“Notti nere” di Marco Vichi: il commissario Bordelli tra Bene e Male

Ancora una recensione della valentissima Luisa Zambon, stavolta dedicata a “Notti nere”, recente romanzo di un autore cult del poliziesco toscano, Marco Vichi.

Firenze e dintorni, anni ‘70 del Novecento, contestazione giovanile e lotte studentesche, una società in rapido mutamento, la storica partita/duello con la Germania nei Mondiali di calcio del Messico, il mitico 4-3 che ancora oggi evoca non solo un evento calcistico, ma la “rivincita” dell’Italia repubblicana sui pur incolpevoli posteri dei tedeschi del terzo reich.

L’ambiente in cui si muove il commissario, anzi ex, Franco Bordelli e i suoi uomini è questo. Sessant’anni, un uomo ancora aitante, neopensionato non proprio felice di esserlo – e forse per lui è in serbo una sorpresa da chi non avrebbe mai pensato – e al contempo felicemente innamorato di una donna molto più giovane di lui, il nostro non rifiuta incarichi più o meno ufficiali per risolvere diversi casi spinosi. Casi che suscitano domande inquiete e riflessioni amare sulla vita, sul senso delle azioni criminali, sui moventi che spingono gli individui a delinquere, in ultima analisi sull’eterna e inspiegabile coesistenza di Bene e di Male in una stessa persona. Riflessioni che Vichi fa emergere nella mente del commissario ora in monologhi interiori, ora attraverso il ricordo delle poesie della madre (di cui scopre i testi solo dopo la morte di lei), nei momenti in cui non riesce a prender sonno e ripensa agli eventi della giornata appena trascorsa, ma soprattutto nei simpatici e ironici siparietti tra lui e il teschio Geremia, presenza discreta ma costante nella sua casa di campagna, o negli incontri con l’amico Dante nelle ore più impensate.

La quattordicesima avventura di Bordelli non prescinde dagli aiutanti ormai “storici” e per questo fidati, come Ennio e Piras, un ex ladro (“per fame”, si giustifica lui) e un brillante futuro commissario, sardo e tenace, ruvido come la sua terra, ma ferreo amante di una legge che abbia a cuore prima la giustizia che la burocrazia a volte soffocante della legalità.

Casi spinosi, dicevamo, e le spine dei rami principali ne fanno emergere altre che – e questo è il paradosso su cui Vichi fa crescere le domande inquiete e inquietanti del commissario – forse sarebbero rimaste nell’ombra e avrebbero continuato a “pungere” una delle vittime, futuro bersaglio di una serie di omicidi particolarmente feroci oggetto di indagini piuttosto complicate.

Casi spinosi, ripetiamo, anche per le modalità con cui si manifestano e tali da costringere Bordelli e i suoi aiutanti ad un’analisi minuziosa e dettagliata per ricondurre le tessere alla composizione di un puzzle di elementi in apparenza slegati tra loro: belle donne aggredite con una ferocia inaudita, giovani schiave di “magnaccia” senza scrupoli, ladri che progettano un colpo magistrale.

Marco Vichi

L’autore, tuttavia, riesce a modulare le tensioni e “alleggerire” la drammaticità degli eventi con un espediente narrativo che strizza l’occhio a modelli letterari del passato, ma mai passati di moda (se così si può dire): il racconto, anzi, i racconti nel racconto, le storie che si dipanano a latere della storia principale in una sorta di “digressioni” che offrono al lettore la possibilità di comprendere il contesto in cui si muovono vicende e personaggi.

La cornice di tali digressioni è la casa di campagna di Bordelli, dove periodicamente si riuniscono gli amici più stretti per godere non solo di una buona cucina ruspante e genuina, campagnola e “povera” (la ribollita, l’arista con le patate, vino rosso, ovviamente un buon Chianti) ma soprattutto per raccontarsi “storie” inventate lì per lì. Così l’autore vuol farle sembrare. In realtà sono storie ripescate dalla memoria, persone e fatti veri, accaduti e incontrati nei rispettivi vissuti; forse anche rivisitate con qualche particolare non del tutto reale, il che nulla toglie alle vicende, ma risultano, anzi, arricchite di “umanità”, di partecipazione emotiva, di riflessione profonda, di maggiore consapevolezza del loro valore o della loro incidenza nella vita di chi le racconta. Le parole, scelte con cura e combinate con pazienza, non sono neutre: dicono molto su chi le pronuncia e rendono visibile il reale, permettendo al narratore di condividere ciò di cui è stato testimone e ciò che pensa, immagina, prova. Soprattutto nel contesto amicale in cui si svolgono, quei racconti contribuiscono a far partecipe il lettore di una realtà sociale e storica che si allontana sempre più dal nostro tempo, così da diventare quasi un “documento/fonte” di un periodo della storia d’Italia più o meno passato (dipende dal colore dei capelli di chi legge, più o meno bianchi…).

Certo, non è una novità di questo romanzo la riunione della cosiddetta “Confraternita del Chianti”; ma proprio questa presenza costante permette di spezzare il duro lavoro investigativo del commissario e della sua squadra, le cui modalità di indagine non hanno nulla dello stile spettacolare americano né la conclusione (l’arresto o la soppressione del colpevole) si ammanta di certezze perentorie secondo cui il “cattivo” è cattivo e basta, giustizia è stata fatta e lo Stato del Texas, ad esempio, contro Tizio, ha avuto la meglio, si condanna alla prigione o a morte e tutto è compiuto. Nei romanzi di Vichi non assistiamo a tali trionfi muscolari. Bordelli e i suoi compagni sono spesso tormentati e afflitti dal Male che incontrano, dalle angosce esistenziali di alcuni colpevoli realmente tali, ma che talvolta agiscono spinti da vissuti traumatici; e anche di fronte ai cosiddetti irriducibili, la giustizia finale e la giusta “punizione” che hanno indotto più di una volta il commissario ad agire sopra le righe, permane uno stato d’animo inquieto e incerto, un alone di quasi doloroso rimorso per essere costretti all’inganno pur di risolvere positivamente un caso. E non una volta soltanto il commissario sente il richiamo gentilmente afflitto della madre a sussurrargli “Franco, ma che hai fatto? Com’è possibile che tu abbia fatto questo?”

Marco Vichi

Accanto, per fortuna, c’è Eleonora, la sua giovane compagna desiderosa di un figlio, anzi, di una bambina, che lui spera di poter crescere e accompagnare ai giardini pubblici, dolcemente appagato di vedere in lei la speranza del futuro, sebbene consapevole di poter essere scambiato per suo nonno e non riconosciuto come suo padre. Ma alla fine, cosa importa?

E così, tra gli amici di una vita e un amore consolidato, tra un’indagine difficile e un nuovo questore inaspettato, tra un pensionamento in sospeso e una notte forse meno nera del solito, il nostro Bordelli si muove in una vita sempre mutevole e sorprendente con il peso delle fragilità e dei dubbi di ogni essere umano.

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