 2009, per citarne alcuni), di ambientazione per i romanzi di Cassola e d’Annunzio (La ragazza di Bube, Fausto e Anna, Forse che sì forse che no); compare in una canzone di Lucio Dalla, La bambina (1973): attraverso lo sguardo e l’innocenza di una bambina, il cantautore richiama la battaglia di Volterra del luglio 1944, combattuta tra gli americani della Quinta Armata e le retroguardie tedesche.
Valerio Massimo Manfredi è solo l’ultimo di una serie di artisti che ha voluto “omaggiare” Volterra rendendola coprotagonista dei personaggi, non solo spazio funzionale della narrazione. E grazie al suo romanzo possiamo passeggiare per le antiche strade e, forse, chissà, avere la fortuna di Castellani e scoprire un altro tassello del passato: “… un meraviglioso affresco sulla parete che gli stava di fronte con una scena di banchetto, danzatori e suonatrici di flauto avvolte in vesti leggere. … Si volse intorno e vide da un lato un grande sarcofago con le immagini di due sposi coricati … e contemplò muto di stupore quei volti senza tempo, la fissità dei loro sorrisi enigmatici” (p. 239).
Eppure quei sorrisi senza tempo nascondono un segreto agghiacciante come il rantolo feroce di una chimera.





