Il bacio di Carolina

Carolina Invernizio (Voghera, 1851 – Cuneo, 1916)

Il bacio d’una morta, titolo originale che ha perso a tratti l’apostrofo a partire dalla riedizione del 1948, è di gran lunga il romanzo più celebre di Carolina Invernizio. Pubblicato nel 1886 dall’editore Salani di Firenze, evidenzia più di altre opere i forti legami che la scrittrice ebbe con la città del giglio. Nel 1865 la Invernizio infatti, all’età di 14 anni, vi si trasferì con la famiglia al seguito del padre funzionario delle imposte e vi frequentò l’Istituto Tecnico Magistrale. Dopo il matrimonio vi rimase fino al 1896, quando si trasferì a Torino, e a Firenze iniziò la sua carriera letteraria pubblicando, a partire dal 1876, un gran numero di racconti e di romanzi, caratterizzati da trame dai colori forti e molto intrecciate fino al limite del verosimile.

Non è nelle intenzioni di chi scrive dirimere la controversia che da anni impegna fior di critici letterari sulla questione se il romanzo d’appendice, nome con cui fu noto il feuilleton in Italia, presenti o meno caratteri che lo rendono per vari aspetti tangente al romanzo poliziesco. Qui basti osservare che paiono piuttosto convincenti gli apporti della scrittrice Alessia Gazzola, che nella prefazione alla recente riedizione di “Nina la poliziotta dilettante”del 1906 ha segnalato oltre all’indubbia trama poliziesca dell’opera l’essere il primo caso italiano di giallo al femminile, o di Luca Crovi che ha inserito “I misteri delle soffitte” del 1901 nell’antologia delle opere più significative del protogiallo italiano. Per non parlare della giallista Lia Celi, che nel suo recente romanzo “Carolina dei delitti” immagina che nel 1911 la stessa Invernizio si impegni in una difficile indagine su un caso sospetto di suicidio, quello del suo collega scrittore Emilio Salgari.

Si tratta comunque di opere ambientate a Torino e, per quanto non prive di maestria narrativa, restano piuttosto lontane dalla popolarità dei best seller della Invernizio, il cui grande successo presso ogni strato della popolazione italiana ha suscitato nei suoi riguardi commenti piccati e svalutativi tra gli intellettuali dell’epoca e dei decenni successivi, in genere poco teneri verso la letteratura popolare. Il bacio di una morta, capace di vendere ben 500.000 copie con la sola prima edizione, presenta in effetti pochi tratti da protogiallo ma vanta nel ‘900 ben quattro trasposizioni cinematografiche che hanno sfruttato l’ambientazione toscana di molte sue sequenze narrative.

A partire dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella, cui il Regno d’Italia aveva mutato l’originale nome di Maria Antonia datole in onore della moglie del Granduca, dove inizia la storia: Dal treno che arriva alle dodici da Livorno, erano scesi alla stazione centrale di Firenze due giovani sposi, che attiravano grandemente l’altrui attenzione. L’uomo poteva avere ventidue anni o poco più, ed era di una bellezza delicata, quasi femminea. Dal suo piccolo e stretto berretto da viaggio sfuggivano delle ciocche ricciolute di capelli dorati: gli occhi aveva nerissimi e pieni di dolcezza, la carnagione leggermente rosea, il naso affilato, la bocca gentile, aristocratica, con due piccoli baffi; il personale snello, vestiva in modo elegantissimo. La sua compagna era piuttosto piccola di statura ed aveva il tipo bruno e procace delle andaluse.

La stazione Maria Antonia, poi Santa Maria Novella

La villa “Le Torricelle”, dove si svolgono gran parte degli eventi narrati nel romanzo prima che alcuni protagonisti si trasferiscano per un periodo della loro vita a Parigi, è facilmente ravvisabile nelle dimore patrizie che costellano i dintorni di Firenze. Il cimitero Monumentale della Misericordia dell’Antella presso Bagno a Ripoli, dove avviene l’evento quasi miracoloso del risveglio della morta viva Clara a seguito del bacio immortalato nel titolo dell’opera, è ancora oggi una delle perle dell’architettura funeraria toscana.

E infine l’aula presso cui, come nei moderni legal thriller, avviene il definitivo disvelamento della verità, è proprio quella del Supremo Tribunale di Giustizia di Firenze, dove sfilano uno ad uno tutti i protagonisti dell’opera.

Un fotogramma dal film “Il bacio di una morta” (1974)

Se è vero che nei romanzi della Invernizio in genere i personaggi buoni sono buonissimi e i malvagi cattivissimi, partizione manichea che peraltro sarà tipica anche dei romanzi polizieschi della prima stagione e non solo, qui si apprezza l’evoluzione psicologica di uno dei protagonisti maschili, il conte Guido Rambaldi, che dopo un periodo di traviamento morale sarà capace di riscattarsi e ritornare ai suoi “civili” doveri.

E chi sa che, come nel caso della protagonista femminile del suo capolavoro, capace di ridestarsi dalla morte apparente al bacio di un familiare , anche Carolina Invernizio, baciata a suo tempo dal successo, abbia un’inopinata evoluzione e trovi il modo, con il suo fascino retrò e la sua aura vagamente gotica, di tornare a interessare stuoli di lettori alle proprie opere.

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Intervista a Simona Pacini

Simona Pacini è la giornalista colligiana che mi ha aggiornato sulla situazione attuale della scrittrice Giulia Sarno, che lei stessa aveva riportato all’attenzione dei lettori con un articolo del 2012 pubblicato su “Il Gazzettino”. Ai ringraziamenti per la preziosa collaborazione si aggiungono ora quelli per aver accettato di farsi intervistare su questo blog.

SIMONA PACINI

Anzitutto volevo chiederti cosa facevi nel 2012 a Belluno e in quali circostanze hai conosciuto la giallista Giulia Sarno. Come l’hai “scoperta”?

“È stata una serie di fortunate coincidenze. La signora Giuliana Rosso (questo è il suo vero nome) ha un appartamento nel condominio in cui ho vissuto anche io a Belluno, dove mi ero trasferita per lavorare nella redazione locale di un quotidiano regionale. La conobbi un giorno in ascensore e ci mettemmo a parlare. Lei sentì che ero toscana e mi raccontò di aver vissuto a Siena. Fui molto contenta di averla conosciuta. La socievolezza non era proprio di casa in quel condominio. Poi accadde che durante un giorno di riposo dal lavoro, era un 14 febbraio, San Valentino, feci dei dolcetti a forma di cuore e per non mangiarli tutti io decisi di regalarli ad alcuni vicini. Così, quando fu il suo turno, mi invitò ad entrare e ci mettemmo a parlare. Fu così che scoprii che tanti anni prima era stata una scrittrice importante nella narrativa gialla per ragazzi”.

A Sarajevo, fuori dal tunnel dell’aeroporto attraverso il quale arrivavano gli aiuti umanitari

Conoscevi già i suoi racconti?

“No, anche se da ragazzina ero una lettrice di Gialli Mondadori per ragazzi, e la mia eroina era Nancy Drew. Ammetto però di avere conosciuto soltanto quelli tradotti da autori stranieri. Ma non so dire il perché”.

Come è andata poi con lei?

“Essendo giornalista, avevo intravisto una storia bellissima da raccontare. Per i lettori del giornale era una notizia interessante il fatto che a Belluno viveva, praticamente in incognito, una autrice dei Gialli Mondadori. Lei però era un po’ titubante. Alla mia richiesta di farle un’intervista rispose che non voleva mettersi troppo in mostra con le sue amiche del posto e che avrebbe accettato solo per aiutarmi professionalmente. Belluno è un capoluogo di provincia grande come Poggibonsi, per numero di abitanti. È un posto molto chiuso e il pettegolezzo è obbligatorio. La signora Giuliana, come la chiamiamo io e i miei amici, aveva già sperimentato la cattiveria delle persone a lei più vicine, che mettevano in dubbio il suo passato di scrittrice per non darle soddisfazione. Per cui temeva che addirittura un’intervista sul più importante quotidiano cittadino l’avrebbe riportata in modo sgradevole sotto i riflettori”.

A Treviso, a Fabrica di Benetton, durante un’intervista

La Sarno ha parlato con te delle storie gialle, sue o di altri?

“In quel periodo tenevo dei piccoli corsi di scrittura creativa nel tinello di casa per pochi amici. Ogni tanto invitavo alcuni scrittori del posto, più scrittrici a dire il vero, per farli conoscere ai miei allievi. La signora Giuliana, così la chiamiamo in quel gruppetto, è diventata ben presto l’ospite d’onore. Ogni conversazione a cui si è prestata è sempre stata fonte di grande interesse. Sia che parlasse della struttura narrativa in tre atti di Aristotele, sia che approfondisse le differenze tra il giallo e il noir. È una donna di grande cultura, in grado di parlare di tantissimi argomenti da un punto di vista originale. Riguardo alle sue storie ogni tanto usciva un aneddoto simpatico. Una volta ci raccontò di quando era in vacanza al mare con i nipoti e fu chiamata al telefono da Mondadori perché volevano sapere il titolo della storia che stava ancora scrivendo. In quel momento arrivò la nipotina, che si scoprì il collo e le disse: ‘Guarda, il segno della medusa!’. Lei non perse tempo, riferì all’editore proprio quel titolo. Poi però dovette cambiare un po’ la storia, che mi pare si svolgesse in Sardegna, per poterlo giustificare”.

Ho visto che ti sei interessata alla storia ambientata a Belluno…


“L’Uomo Pietrificato, sì. È ispirato alla figura di Girolamo Segato, naturalista ed egittologo bellunese che aveva scoperto il segreto della mummificazione e che è sepolto tra i grandi nella chiesa di Santa Croce a Firenze. Un interesse dovuto a un motivo essenzialmente giornalistico, dal momento che lavoravo in una redazione locale e ogni cosa che si scriveva doveva sempre avere legami con il territorio bellunese”.

Tu sei stata a lungo una cronista di nera. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Oddio, a parte una certa consuetudine nel parlare con chi si occupa di soccorso e con le forze dell’ordine, c’è un aspetto che probabilmente non è molto positivo. Non solo sei sempre a contatto con dolore e sofferenza o sei costretto a scrivere notizie che i diretti interessati non vorrebbero mai vedere pubblicate (soprattutto per quanto riguarda i casi giudiziari), ma c’è anche altro. Quando analizzi le cause di un incidente, anche il più assurdo, ti rendi conto di come spesso basti veramente poco a provocare una tragedia. Un attimo di distrazione, un gesto superficiale. Per tanti anni, specialmente mentre guidavo, ho rivissuto nella mia mente centinaia di dinamiche di cui avevo scritto o che avevo ricostruito nei miei articoli. Per fortuna ora questo non mi accade più…”.

A Belluno, mentre intervista due agenti della Polizia Provinciale

Che cosa pensi dei molti Autori, talvolta anche con relativi personaggi, nati nell’ambito della cronaca nera?

“Mi piacciono molto i podcast di Carlo Lucarelli, in cui ricostruisce storie gialle raccontandole in modo sublime. Tempo fa mi ero appassionata alle storie del Commissario Soneri di Valerio Varesi, giornalista di Parma. C’è questo filone, che funziona sempre, delle indagini accompagnate dalla passione del cibo. Più che dai cronisti di nera, sembrano ispirate dai romanzi di Vàzquez Montalbàn con il suo Pepe Carvalho, e dal commissario Montalbano di Andrea Camilleri. Anche Varesi, ambientando le sue storie a Parma, ci fa venire spesso l’acquolina in bocca. Anzi, non so se qualcuno lo ha già fatto. Sarebbe interessante una lettura trasversale dei gialli attraverso il cibo preferito dai protagonisti”.

Quali sono oggi le tue preferenze nell’ambito molto vasto della letteratura di genere “giallo noir”, ampliando il panorama anche alla fiction televisiva o cinematografica?


“Negli ultimi anni ho spostato i miei interessi più verso i classici e la narrativa, scostandomi un po’ dai romanzi di genere. Con questo non voglio assolutamente dire che non ce ne siano di qualità, sia chiaro. Ma è diverso l’orizzonte della storia, diciamo. In tv trovo molto divertente la serie dedicata a Imma Tataranni e quella di Lolita Lobosco. Tra l’altro quest’ultima l’avevo scoperta tantissimi anni fa, quando per caso acquistai il libro La circonferenza delle arance, di Gabriella Genisi. Molto leggero. Però fu utile una volta che finii sotto i ferri e la mia mamma se lo lesse tutto nelle lunghe ore di attesa in ospedale. Poi ci sono gli irrinunciabili, sia in volume che in tv: Antonio Manzini con Rocco Schiavone e Maurizio De Giovanni con il commissario Ricciardi e l’ispettore Lojacono. L’ultima scoperta è quella della serie con ‘protagonista’ l’ex Cancelliera Angela Merkel. Molto divertente”.

Simona mentre firma copie di “La guerra di Pietro”

Hai in mente in particolare qualche storia di genere ambientata in Toscana, dato che proprio questo è il tema a cui è dedicato al blog?

“Allora, di primo acchito non posso non nominare Marco Vichi e il suo commissario Bordelli. Una delle storie che più ha lasciato il segno, mi pare che il titolo sia Morte a Firenze, si svolge proprio nei giorni dell’alluvione del ‘66. Poi Rosa Elettrica di Giampaolo Simi, che non so se definire proprio di genere, comunque è molto bello, che in parte si svolge all’Eremo di Camaldoli. Il primo nella mia classifica personale però è Enigma in luogo di mare di Fruttero&Lucentini. Ora ho anche scoperto dove è ambientato, nella pineta di Roccamare a Castiglion della Pescaia, buen retiro di Italo Calvino. Per anni ho pensato che la Gualdana di cui parlano fosse invece a Punta Ala, dove c’è il centro Il Gualdo”.

Infine ti chiederei qualcosa sulle passioni di cui sono al corrente: la cucina, se ben vedo, dove magari ricorri al giallo dello zafferano o degusti la gialla paglierina Vernaccia, e la ricerca storico-memorialistica…

“La cucina è una mia passione fin dalle scuole medie, quando scoprii la magia di mescolare insieme degli ingredienti e ottenere una cosa del tutto diversa, in quel caso un dolce alla frutta. Ho avuto poi un periodo di grande passione per le spezie e la cucina indiana, ma ora che sono tornata in famiglia non posso più sbizzarrirmi perché le ricette asiatiche non vengono apprezzate. Più che sul giallo zafferano, punterei su quello della curcuma e al posto della Vernaccia scelgo il Timorasso, un vino piemontese giallo paglierino, meraviglioso, riscoperto da Walter Massa, produttore visionario e personaggio molto particolare. Per quanto riguarda la ricerca storico-memorialistica credo che ti riferisca a due libri che ho scritto, raccogliendo testimonianze su alcuni eventi familiari. La Guerra di Pietro, che ricostruisce la storia di una parte della famiglia Nencini di Castiglioni, è stato ispirato dal ritrovamento di alcune lettere di uno zio della mia mamma morto nel ‘43 a causa di una malattia mai diagnosticata. Un altro volumetto, a diffusione privata, Il Riscatto di Nonziatina, lo scrissi su richiesta della mia amica Nina Baldi, che voleva lasciare la bellissima storia della sua famiglia in eredità ai suoi discendenti. Purtroppo in quel caso, nonostante le ricerche all’Archivio di Stato a Siena, all’Anagrafe comunale di Colle e all’Archivio Diocesano, non ho trovato un solo documento che parlasse di quelle persone. La ‘trama’ e i protagonisti erano però talmente avvincenti che alla fine è venuto fuori un libretto, a detta di chi l’ha letto, molto piacevole”.

Con Carla Monzitta presenta ” La guerra di Pietro” alla biblioteca di Colle

Perdona un’ultima curiosità: cosa pensi del filone dei “gialli storici”?

“Per quanto riguarda i personaggi e i casi della storia preferisco affrontarli in versione romanzata, dove c’è almeno il tentativo di delineare caratteri e passioni, dando loro una parvenza di vita che mi è difficile trovare nei resoconti storici. Ammetto che questa visione potrebbe anche essere un mio limite, purtroppo a scuola non ho avuto incontri memorabili con la materia. In fatto di gialli storici citerei invece un libro molto interessante, scritto dall’ex coordinatore del Ris di Parma Luciano Garofalo con l’antropologo Giorgio Gruppioni e lo storico Silvano Vinceti. Il titolo è Delitti e misteri del passato. Sei casi da Ris e analizza casi come l’agguato a Giulio Cesare o l’uccisione di Pier Paolo Pasolini, ma anche le morti misteriose di Pico della Mirandola, Giacomo Leopardi e Angelo Poliziano, alla luce dei passi fatti dalla scienza e dalla tecnologia”.

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Riflessioni sui “mostrologi”

In omaggio al principio che questo blog è aperto a vari contributi, volentieri accogliamo l’intervento di Marco Bazzani, autista, che io ho conosciuto nelle vesti di genitore di una mia – ormai ex – alunna. A lui l’onere di rievocare la triste vicenda del Mostro di Firenze, l’unico serial killer che finora ha funestato la Toscana, e di introdurci nel variegato mondo dei “mostrologi”.

MARCO BAZZANI, autore dell’intervento

I miei ricordi adolescenziali della tragica vicenda del Mostro di Firenze risalgono al delitto di Giogoli(1983), ma  più definiti da quello di Vicchio (1984), dato che ormai il susseguirsi annuale aveva generato il panico in tutta una provincia. Ricordo bene che, anche se per me stesso non ci fosse un rischio, certe sere ero turbato dalla paura al pensiero che circolasse un così spietato assassino, che non si accontentava di uccidere ma arrivava ad infliggere alle vittime tali atrocità. L’ultimo delitto a Scopeti nel 1985 avvenne praticamente sotto casa: vado col mio 125 a curiosare sulla scena del crimine insieme a tantissima altra gente e rimango assai colpito anche dalla spavalderia del criminale, che assale due persone in tenda a 50 metri dalla strada.

Poi il Mostro si ferma, le indagini si sono fatte serrate, il caso è nazionale: mille congetture, tutti dicono la loro giornalisti compresi, ma in realtà è un muro impenetrabile. La cosa perde clamore soprattutto quando il giudice Rotella che aveva come molti, me compreso, creduto nella responsabilità dei Sardi, cioè Salvatore e/o Francesco Vinci, si trova costretto a chiudere il suo fascicolo perché si rende conto che mai riuscirà a istruire un processo. Nei primi anni ’90 il colpo di scena: il Giudice Vigna, affiancato da Ruggero Perugini (poliziotto formato a Quantico), notifica ad un contadino di Mercatale, che si trova a Sollicciano per violenza sulle figlie, che è indagato per la serie di delitti. È finito nel loro mirino grazie ad una lettera anonima e a una scrupolosa indagine fatta col computer che sta cambiando tutto nella nostra vita. Si arriva quindi ad un  difficile processo indiziario: condanna in primo grado, poi assoluzione in appello, poi la cassazione stabilirà che è da rifarsi, ma nel frattempo l’imputato muore e alcuni testimoni di appello a loro volta sono diventati imputati. Da quel momento non essendoci certezze si moltiplicheranno libri, speciali Radio e TV, nonché  chiacchiere da Bar fino ad oggi.

È da allora che riparte anche il mio interesse, leggendo vari libri come La leggenda del Vampa e Dolci colline di sangue (l’ultimo che sto faticosamente leggendo è La madre di tutte le indagini del bravissimo Gianpaolo Zanetti); più recentemente con l’uso dei Social la cosa ha preso ancor più vigore, ovviamente con pagine Facebook e soprattutto con canali Youtube, in cui persone preparatissime, che a volte divulgano gratis e talvolta a pagamento. Dopo tante discussioni con gli amici di sempre(quelli più interessati alla vicenda), 4 anni fa ho partecipato ad un incontro in quel di Prato, organizzato da una persona del posto, che vide intervenire diverse persone come relatori, poi tutti in pizzeria. Il caso ogni tanto si riaffaccia in TV, con trasmissioni fatte secondo me bene ma non benissimo, (si cerca chiaramente un po’ di sensazionalismo), mentre molto più interessanti sono le tante performance su Youtube con i sostenitori diverse scuole di pensiero: Paccianisti, Sardisti, Serial Killer Unico mai entrato nelle Indagini, e addirittura quella che vorrebbe come colpevole Il testimone Giancarlo Lotti avanzata dal bravissimo Antonio Segnini, che seguo su Youtube pur non condividendo la tesi. Altri canali che, tempo permettendo, seguo sono Le notti del Mistero(Florence International Radio) e Jordanerocks,dove interviene spesso (ma non solo li) tale Francis Trinipet ,ovvero Francesco Maria Petrini, professore fiorentino all’università per stranieri che per me presenta la proposta più convincente e meglio articolata.

L’abbondanza di “mostrologi” evidenzia però che questa vicenda rimane super complicata e probabilmente mai vedrà chiarire fino in fondo quello che è successo: anche per questo a me pare ancora più appassionante nella sua tragicità.

Allego infine due trasmissioni che rappresentano per me uno dei migliori lavori prodotti sulla questione. Ne è autore il suddetto professore Francis Trinipet, nonché sostenitore della colpevolezza di Pacciani e dei “compagni di merende”.

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Lucertolo, chi era costui?

A lungo dimenticato, negli ultimi decenni è invece fiorito un buon interesse sul personaggio di Domenico Arganti detto Lucertolo, poliziotto creato dalla fervida fantasia di Giulio Piccini, in arte Jarro. Lucertolo è difatti il protagonista di ben quattro romanzi pubblicati dall’editore Treves: L’assassinio del Vicolo della Luna (1883 ), Il processo Bartelloni (1883), I ladri di cadaveri (1884), La figlia dell’aria(1884). In realtà i primi due Jarro, prolifico e poliedrico autore volterrano trapiantato a Firenze, li aveva pensati come un’unica opera, ma proprio l’editore suggerì di scorporarli, di fatto favorendo così la nascita della prima serie proto-poliziesca italiana, o più esattamente toscana dato che le storie sono ambientate a Firenze. E la città, raffigurata nel periodo granducale degli anni ’30 dell’Ottocento, gioca un ruolo tutt’altro che secondario, come si capisce dall’hic et nunc dell’incipit del primo dei quattro romanzi:

Era la sera del 14 gennaio 1831.
L’orologio del Palazzo Vecchio, in Firenze, suonava le 8.
Una donna, tutta velata, della quale sarebbe stato difficile dire l’età, avendo il volto coperto, ma che pareva giovane alle snelle movenze della persona, e alla scioltezza del passo, usciva da una casa in Piazza degli Amieri, traversava frettolosamente varie stradette, passava dinanzi alla Loggia del Pesce, e senza mai guardarsi a destra e a sinistra, entrava in quell’angustissimo e nero varco, che si vede tuttora fra due gruppi di case; e si chiama Vicolo della Luna. Cotesto vicolo è così stretto che un bambino, mettendovisi nel mezzo, e allargando le braccia, può facilmente toccarne le sozze e sbonzolate pareti.

(Da notare che, sebbene negli ultimi anni i romanzi di Jarro siano stati ripubblicati da vari editori, essi sono anche tutti disponibili su Liberliber)

Jarro utilizza infatti come materia narrativa la zona del Mercato Vecchio nei pressi del Ghetto, amata e odiata per la sua fatiscenza, che all’epoca della scrittura dei romanzi in effetti in parte era stata abbattuta e sostituita da costruzioni più moderne. Con vena polemica e accenti da spietato moralista, l’autore tratta di questo desolato quartiere in un’altra opera di quegli anni, Firenze sotterranea. Appunti. Ricordi. Descrizioni. Bozzetti (1884), individuandola nelle sue “sparate” come la sentina di ogni vizio, covo della delinquenza, nonché come una vergogna urbanistica per il buon nome di Firenze.

In questo scenario cupo e pervaso di miseria opera, e tra l’altro vi abita in una casa nel Mercato Vecchio mischiandosi volentieri al popolino, il suddetto Lucertolo, di cui l’Autore fornisce la seguente descrizione:

Il famoso birro, uomo senza scrupoli, senza alcuna moralità, prepotente, rabbioso, violento, viveva tra dissolutezze e soprusi, aveva un solo pensiero: quello di apparire destrissimo nella sua professione per arrivare a un grado più elevato, per avere il denaro, che diveniva sempre più necessario per alla vita che menava di sordide crapule.

Capace anche di cogliere ogni seppur minimo particolare, ma arrivista e interessato al guadagno: un ritratto in chiaroscuro, che in parte prende le mosse dal Lecoq di Gaboriau, del resto ispirato al vero fondatore della Sureté parigina, quel Vidocq che prima di mettere la sua esperienza al servizio della Legge era stato un avventuriero e un criminale.

Da notare che a Firenze, a partire dal 1777, l’ordine in città era affidata a quattro Commissari dei rispettivi quartieri : San Giovanni, Santa Maria Novella, Santa Croce e Santo Spirito. A questo prototipo di polizia cittadina – il corpo vero e proprio sarà istituito nel 1854 – erano affidati svariati compiti sia nel campo dell’ordine pubblico che nel campo più propriamente giudiziario. In particolare i Commissari potevano raccogliere le denunce criminali e svolgere alcuni atti preliminari d’indagine da trasmettere poi al tribunale.

Un vicolo di Firenze

La carriera di “birro” di Arganti risulta assai brillante, dato che la soluzione del primo caso gli permette in breve di essere promosso da poliziotto di quartiere a capo-agente fino a Commissario di Santa Maria Novella, attirandogli le invidie dei suoi colleghi. In effetti, con lo svolgersi dei romanzi, cambiano anche alcune caratteristiche di Lucertolo, che diventa un detective sempre meno legato all’esperienza sul campo e sempre più dotato di abilità deduttive, che riprendono aspetti del Dupin di Edgar Allan Poe e ne prefigurano altri di Sherlock Holmes.

Giulio Piccini alias Jarro
(Volterra 1849 – Firenze 1915)

Gli studi più recenti (PISTELLI, 2006; FACCHI 2016; MORSELLI, 2019) hanno peraltro messo in luce come i debiti di Jarro nei confronti soprattutto della narrativa francese, che aveva già dato nel più ampio contesto del feuilleton un notevole spazio al cosiddetto “romanzo giudiziario”, siano ingenti. A Gaboriau, Paul Féval, Fortuné du Boisgobey sono riferibili fasi e metodi d’indagine, veri e propri calchi narrativi, caratteristiche dei personaggi, e perfino lo stesso nomignolo Lucertolo sarebbe riconducibile a “le lézard”, la lucertola a cui Féval paragona spesso Trois-Patte, protagonista di Les Habits noirs (1863). In ogni caso Jarro, lettore attento della letteratura internazionale, ha saputo per primo calare in un contesto italiano la figura dell’investigatore, e questo giustifica ampiamente le recenti e sempre più approfondite letture critiche della sua opera.

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Un Palio da brivido, ovvero un “Giallo dei Ragazzi” ambientato a Siena

Il destino è bizzarro ma, in qualche caso, sa essere anche ripetitivo. Infatti il primo giallo che ho letto ambientato a Siena, e ovviamente legato alla sua celeberrima Carriera, è stato “Un palio da brivido”, anch’esso comparso nei “Gialli dei Ragazzi” Mondadori n. 141 nel maggio 1979. Gli Autori di questa storia sono due, ovvero Pierre Marc e Sire Sack, e a suo tempo avevo pensato che, dato che i giovani investigatori protagonisti della storia vivono a Nizza, si trattasse di scrittori francesi. In realtà, come ho scoperto di recente, dietro questo pseudonimo si celano due scrittori italiani, Piero Marcolini e Sire Sacchetto, che in quegli anni avevano già pubblicato presso Mondadori opere rivolte ai più giovani. La loro collaborazione inizia con “Un palio da brividi” e prosegue per altre quattro storie fino a “Una partita giocata male” uscita nell’ottobre del 1981.

La storia senese apre la serie del Trio Grimaldi e ne presenta i protagonisti, i gemelli Ric e Flip, che hanno da poco perso in un dubbio incidente d’auto il padre, funzionario dell’Interpol, e la loro cugina Faby. Se per certi versi essa richiama la fortunata serie dei tre investigatori, la presenza femminile fa venire in mente i Pimlico Boys, altro team di successo dei “Gialli dei Ragazzi”. In ogni caso in “Un palio da brividi” si sottolinea l’avvenenza di Faby e si raccontano i suoi flirt, in questo caso quello con l’elegante senese Piero, che nel nome e in certe caratteristiche riecheggia il protagonista maschile del film “La ragazza del Palio”.

Più in generale, la storia è molto dettagliata nel riportare notizie sul Palio e sulle Contrade, e non è priva di puntuali descrizioni di monumenti senesi, in particolare di Piazza del Campo e della Torre del Mangia. Questa abbondanza di notazioni finisce però per soffocare la trama gialla, che solo a tratti acquista il dovuto mordente, intrecciando alla Carriera un giro di scommesse clandestine in grado di modificarne il risultato. Per di più la vicenda, già relativamente povera sotto il profilo dell’intreccio investigativo, vede le sue svolte capitare in maniera molto occasionale, a seguito della presenza fortuita dei ragazzi in un luogo o per il fortunato incontro con una persona in vena di raccontare particolari che si riveleranno utili. Come se gli stessi Autori fossero consapevoli di tutto ciò, nel finale affidano a un lungo dialogo tra i tre giovani protagonisti tutti i dubbi sul modo in cui hanno condotto l’indagine insieme all’impegno, se saranno in futuro coinvolti in faccende altrettanto intricate, di muoversi in maniera più “professionale”.

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