Senza nulla togliere ai suoi tanti colleghi letterari, Sherlock Holmes è il detective più noto e celebrato della storia del giallo deduttivo e forse dell’intero genere poliziesco. All’epoca in cui venivano pubblicate le sue storie i lettori tendevano a credere che il personaggio esistesse realmente, tanta era la potenza fascinatoria che Conan Doyle aveva saputo dare alla sua creatura letteraria. Non v’è quindi da stupirsi se alla morte del prolifico scrittore britannico, avvenuta nel 1930, in tanti abbiano provato a ridare vita letteraria al suo immortale personaggio. Già nel 1954 un giallista del calibro di John Dickson Carr collaborò con Adrian Conan Doyle, figlio del defunto creatore di Holmes, nella stesura di una raccolta di racconti.
Negli ultimi decenni la scrittura di apocrifi su Sherlock Holmes ha sollecitato la vena creativa anche di molti autori italiani, tra cui per qualità e numero di opere si segnala Enrico Solito. Egli è inoltre considerato uno dei massimi esperti nel nostro Paese sul personaggio di Conan Doyle. Basti qui ricordare che è stato il primo non anglofono a conseguire il brevetto di Certified in Holmesian Studies, distinguished presso la Franco Midland Hardware Company, nonché il primo italiano a essere nominato membro dei Baker Street Irregulars di New York, la più antica ed esclusiva associazione sherlockiana del mondo; inoltre ha fondato e diretto riviste dedicate al detective di Baker Street, sul quale ha poi scritto anche vari saggi e numerosissimi articoli. Come narratore ha poi all’attivo molti romanzi di genere poliziesco e per l’appunto una corposa serie di apocrifi su Sherlock Holmes, alcuni dei quali ambientati in Italia.
Enrico Solito
Tra questi ultimi per collocazione geografica è qui opportuno soffermarsi sul racconto lungo Sherlock Holmes e il mistero della slitta, pubblicato nel 2014 nella collana Sherlockiana della Delos. Solito immagina infatti che nel 1904, sia per riposarsi dopo una serie di 42 casi risolti in pochi mesi sia per accogliere l’invito di Frederick Stibbert a visitare la sua collezione di armi, il detective abbia deciso di trascorrere un periodo di vacanza a Firenze in una villa messagli a disposizione dal Consolato britannico.
Va da sé che, mentre Watson è come subissato dagli innumerevoli stimoli artistici che si sono stratificati nel territorio, il detective è attento soprattutto ai caratteri razionalistici delle architetture rinascimentali:
E questa villa: colori chiari, sfolgoranti. Dobbiamo essere davvero grati ai signori Pazzi che ce l’hanno prestata; è splendida, razionale, perfetta. Guardi la purezza di quegli archi, la linea di quei finestroni a bifora. In verità, riassume in sé lo spirito di tutta la città. .
Sherlock, la cui conoscenza della letteratura e della filosofia era pari a zero secondo le prime impressioni date al suo biografo e amico dottor Watson nel romanzo A study in scarlet, già in alcuni racconti scritti da Conan Doyle aveva avuto modo di sconfessare questo giudizio palesando interessi e gusti non superficiali nell’ambito della cultura umanistica. Addirittura, al momento del suo ritiro nel Surrey, secondo i resoconti di Watson egli si sarebbe dedicato soprattutto proprio alla filosofia e all’apicoltura. Negli apocrifi non di rado questa propensione a coltivare interessi letterari acquista risalto, e nel racconto di Solito in particolare il detective ha modo di confrontarsi con il grande scrittore statunitense Mark Twayn, residente in quegli anni a Firenze.
Mark Twayn
I Viviani della Robbia si erano infatti offerti di ospitarlo nella loro villa a Settignano, venendo incontro al desiderio dello scrittore di portare la moglie malata a vivere in un clima sperabilmente più salubre. Invano, dato che proprio a Firenze la donna troverà la morte. Suo marito però approfitterà del soggiorno per comporre varie opere, ispirandosi al luogo ameno, di cui scrive:
La posizione della villa era perfetta. Era a tre miglia da Firenze sul fianco della collina. La terrazza fiorita sulla quale era situata guardava su uliveti e vigneti in declivio verso destra.
Villa Viviani alcuni decenni fa
Proprio in questa prestigiosa residenza, denominata nel racconto di Solto villa di Quarto, avviene il primo reato, una rapina ai danni dello scrittore americano durante la quale viene distrutta anche la slitta del titolo; si trattava di un particolare cimelio portatovi anni addietro come ricordo dalla Granduchessa Maria, figlio dello zar Nicola I, nel cui sottofondo lo stesso Twayn aveva nascosto dei gioielli. La polizia italiana, messasi subito all’opera, in breve ritrova il bottino in un campo di nomadi, alcuni dei quali vengono arrestati. Ma qualcosa non convince il giovane delegato di polizia Lapo Aldemar Nencini, che difatti si rivolge per un parere a Sherlock Holmes, trovandolo interessato a seguire il caso con il consueto piglio e l’affinato metodo deduttivo.
– Bene, signor Holmes, – riprese il giovane – ora che la conosco sono ancora più deciso a chiedere il suo aiuto. Come lei ha giustamente indovinato…
– Dedotto! – lo interruppe severamente l’investigatore, mentre si accendeva la pipa. – Indovinare è una pessima abitudine; rovina le capacità logiche dell’individuo. Ma continui, la prego.
Ben presto nel corso dell’indagine la mente analitica di Holmes lo porterà a spostare la propria attenzione dall’iniziale rapina fino a un ben più torbido intrigo. A rendere ancora più drammatica la situazione si aggiungerà ben presto l’uccisione, malamente mascherata da suicidio, del finanziere Pelati, residente in una villa vicina. Cosicché il detective di Baker Street, come del resto era successo in alcuni racconti della raccolta L’ultimo saluto di Sherlock Holmes del 1917, dovrà risolvere una vicenda di spionaggio e mettersi al servizio della sua patria contro le minacce di Nazioni concorrenti, in questo caso la temibile Prussia.
La narrazione di Solito, che pur nella brevità racchiude tutti gli ingredienti di una composita indagine poliziesca, ha l’ulteriore merito di presentare uno scorcio nitido della Firenze di inizio ‘900 con particolare riguardo alla comunità anglosassone che in quel periodo la frequentava. L’evolversi del rapporto tra Holmes e Twayn poi è tratteggiato con cura fin dal loro primo incontro: lo scrittore, ironico e sicuro di sè, sostiene di avere letto le gesta del detective e gli chiede di poter raccogliere una sua intervista; il detective ostenta modestia e, pur riconoscendo nell’interlocutore doti di spirito, lo sfida a applicare alla situazione i metodi deduttivi che dovrebbe aver appreso leggendo i resoconti delle sue indagini scritti da Watson. Il secondo incontro, che giunge inaspettato, rivela la profonda umanità di Twayn: lo scrittore è rimasto sconvolto dal tentativo di linciaggio da parte di una turba di fiorentini nei confronti degli zingari, azione che gli ricorda i più crudi fenomeni di razzismo cui ha assistito nella sua terra; da qui la richiesta a Holmes di chiarire al più presto la situazione e individuare i veri colpevoli. Ulteriore sviluppo di questo rapporto si ha quando lo scrittore americano viene coinvolto fattivamente da Holmes nello sviluppo dell’indagine, che accompagna fino alla felice conclusione del caso.
Questo racconto di Solito, per quanto assai ben riuscito, certo non aggiunge nulla all’enorme rilevanza di Sherlock Holmes e di Mark Twayn nella storia della letteratura poliziesca e di quella statunitense, casomai ne è l’ennesima attestazione. Risulta tuttavia particolarmente gradito al lettore, in particolar modo toscano, per aver calato figure di questo spessore nella Firenze di primo ‘900 che, anche grazie al contributo di ospiti stranieri, continuava a svolgere un ruolo non secondario nello scenario culturale italiano.
Con grande piacere inauguriamo una particolare sezione del blog in cui, potendo contare sulla collaborazione di cultori del giallo padroni delle lingue straniere, vengono presentate opere ANCORA NON TRADOTTE nella nostra lingua. In questo caso il merito va a ALBERTO BICCHI che, nato a Siena nel 1993, ha conseguito la laurea magistrale in Storia e Filosofia presso l’Università degli Studi della sua città. Dal 2021 insegna Storia e Filosofia presso le scuole superiori della provincia di Siena. Grande appassionato di libri, ha un punto debole per i mystery della golden age, ma gli piace esplorare il romanzo giallo in tutte le sue forme.
Alberto Bicchi
Un inverno rigido, un castello della Maremma, un piccolo gruppo di ospiti provenienti da varie parti del mondo. Questa è la cornice in cui viene trovata morta Loni Meadows, direttrice di una struttura di accoglienza per artisti in cerca di ispirazione ricavata in un castello, e che farà incrociare le strade di Sandro Cellini, ex poliziotto fiorentino riciclatosi come detective privato, e di Caterina Giottone, giovane impiegata presso l’edificio, originaria della Valdichiana. I rilievi della polizia locale sulla vittima e sulla sua macchina finita fuori strada non sembrano suggerire ipotesi alternative a quella dell’incidente, ma la ricostruzione frettolosa della polizia locale non convince i due protagonisti, le cui indagini convergeranno nel corso del romanzo.
“Loni Meadows had died in a car accident, simple as that. But it had been her last night on earth, and it had to matter. And now Cate wondered if there was anyone out there asking questions about Loni Meadows’s death, or if she was going to have to ask them herself”
“Loni Meadows era morta in un incidente d’auto, semplice. Ma era stata la sua ultima notte sulla Terra, e doveva avere importanza. E adesso Cate si domandava se ci fosse qualcun altro là intorno che stesse facendo delle domande sulla morte di Loni Meadows, o se le avrebbe dovute fare lei stessa”
Il libro, il secondo della serie di Christobel Kent con protagonista Cellini, è ricco di elementi introspettivi. I pensieri di Sandro e Caterina, durante le loro indagini, sono spesso rivolti ai problemi delle loro vite personali: l’investigatore fiorentino è alle prese con una fase non semplice del rapporto con la moglie, anche per via della malattia che l’ha colpita, mentre la giovane ragazza vorrebbe poter dedicare più tempo al proprio compagno. Entrambi, però, sono convinti che quello che è stato derubricato dalla polizia locale come un tragico incidente stradale nasconda in realtà altro, e il desiderio di scoprire di più riguardo alla vicenda prevale sulle preoccupazioni familiari.
Un altro tratto caratterizzante del romanzo è l’atmosfera, che assume connotati sempre più cupi e pesanti man mano che la trama si dispiega, tanto da far quasi prevalere, ad un certo punto, gli elementi tipici del thriller rispetto a quelli puramente investigativi, con un crescendo di tensione che accompagna il lettore fino alle ultime pagine del giallo.
“Sandro thought of that castle, out in the cold, dark hills, and didn’t want to leave his city, this place full of life, and women shopping, and bars with sparkling marble and brass. He thought of Luisa, less than a kilometre away, presiding over her shop floor, and knew he should go over there. […] Damn it, he thought. Put it out your mind, and do your job”
“Sandro pensò a quel castello, in mezzo alle fredde, scure colline, e non voleva lasciare la sua città, quel posto pieno di vita, e le donne che facevano shopping, e i bar con il marmo luccicante e l’ottone. Pensò a Luisa, a meno di un chilometro di distanza, mentre si occupava del negozio, e sapeva che sarebbe dovuto andare là. […] Accidenti, pensò. Toglitelo dalla testa, e fai il tuo lavoro”
La costruzione dei personaggi risulta abbastanza ben definita. Tutte le figure, a partire da quelle dell’ex poliziotto (che sa essere risoluto, senza cadere nel cliché del burbero investigatore di mezza età incline ai vizi) e della brillante e intraprendente Caterina, fino agli ospiti della struttura, ciascuno con il proprio vissuto tormentato, risultano ben caratterizzate. Particolarmente interessante il fatto che l’autrice si soffermi non solo sui pensieri dei due protagonisti, ma anche su quelli di alcuni personaggi “secondari” come Giuli, l’assistente di Sandro Cellini, o sua moglie Luisa, le quali rappresentano, a distanza, un prezioso ausilio per il detective. Da un punto di vista stilistico, il giallo risulta pieno di lunghe sequenze descrittive, alcune delle quali, come quelle sui paesaggi maremmani o sulle strade di Firenze (l’ambientazione secondaria del romanzo), sembrano presentare tutti gli elementi caratteristici della fascinazione anglosassone per i luoghi toscani, con slanci sognanti ed evocativi.
Christobel Kent
Nel complesso, la lettura del romanzo risulta gradevole, con un buon equilibrio tra diversi elementi narrativi, e senza dubbio potrebbe trovare il gradimento di chi apprezza i mystery che al lato investigativo abbinano componenti introspettive e di contorno, con uno stile ricercato. Chi cerca questo, sicuramente troverà in questo giallo di Christobel Kent un piacevole passatempo.
Apprendere più lingue è un obiettivo formativo sempre più irrinunciabile, vista la complessità del nostro mondo e l’opportunità di viaggiarlo. E se è vero che gli strumenti multimediali oggi disponibili forniscono degli ausili solo qualche decennio fa impensabili, resta il fatto che la lettura di opere in lingua originale consente un approccio completo al contesto culturale di cui si vuole conseguire una competenza linguistica e comunicativa. Negli ultimi tempi però la propensione alla lettura dei giovani studenti si è molto indebolita: da qui l’esigenza di proporre loro dei testi ad un tempo chiari e accattivanti, come da sempre sono i gialli.
Fa piacere quindi poter esaminare, tra i tanti libri di genere poliziesco destinati a coloro che vogliono apprendere la nostra lingua, un’opera ambientata in località caratteristiche della nostra Toscana. Si tratta di “Delitto in Piazza del Campo”, destinato a quanti desiderano conseguire la certificazione a livello B1 e firmato da Maria Luisa Banfi e Simona Gavelli. Il testo, pubblicato dalla Cideb nel 2003, ha avuto un buon riscontro e difatti risulta ancora disponibile sul catalogo per docenti e studenti. Più esattamente di esso la Banfi ha steso il testo, funzionale a proporre a studenti alle prime armi con l’italiano termini di uso corrente ma anche espressioni idiomatiche; la Gavelli lo ha arricchito con pochi ma efficaci disegni, in grado di rappresentare visivamente i principali personaggi e i diversi ambienti in cui la trama si svolge, favorendo l’assimilazione del lessico specifico.
Protagonista dell’indagine sul delitto di una donna trovata morta a Siena nei giorni che precedono il Palio è un giornalista, Paolo Ferretti, giunto lì proprio per seguire la tradizionale corsa senese ma obbligato dal suo direttore a scrivere sul nuovo, imprevisto fattaccio. Ferretti, un cinquantenne piuttosto grasso che ricorda nelle movenze impacciate Nero Wolfe, è tutt’altro che entusiasta ma accetta per dovere di servizio l’incarico e vi si applica con acume. Ben presto, grazie alle informazioni che attinge per lo più durante i lauti pranzi che consuma nelle osterie senesi in compagnia di persone informate sui fatti, si rende conto che il principale indiziato dell’omicidio, il conte Gualtiero Gualdi nel frattempo resosi irreperibile, probabilmente non è il vero colpevole del delitto. Per dimostrarlo si sottopone anche al tremendo sforzo di portare in auto i suoi centoventi chili, mentre la calura estiva imperversa, fino alla tenuta del conte nei pressi di San Gimignano. Gli indizi che riesce via via a raccogliere, insieme a una buona dose di fortuna e a un coraggio che nemmeno lui supponeva di avere, lo porteranno a risolvere il caso prima del provvidenziale intervento del commissario Maccari e dei suoi poliziotti.
Sebbene scandita in dieci capitoletti, l’opera è breve e con una trama necessariamente semplificata, non priva di indizi che si lasciano facilmente interpretare anche da un lettore non troppo smaliziato di racconti polizieschi. A intervallare il testo vi sono poi eserciziari e utili schede di approfondimento dedicate alla storia di Siena e delle sue fonti, al Palio, ma anche a San Gimignano e alle sue torri. Le illustrazioni, rare e essenziali, colgono Ferretti mentre sorseggia il caffè o consuma un pasto seduto davanti a un buon fiasco di Chianti, come pure presentano un bicchiere e una caraffa pieni di vernaccia o gli iconici cipressi della campagna sangimignanese. Perché certamente i giovani studenti stranieri avranno molto apprezzato, insieme allo sviluppo dell’indagine, l’incomparabile bellezza del territorio senese e i suoi tipici prodotti enogastronomici.
Forse non tutte le zone del pianeta possono offrire una tale ricchezza estetica e culinaria agli intrecci polizieschi, ma certamente l’Italia ne abbonda. Non stupisce quindi che nella stessa collana della Cideb siano state pubblicate varie storie poliziesche ambientate in molte città italiane, compreso una che si svolge a Firenze e su cui magari torneremo in altro momento.
Ora conviene piuttosto segnalare le recenti collane edite da Giunti, “L’inglese in giallo” e “Lo spagnolo in giallo”che mirano a stimolare lo studio di queste lingue tra i nostri studenti. Va peraltro ricordato che esistono ormai da decenni nei diversi Paesi case editrici che si sono distinte nella pubblicazione di opere poliziesche funzionali al conseguimento dei diversi livelli di certificazione non meno che a educare le nuove generazioni a questo particolare genere narrativo. Tra di esse, consigliate dai docenti e utilizzate con profitto da molti studenti, al momento non sono tuttavia state rinvenute opere ambientate in Toscana. Ma l’indagine, come è d’uopo dire in questi casi, è ancora in corso.
Il 2025 si apre con l’interessante intervista a Walter Vettori, autore che ha già ambientato ben tre romanzi polizieschi nella sua San Gimignano.
Walter Vettori
I. Anzitutto vorrei chiederti come è nata la tua passione per la scrittura.
W. V. Esattamente non so spiegarmelo neppure io. Fondamentalmente la spinta me l’ha data il bisogno di ricordare, in qualche modo, mio padre. Il nostro è sempre stato un rapporto, diciamo, difficile. Probabilmente quello che era tra padri e figli negli anni ’60. Lui è morto di un tumore nel 1986 e io gli ho fatto le ultime 23 nottate, trascorse fra iniezioni di morfina e racconti. L’ho conosciuto in quelle notti e probabilmente lui ha conosciuto me. Da allora ho pensato che avrei, prima o poi, scritto qualcosa di noi due. Finalmente nel 2017 sono andato in pensione e in poco tempo è nato “Ventitré notti” il nostro libro, mio e suo. L’ho scritto di getto con l’intenzione di stamparne una sola copia e tenerla nella mia libreria per far conoscere, a coloro della mia famiglia che mi sarebbero succeduti, questa storia. Fu Giovanna Frandino che mi spinse a pubblicarlo tramite un editore perché, secondo lei, valeva la pena farlo conoscere a più persone possibile. Mi rivolsi a Luca Betti, che ancora oggi ringrazio, perché lui credette nella mia scrittura e decise di pubblicare il libro. Fu così che ne furono vendute circa mille copie. Tutto il mio guadagno fu investito in opere alla Casa-famiglia San Michele a Strada e ancora oggi, che sono ormai al quarto libro, continuo a elargire i guadagni in beneficenza. Fondamentalmente, oggi, scrivo perché mi diverto, non è importante quante copie vendo e quanti premi vinco, è importante sentirmi bene con me stesso e, come ho detto, divertirmi.
I. A un certo punto però è avvenuto il tuo passaggio al genere poliziesco, e hai scritto “Il caso Novotna“.
W. V. Una mattina come tante, semi sdraiato sul divano con il computer sulle gambe, questo è il modo con il quale scrivo, sentii una battuta di caccia al cinghiale nel bosco del comune, da casa mia si sentono spesso spari e grida. Mi ricordò la scena del film “Il Cacciatore” quella in cui Robert De Niro spara al cervo. Mi venne in mente anche che nello scrivere di tanti personaggi caratteristici in “Ventitré Notti” mi ero scordato di Galliano Borghesi lo spazzino. Un lampo e decisi di farlo diventare il protagonista principale di un giallo, poi diventato addirittura una trilogia che ho completato a giugno 2024 traendone numerose soddisfazioni. Un grazie di cuore a Giuliana e Mario che mi hanno permesso di trasformare il loro babbo in un novello Poirot. Comunque, non mi sento un giallista anche se questo filone di scrittura mi affascina. Sto già lavorando ad un quinto libro che sarà ambientato nel medioevo. Voglio comunque rassicurare tutti gli amici appassionati del noir, i protagonisti della trilogia sono solo andati in vacanza, chissà che non li ritroveremo all’opera presto.
I. Potresti dirci quali sono le tue preferenze fra gli autori di genere giallo- noir?
W. V. Confesso di non essere mai stato un gran lettore di questo filone, se si escluse Follett, I bastardi di Pizzofalcone di De Giovanni, Carofiglio e Zafon, perché ho sempre dato la preferenza ad altri tipi di letture. Oggi ancor di più, non voglio essere influenzato da altri autori nell’ambientare e sviluppare i miei racconti, anche se basta accendere la televisione per essere tempestati da serie del genere; devo dire che qualcuna è costruita bene e quindi trae spunto da racconti interessanti, altre secondo me sono inguardabili. Per quanto riguarda le autrici, la mia preferenza è abbastanza scontata avendo letto in gioventù molti libri con protagonista Poirot e altri con Miss Marple.
I. Per certi versi la protagonista assoluta della trilogia è proprio la San Gimignano degli anni ’70. Come ti è venuto in mente di collocare le storie in quel periodo?
W. V. Ho scelto di ambientare i miei tre gialli nella San Gimignano della mia giovinezza, quella vera dove pullulavano bar, macellerie, pizzicagnoli, dove i bambini giocavano a pallone per le strade, oppure a rimpiattino, mosca cieca, le belle statuine, bori, tappini, dove si lasciava la chiave nelle porte, dove ci si aiutava in ogni senso. E poi non ci scordiamo che per avere un Galliano al top, quello doveva essere il periodo. Oggi sarebbe improponibile lo spazzino che gira con il carretto. Come ho detto, tutto è cominciato con l’aver dimenticato Galliano in “Ventitré notti” e in effetti, nei primi capitoli di quel libro, c’è tutta l’ambientazione e la vita della cittadina. Era il tempo nel quale i padri insegnavano a guidare la macchina a noi ragazzini ancora adolescenti; io ho imparato a guidarla a 12 anni e a 14 il camion, e come me mio cugino e tanti altri che non sto a nominare. Ma la cosa principale di quegli anni era la collaborazione che si riscontrava tra le famiglie, collaborazione che si trova tra i vari personaggi diventati tutti un po’ detective: il cacciatore, il vecchio rivoluzionario, ecc.
San Gimignano in una cartolina del 1975
I. Ho apprezzato poi l’importanza che ha il carcere, soprattutto nel secondo romanzo della trilogia, nello sviluppo narrativo, dato che in Italia la letteratura carceraria è davvero molto povera.
W. V. Il carcere di San Gimignano è sempre stato un luogo impenetrabile per i cittadini. Si trovava proprio al centro del paese dove nei tempi passati c’era un convento domenicano. Io l’ho vissuto da ragazzino come una frontiera senza passaporto per superarla. Mi affascinavano i racconti di un mio parente secondino, addetto alla falegnameria; un tempo si lavorava all’interno del carcere. Ho vissuto le rivoluzioni dei carcerati, appollaiati sul tetto e le fughe che talvolta ci sono state. Ho deciso ne “Il Cofanetto di Madreperla” di dare la dovuta importanza a un pezzo della storia cittadina. Finalmente dopo anni sono riuscito a farmi portare a vedere le celle, lo spazio per l’ora d’aria, gli uffici, così da poter dare un senso un po’ più realistico alle mie fantasie. Naturalmente Hasim Ylmaz, Calogero Caruso e altri non sono mai esistiti veramente ma, ognuno di coloro che sono stati in quelle celle potevano essere i miei Hasim e Calogero.
Camminamento di sorveglianza sulla cinta del vecchio carcere “San Domenico”
I. Mi viene inoltre da notare che nelle tue storie l’attrazione sessuale e l’avidità di denaro sono, oltre che aspetti ben profilati, anche gli unici moventi delle azioni criminali.
W. V. Probabilmente sesso e soldi non sono solo i miei moventi prediletti, sono a mio parere quelli che anche oggi danno impulso a delitti efferati. Basta sentire i Tg che, giornalmente o quasi, raccontano di episodi riconducibili a questi moventi. D’altra parte, se togliamo i delitti politici degli anni Settanta, la lotta era sempre per prevalere sugli altri e quindi aver sempre più soldi o per difendere l’onore in caso di tradimenti. I miei racconti non fanno eccezione; in un caso il movente è il sesso, in due i soldi e la sete di potere.
I. Accennavi poco fa alla ricchezza della geografia umana che caratterizza le tue opere, con una “coralità” nello svolgimento delle indagini. Alcune figure tuttavia spiccano, a partire dal già citato Galliano.
W. V. Galliano è l’unico personaggio che ha il nome reale all’interno dei miei libri, l’unico insieme alla moglie (che compare per la prima volta nel secondo) ad essere presente con il vero nome. Ne “Il caso Novotna” nasce quasi per caso o, meglio, nasce da una forzatura che ho fatto. Quando cominciai a scriverlo, dovevo trovare un personaggio che fosse diverso dai tanti ispettori, poliziotti, magistrati, investigatori dilettanti, e quindi cosa poteva esserci di meglio di uno spazzino investigatore? Ed eccolo uscire dalla mia fantasia. Nei vari libri appare come un personaggio ombroso ma sempre pronto a sorridere. In realtà non lo conoscevo così bene, e non ho voluto farmelo raccontare dai suoi figli, uno dei quali è mio coetaneo. Di sicuro aveva la passione per i funghi e non fischiettava “Fin che la barca va” e chissà se veramente è stato un investigatore mancato.
Il “vero” Galliano Borghesi all’opera
I. Non gli è da meno una validissima e sensualissima magistrato, Greta De Angelis.
W. V. Oggi nei romanzi le investigatrici sono nella normalità, anzi sono forse più dei maschi. Negli anni Settanta erano rare, Miss Marple e poche più. Ho voluto dare vita ad un magistrato donna, (la prima risale al 1964) per gratificare un pianeta al quale tutti dobbiamo essere riconoscenti. Greta De Angelis è una donna disinibita e forte, diventata magistrato per andare contro al padre. Nel primo libro appare come una mangia uomini, giovane, bella, senza pudore e ritegno. Piano piano si trasforma fino ad innamorarsi veramente ed a rinunciare alla vita solitaria per inseguire nuovi sogni. Naturalmente anche lei ha connotati ben precisi nella vita reale come del resto tutti gli altri personaggi. Ognuno ha un riferimento preciso in persone che conosco o ho conosciuto. Questo rende più facile scrivere, quando sai che Greta è Tizia, Giacomo è Caio, Gino è Sempronio, non devi cercare di ricordarti come li hai descritti la prima volta. Sono loro, reali e basta.
I. E cosa mi dici del maresciallo dei carabinieri Glauco Lanfranchi?
W. V. Tanti sono stati i marescialli che ho conosciuto a San Gimignano, ma nessuno di loro mi ha ispirato Glauco. È un personaggio di pura fantasia. Un uomo semplice e allo stesso tempo complicato, con le sue manie e le sue certezze. Il trarre ispirazione dal bosco e dai cipressoni e anche il suo camminare scalzo sono la parte strana del suo essere. L’amore per la moglie e l’attrazione per Greta la normalità. Anche lui ha una evoluzione, nel primo libro non fa una grande figura per poi assurgere agli allori nell’ultimo.
I. Confesso che ho un debole per Giovanni Gentili, che mi sembra una perfetta incarnazione della sub-cultura rossa toscana.
W. V. Il primo libro è ambientato nel 1974, anni rossi, almeno per San Gimignano. Gli echi della guerra erano sì assopiti, ma ancora vivi nella testa delle persone. Coloro che erano stati partigiani vivevano nitidi nei ricordi e nella realtà. A me serviva un personaggio del genere, uno che fosse ancora in lotta con tutto e con tutti, così ho inventato Giovanni traendolo da tre partigiani ai quali ero particolarmente legato. Le sue manie: leggere la Nazione sulla terza panchina del piazzale Martiri di Montemaggio, il suo fumare la pipa, il fazzoletto rosso al collo, ne fanno sicuramente uno dei personaggi più amati della trilogia.
I. Sullo sfondo a completare la squadra vi è anche il medico legale, Celestino Sbrana, figura che lega San Gimignano con l’allora ospedale Santa Maria della Scala di Siena, divenuto nel frattempo importante sede museale.
W. V. In effetti è un personaggio marginale, appare poche volte e non sempre ha le risposte esaustive per aiutare gli investigatori. D’altra parte, gli strumenti a cui si poteva accedere in quel tempo erano molto diversi da quelli di oggi. Appare quasi come un topo di laboratorio anche se la vista di Greta riesce a smuovergli tutti gli ormoni maschili.
I. Tra i “cattivi” hai dato invece grande risalto a Gustav Cerny.
W. V. Gustav è uno dei personaggi principali e forse più controversi della trilogia. Forse è quello al quale sono più affezionato. Delinquente, sciupafemmine, assassino ma, in fondo in fondo si rivelerà quello che non ti aspetti. Un uomo capace di avere dei sentimenti, capace di innamorarsi e per questo cambiare totalmente vita. Ma sarà la cosa definitiva? Riuscirà a mantenere le sue promesse o tornerà a trafficare donne, droga e altro? Lo scopriremo solo se prima o poi deciderò di scrivere un altro giallo. Per ora lo lasciamo vivere un po’ di vita tranquilla. Per capire l’evoluzione del personaggio occorre leggere i tre libri in sequenza, scavando nel profondo del suo io.
I. Piuttosto significativo, in un caso evidente anche nel titolo, è poi il ruolo svolto nelle vicende da animali, a partire dall’uccisione del cervo con cui inizia la trilogia.
W. V. Il regno animale ci circonda quotidianamente. Nei miei romanzi, il cervo la vipera e il falco sono il degno contorno alla storia. Il cervo rappresenta la maestosità e allo stesso tempo la forza, la vipera la cattiveria subdola, che poi proprio così non è, perché se non la insidi non ti attacca; infine il falco la leggiadria e l’intelligenza. Mentre sono impaurito da ogni tipo di rettile, il falco e ogni animale notturno mi affascinano letteralmente. Vederlo librarsi silenzioso nell’aria, seguendo il vento con piccoli movimenti delle ali, mi dà un senso di libertà. Anche nel prossimo romanzo al quale sto lavorando ci sono un cane, un cavallo e una civetta ad accompagnare Lupo di Ranuccio, il personaggio principale del romanzo.
I. Lo scenario di San Gimignano non racchiude però tutte le attività investigative, che anzi in ciascuno dei tre romanzi si sviluppano in una città straniera e anche, talora, in alcuni centri minori. Immagino che, oltre che per movimentare la trama, questo si debba a tue esperienze turistiche.
W. V. Sì, ormai giunto all’età di sessantasette anni posso dire di aver girato mezzo mondo e di essere un buon viaggiatore, e per questo ho deciso di inserire in ogni libro una o due esperienze di viaggio. Naturalmente dovevo trovare dei posti abbastanza vicini nei quali far arrivare i miei personaggi, sarebbe stato difficile ambientare una storia in Asia o in Africa. La prima scelta è caduta su Praga che ritengo sia una delle città più affascinanti d’Europa. L’ho descritta in inverno, mentre in realtà io l’ho vissuta in estate. Le piazze, i ponti, il fiume sono riportati fedelmente nel mio scritto, mentre i paesaggi invernali sono frutto della mia fantasia, non ho mai visto le barche e il ghiaccio sulla Moldava, ma mi è piaciuto immaginarla così. Nel secondo libro Istanbul è reale così come la scena dei Caicchi sul Bosforo, realmente vissuta in una sera di cattivo tempo. Kunz invece è una mia invenzione, un misto di paesi e caravanserragli visitati fra Iran, Uzbekistan, Turchia che ho fuso e concentrato in uno solo. Nel terzo romanzo come non dare spazio alla Ville Lumiere e a Bordeaux terra di vini? Il vino, nettare importante, gustoso e allo stesso tempo insidioso; capace di fare la felicità e la disavventura delle persone. Da sangimignanese Doc sono dell’opinione che un buon bicchiere di vino, magari di vernaccia, non può che far bene a chi lo beve.
I. Venendo ad aspetti più tecnici, volevo chiederti qualche informazione sulla grafica che ha contraddistinto le copertine delle tue opere.
W. V. Le copertine sono importanti in ogni libro, possono attirare l’attenzione come far passare l’opera inosservata. Per il mio primo romanzo “Ventitré notti” ho scelto un quadro di Mauro Martinucci che ho nel salotto di casa mia. Un uomo cammina sotto la pioggia tenendo un ombrello. Ogni volta che lo guardo mi fa pensare a mio padre che, nonostante abbia cercato di ripararsi dalla pioggia (la sua malattia) e continuare a camminare, mi ha lasciato troppo presto. La copertina del primo giallo è stata scelta dall’editore, io l’ho approvata, anche se non mi aveva entusiasmato troppo, c’era comunque una San Gimignano dark e questo poteva riportare al romanzo. Per gli ultimi due ho scelto di proporre io le copertine e a parer mio sono nati due piccoli capolavori. Duccio Nacci ha creato quella de Il cofanetto di madreperla fotografandosi in piazza del Duomo in una notte nebbiosa. Maurizio Masini ha dipinto quella de Il volo del falco dando sfoggio di tutta la sua maestria. Ringrazio i miei amici per aver creato delle opere impareggiabili.
I. Quello che dicevi sull’intervento dell’Editore mi porta a chiederti qual’è stato il tuo rapporto con il mondo editoriale.
W. V. Ho sempre avuto buoni rapporti con gli editori. Luca Betti è stato il primo a credere in me. Durante l’editing ci sono stati anche momenti di discussione su alcuni brani che riteneva troppo lunghi o superflui; alla fine ha vinto il mio caratteraccio, Ventitré notti è per lo più integro. Con Pegasus sono alla terza pubblicazione e devo dire che il nostro rapporto è meraviglioso. I tre gialli sono praticamente uguali alle bozze che ho mandato. Le correzioni sono riferite soltanto a qualche refuso o a snellimento della punteggiatura, niente più.
I. E del resto che il tuo lavoro sia valido lo attestano i numerosi premi che ti sei finora aggiudicato.
W. V. I premi fanno sempre piacere e sono il riconoscimento che qualcosa di buono è stato fatto. quando sono stato chiamato sul palco quale vincitore del premio Arti Letterarie al Milano International 2021, non riuscivo neppure ad alzarmi, tanta era la commozione. Poi sono arrivati i premi a Cattolica e la partecipazione al Campiello con Il cofanetto di madreperla e infine il Falco ha volato alto su Lugano dove mi è stato assegnato il premio al Switzerland Literary prize 2024. Ma il riconoscimento più bello me lo danno quotidianamente gli amici e i lettori con messaggi e recensioni. Ne ricordo qualcuno: Fiammetta che ha lasciato la presentazione de Il Volo del falco alle otto e trenta del 22 giugno e alle diciannove del giorno dopo lo aveva già divorato. Debora che ha cominciato alle 15 di un sabato Il cofanetto di madreperla e all’una e venti di notte mi ha scritto: “Finito, accidenti a te non ho neanche mangiato”. Ma quello che mi è rimasto più di altri nel cuore è stato il primo che mi arrivò da Giovanni che recitava: “Est est est, meraviglia delle meraviglie, un libro che consiglieremo a tutti. E poi: sai quando un libro è veramente bello? Quando vorresti che non finisse mai. Io sono contento di averlo letto, ma sono dispiaciuto di averlo finito”. Ecco questi sono i veri riconoscimenti anche se poi c’è sempre il rovescio della medaglia, con critiche inaspettate che comunque devi accettare.
I. Un tuo titolo di merito infine è certamente quello di destinare tutte le tue “royalties” alla beneficenza.
W. V. Ribadisco che scrivo perché mi diverto e fortunatamente non ho bisogno di quei pochi proventi che vengono dai miei scritti. Ho scelto di aiutare chi non ha una vita facile e chi non ha un piatto caldo sulla tavola, e ce ne sono tanti purtroppo. Lo faccio con piacere, forse è anche un segno di riconoscenza verso chi mi ha fatto nascere due volte: nel 1982 sono uscito da un coma che sembrava irreversibile, e allora forse qualcuno ha voluto che ritornassi in terra anche per questo. Sono fiero e contento che ognuno dei miei libri abbia contribuito a far star meglio qualcuno che soffre.
Walter Vettori, “Cice” per i sangimignanesi, è nato nella città turrita il 30 ottobre 1957 nella sua casa in via Berignano. Secondo un aneddoto familiare, specchio perfetto di quei tempi, pare che suo nonno Giangio di Bozzolo, arrivando con il barroccio alle sette del mattino e scansando le sue due nonne, sia entrato in camera con il fiasco della verdea e gli abbia spennellato le labbra, ricevendone per tutta risposta un bello schiocco con le labbra.
L’infanzia di Walter non è stata delle più semplici, a causa anche di una leggera balbuzie che ancora oggi a tratti si manifesta, ma in prima elementare, a detta della sua maestra Vittoria Chellini, fu comunque il primo a riuscire a scrivere; sembra che una mattina, non riuscendo Walter a pronunciare bene quello che voleva dire, abbia preso carta e penna e lo abbia messo per iscritto. Stranamente però Vettori ha sempre avuto un rapporto conflittuale con l’italiano scolastico, in quanto era l’unica materia nella quale non eccelleva. A dodici anni comincia a correre in bicicletta con ampie soddisfazioni, fino ai sedici, quando si rompe tibia e perone in sette posti e termina la sua breve carriera. Negli stessi anni giocava pure a biliardo, anche lì con discreti risultati, e questa passione non lo ha più abbandonato.
Una volata vincente del giovane ciclista Walter Vettori
Suo padre Franco, camionista presso la CET di San Gimignano, insegna ben presto a Walter a guidare l’auto e il camion; poi però gli sconsiglia vivamente di seguire le orme paterne e lo convince a iscriversi al corso di Ragioneria, frequentando il “Roncalli” di Poggibonsi.
Il piccolo Walter insieme al padre Franco
Il culmine del suo conflitto con l’italiano si ha proprio in quinta quando nel primo compito in classe prende cinque e mezzo, accompagnato dal giudizio: povero di idee. A distanza di cinquanta anni la sua professoressa di quel tempo è diventata una delle più assidue lettrici delle opere di Walter e continua a meravigliarsi dicendogli: “Pensare che per farti scrivere una pagina di foglio protocollo mi ci volevano ore e ora invece scrivi trecento pagine per ogni libro.”
A gennaio 1977 al primo concorso utile entra a far parte della famiglia MPS, dove rimane fino al 2017. Ricorda con vivezza il suo arrivo il 31 gennaio a Massarosa, appena diciannovenne. Il luogo gli apparve privo di attrattive, e in effetti l’atmosfera rimase grigia fino a giugno, poi però di colpo scoprì l’incanto della Versilia, e tutto cambiò.
Nel 1982 a seguito di un incidente, successogli una mattina mentre andava a lavorare, è rimasto ventitré giorni in coma profondo, tanto che dopo tre giorni i medici prospettarono l’espianto degli organi. Il netto rifiuto della madre ha consentito a Walter di nascere una seconda volta; infatti, con sorpresa di tutti, si è risvegliato nel letto numero cinque della rianimazione dell’ospedale di Pisa. Seppur paralizzato completamente nella parte sinistra del corpo, da subito è stato lucido ricordandosi tutto l’accaduto che poi ha riportato fedelmente in un capitolo del libro “Ventitré notti”. Ha sempre sostenuto di ricordarsi perfettamente il pre e il post coma, ma quei ventitré giorni per lui sono inesistenti. Dopo l’incidente e il coma fu trasferito a Poggibonsi, recuperando grazie alla riabilitazione tutte le sue facoltà; in seguito ha fatto alcune esperienze come direttore in varie filiali, tra cui Radda in Chianti, Casole d’Elsa, Siena Le Scotte.
Felicemente pensionato, oggi trascorre il tempo giocando a biliardo, andando in bici e girando il mondo per quanto possibile. E ultimo ma non ultimo, per proprio diletto ma anche per la gioia dei suoi lettori e dei suoi concittadini, scrive.
Con il Vicesindaco e il Sindaco di San Gimignano, Niccolò Guicciardini e Andrea Marrucci
Ad oggi ha pubblicato: Ventitré notti, Betti Editrice, 2018; Il caso Novotna, Pegasus, 2021; Il cofanetto di madreperla, Pegasus, 2022; Il volo del falco, Pegasus, 2024.
La scultura “Il cofanetto di madreperla”, appositamente creata per celebrare il romanzo e poi donata a Vettori dall’artista Maurizio Masini
Si è aggiudicato i premi: Arti letterarie al Milano International 2021, Arti letterarie a Cattolica 2023, Switzerland Literary Prize 2024 a Lugano.
Attualmente sta scrivendo il suo primo romanzo storico, “La quarta gemella”.