Rapimento in Valdelsa: un giallo intrigante di Marco Tarricone

“Poggibonsi è stata evacuata” cantava alcuni decenni fa Milva, su testo di Franco Battiato e Giusto Pio. Se in quel caso il riferimento alla cittadina valdelsana era stato tuttavia abbastanza casuale, scaturendo come hanno avuto modo di chiarire gli autori in interviste successive dal loro passaggio da quelle parti durante una tournée, non altrettanto si può dire del recente romanzo poliziesco di Marco Tarricone, apprezzato scrittore torinese di gialli. Tarricone stavolta ha lasciato volutamente le brume della città padana e le imprese investigative del commissario Lo Presti, protagonista delle sue prime opere, per rivolgere il suo estro creativo a questa parte di Toscana.

Nessuno doveva morire. Un giallo ambientato a Poggibonsi, da poco pubblicato da Morellini Editore, è frutto di una scelta ben ponderata di Tarricone, dovuta al fascino esercitato su di lui da questo territorio durante intense esperienze turistiche.

Proprio il paesaggio toscano incantevole, ma incapace di celare i contrasti, è protagonista fin dall’attacco dell’opera in cui, tra viti e grano, si insinuano “lunghe e minacciose ombre di cipressi, che davano un senso di inquietudine a quel paesaggio altrimenti idilliaco”.

Il narratore esterno indulge volentieri a descrizioni paesaggistiche ma anche i personaggi si lasciano a tratti incantare dall’ambiente e, nei loro pensieri, l’osservazione estetica si mescola a rilievi dal sapore moralistico:

“Tutto quell’idillio, tuttavia, nascondeva il male che permeava il mondo a causa delle storture degli uomini; celava in sé l’odio e il dolore, il peccato e la redenzione”

E ancora:

“il luogo (…) era davvero magnifico, una cartolina, un poster da appendere sulle pareti di qualche squallido ufficio per ricordare che al mondo esisteva anche la bellezza assoluta”

Far partire il meccanismo narrativo dal tipico casale di un’azienda vitivinicola, sita in località Poggio dei Cipressi nei pressi di Colle di Val d’Elsa, ricalca un topos oggi piuttosto frequente tra gli scrittori stranieri che ambientano in Toscana le loro storie poliziesche. Resta comunque apprezzabile il fatto che un torinese, tra l’altro molto attento alle attività lavorative di un territorio, abbia voluto incentrare sul mondo rurale la sua narrazione.

Dal suddetto casale scompaiono improvvisamente, mentre il capofamiglia Jacopo Gori è in Oman per vendere il vino prodotto dall’azienda, sua moglie Annarita e il figlio Andrea. La pista del sequestro a scopo di estorsione si rivelerà ben presto inconsistente, lasciando spazio a una serie di indizi che conducono a vicende avvolte dalle nebbie del passato. Questo evento criminale sconvolge però la tranquillità del territorio valdelsano, di cui durante le indagini vengono toccati molti luoghi, e in particolare quella di Poggibonsi, la cui Piazza Rosselli, sede del Commissariato, diventa teatro di situazioni di vario genere.

Scorcio della Piazza Rosselli di Poggibonsi, con sulla sinistra il Commissariato di Polizia

La coppia di investigatori incaricata del caso, l’ispettrice Carla Bonomi e l’ispettore capo Pietro Rinaldi, rispetta all’apparenza la par condicio tra i sessi. La prima risulta però di gran lunga il personaggio più riuscito: quarantenne irruente e sboccata, intuitiva e animata dal sacro fuoco dell’indagine che la porta a soppesare con acume anche il minimo dettaglio, insofferente alle eccessive richieste dei giornalisti e portata a classificare secondo il metodo di Linneo in buon latino ogni persona che attiri la sua attenzione, a lei tocca di solito far procedere l’azione. E il suo più compassato collega non potrà far altro, una volta tentato invano di frenarne gli entusiasmi, che lasciarsi irretire dal suo fascino genuino. In effetti la trama ben congegnata, i dialoghi efficaci, uno spaccato credibile del mondo rurale e un finale per nulla scontato rendono molto gradevole la lettura del romanzo.

Conviene poi, in omaggio al recente convegno organizzato dall’Accademia della Crusca sul linguaggio usato nei polizieschi, spendere qualche parola su tale aspetto. In una prosa controllata, non senza qualche venatura di lirismo, affiorano sulla bocca dei personaggi toscanismi come “grullo” “bischero” e “maiala”, ma è soprattutto l’imprecazione contro la Maremma, a cui si accompagnano un gran numero di epiteti fino al poco frequente “laida”, a dare il colore della parlata locale. Da notare anche l’occorrenza dell’espressione “A voglia”in inizio di discorso, in effetti piuttosto inusuale in valdelsa, dove prevale l’enfatizzante “ha’ voglia”.

Del latino di cui fa sfoggio l’ispettrice già si è detto mentre, per i patiti del genere, non manca nemmeno una disquisizione molto tecnica e circostanziata da parte dell’anatomopatologo di turno sugli effetti prodotti dal cianuro, appena entrato in circolo, sulle cellule cerebrali e sul cuore della vittima.

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Laura Grimaldi: la Regina del Giallo Italiano e le sue origini toscane

Laura Grimaldi

Forse perché è stata per decenni la responsabile di collane prestigiose come “Il giallo Mondadori” o “Segretissimo”, forse perché viveva tra Milano e Bergamo, ancora molti faticano a collegare Laura Grimaldi, riconosciuta regina del giallo italiano scomparsa nel 2012, alla Toscana. Eppure è proprio a Rufina, comune della provincia di Firenze, che la Grimaldi è nata nel 1928; lì ha trascorso i primi anni di vita fino al 1942, allorché per sfuggire all’avanzata del fronte bellico ripara presso parenti nel Nord Italia. Lì completa la sua formazione e intraprende, nella Milano del secondo dopoguerra, una luminosa carriera che la porterà ad essere traduttrice di decine di romanzi, curatrice di importanti collane come “Il giallo Mondadori” o “Segretissimo”, nonché autrice di molte opere, non solo di genere poliziesco.

Le sue origini riaffiorano però in più modi. Una maledetta toscana appare quando rivendica, tra le righe di un’Autobiografia da lei stessa redatta, la schiettezza e l’indipendenza di giudizio nei confronti di “Avvocato, Ingegnere e Emittenza”; le stroncature, genere in cui eccelse il toscanissimo Papini, le sono poi piuttosto congeniali, come rivelano i suoi pareri di lettura resi pubblici da Mondadori, nei quali non risparmia critiche feroci alle opere di autori del calibro di Dickson Carr, Eberhard, Highsmith.

Dal punto di vista letterario è l’inchiesta giornalistica sui delitti del mostro di Firenze, uscita sulla rivista “Panorama”, che la riconduce inesorabilmente nel luogo d’origine. A Firenze è difatti ambientato “Il sospetto”, pubblicato nel 1989 da Mondadori. Il titolo della versione tedesca dell’opera, “Das Monster von Florenz” toglie ogni dubbio circa lo stretto legame della vicenda narrata con i tragici fatti di cronaca.

Il romanzo, considerato a ragione uno dei vertici della narrativa della Grimaldi, è stato tradotto anche in altri Paesi europei e la scrittrice lo riproporrà nel 1996, insieme ad altre due sue opere, nella raccolta “Perfide storie di famiglia”.

Quando stende “Il sospetto” l’esistenza della Grimaldi era stata segnata anche da una dolorosa vicenda familiare: il figlio Giuseppe era finito a processo perché membro dei Proletari Armati per il Comunismo, e infine era stato condannato insieme a Giuseppe Memeo per l’omicidio nel 1979 del gioielliere milanese Pier Luigi Torregiani.

Giuseppe Mineo, colto in una foto divenuta simbolo degli anni di piombo

Alla difesa a spada tratta del proprio figlio, talora oltre ogni limite razionale, fa da contrappasso nel romanzo un ben diverso atteggiamento della protagonista femminile, Matilde Monterispoli, proveniente da famiglia altolocata e vedova di un prestigioso chirurgo fiorentino. Da lui la donna ha avuto il figlio Enea che, affetto da acromegalia e ipogonadismo fin da piccolo, è divenuto una persona molto alta e massiccia, ma anche sgraziata e sessualmente impotente. Benché viva ancora sotto il suo stesso tetto Matilde ignora molte cose del figlio, a partire dal legame affettivo che questi ha con la tossicodipendente Nanda; la donna, approfittando dello sprovveduto Enea, paga con i suoi soldi i pusher promettendo ogni volta all’amico di essere sul punto di cambiare vita e disintossicarsi. Quanto il rapporto tra madre e figlio sia labile e difficoltoso è del resto piuttosto chiaro a Matilde, per la quale Enea è:

“Un grosso estraneo ingombrante che le girava per casa, con una vita sua e segreti suoi che le facevano paura. Il fatto che l’avesse partorito lei le sembrò lontano e inessenziale!»

Il gioco di rimandi tra le brutali uccisioni del mostro, le scomposte reazioni dei cittadini di Firenze, sempre più consapevoli che questo feroce individuo si cela tra di loro, e l’accatastarsi di indizi che vanno ad aggravare agli occhi di Matilde la posizione del figlio, intesse magistralmente la trama del romanzo.

Ad un certo punto la situazione apparirà alla donna, nella sua tremenda crudeltà, chiaramente orientata verso la colpevolezza del figlio.

“Così immaginava Enea quando usciva la sera, alto e imponente, e con la faccia inghiottita dalle ombre della notte. Ormai, rapportava a lui ogni più piccola informazione, e come se non bastasse, ogni atto del figlio, ogni sua frase, andava in qualche modo a confermare o completare il suo sospetto.”

L’elusivo legame tra Matilde e le persone appartenenti al suo entourage familiare e sociale, dove non trova appoggi che la aiutino ad affrontare il dubbio lancinante che l’assilla, traspare in alcuni mirabili dialoghi.

“Prendi il caso del cosiddetto mostro. Magari qualcuno gli vive accanto e sospetta, eppure non ne avrà mai la prova provata. E questo è il senso non solo della giurisprudenza, ma anche della giustizia. La prova provata. E poi intervenire a che servirebbe, se non a lacerare due esistenze, invece di una sola?” le fa notare ad esempio il notaio Colamele, amico di famiglia presso il quale Enea, mai giunto alla laurea, prestava servizio come assistente legale.

Ma se anche entrasse in possesso di una prova provata, come dovrebbe comportarsi una madre? Forse il personaggio di Matilde può perfino richiamarsi a modelli classici, a figure mitologiche che hanno messo al mondo figli mostruosi, motivo per loro di vergogna e di minaccia per gli altri. Ma non è a quelle figure, come scoprirà il lettore prima dell’imprevedibile finale del romanzo, a cui la protagonista ispirerà la sua azione.

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I romanzi cozy di Fiona Grace tra crimini e vini della Toscana

La scrittrice Fiona Grace

Da qualche tempo si è affermata anche da noi la dizione statunitense “cozy mystery” o “cozy crime” per indicare in senso generale un tipo di racconto poliziesco che, non volendo urtare la sensibilità dei lettori a cui si rivolge, si mostra più “accogliente” e limita fortemente il turpiloquio e soprattutto le scene di violenza e di sesso. In realtà però il “cozy” in senso più connotativo prevede anche ulteriori ingredienti, tra cui il fatto che le indagini siano svolte da un detective non professionista preferibilmente di sesso femminile, che le stesse si svolgano in paesini o comunque in ambienti extra-urbani, e che la trama dia un ampio spazio alle situazioni sentimentali dei protagonisti. In questo specifico filone del sottogenere, non solo negli Stati Uniti, dominano le scrittrici con storie rivolte per lo più a un pubblico femminile; a questo recente filone della narrativa gialla sono state peraltro trovate dai critici del genere assai per tempo (BERTENS – D’HEAN , 2001; MALMGREM, 2001) varie ascendenze nel mystery tradizionale, tra cui la più nobile resta la serie di Miss Marple di Agatha Christie.

Proprio nella più recente produzione del “cozy” statunitense sono da inserire le storie di Fiona Grace, autrice già di alcune decine di romanzi, molti dei quali tradotti in italiano. La produzione della Grace è suddivisa finora in più serie, spesso con protagonista una donna che abbandona il proprio lavoro e la consueta vita in città per trasferirsi in un piccolo borgo, dove finirà per condurre indagini su crimini di vario genere. Ben sette romanzi, pubblicati tra il 2020 e il 2021 già tradotti in italiano e disponibili in e-book, costituiscono la serie con protagonista Olivia Glass; la donna, dopo aver lasciato Chicago e l’assai remunerato lavoro di dirigente pubblicitaria, si trasferisce in una casa colonica a pietre a vista nel Chianti, nell’immaginario paese di Collina, per realizzare il proprio sogno di produttrice di vini. I titoli in italiano dei romanzi rimarcano come l’originale inglese questo stretto legame con il vino, solo che al posto del solo “aged” sono più vari (Invecchiato per un omicidio, Maturato per sedurre, Stagionato per la vendetta, etc.) e sempre nell’edizione italiana le copertine sottolineano la natura “cozy” delle storie riportando la frase “Un giallo intimo e leggero tra i vigneti della Toscana”.

La trama poliziesca non è delle più avvincenti e imprevedibili, ma ciò rientra perfettamente, per dirla con Jauss, nell’orizzonte d’attesa di un folto numero di lettori di là e di qua dell’Atlantico. Più intriganti sono invece i colpi di scena legati alle situazioni lavorative di Olivia che, specie nei primi romanzi della serie, sono esposte a alterne fortune e repentini cambiamenti. Nell’ambito delle attività svolte dalla protagonista sono apprezzabili l’accurata documentazione che ha guidato l’Autrice nel presentare la degustazione e la produzione dei vini nonché le ricette di alcuni piatti tradizionali toscani. Questi aspetti si sposano perfettamente con la descrizione dei suggestivi paesaggi del Chianti, talora arricchita dalla visita a Firenze e alle alte città d’arte della Toscana.

Le “farfalle nello stomaco” sono l’espressione che meglio descrive lo stato affettivo della protagonista, che, dopo il tumultuoso addio al fidanzato americano, oscilla tra l’infatuazione per il suo datore di lavoro alla tenuta “La leggenda”, l’affascinante Marcello Vescovi, e la stabilità sentimentale offerta dal giovane e protettivo carpentiere Danilo. A rendere pienamente godibili le trame concorrono anche alcuni comprimari: su tutti una scalmanata capretta di nome Erba che Olivia, forse memore della capretta Djali che accompagna Esmeralda in Notre-Dame de Paris di Hugo, accoglierà come animale domestico. Viene da notare tra l’altro che, se il nomignolo italiano dell’animale fosse tradotto nell’inglese Grass, questo sarebbe quasi omofono del cognome Glass della protagonista. Altre figure “femminili” di spicco sono l’amica statunitense Charlotte, spalla investigativa in alcune situazioni, e la poliziotta titolare delle indagini, l’arcigna Caputi, che stenta a superare un’istintiva diffidenza verso Olivia e, invece di chiederne la collaborazione, la mette spesso in cima alla lista degli indiziati nei diversi casi su cui indaga.

La Grace non lesina poi elogi nei confronti del gusto del popolo italiano nei diversi ambiti, mentre, al di là di qualche nota di colore, non si riscontrano critiche di nessun genere nei nostri confronti. La componente spiritosa e ironica delle sue storie si riversa quasi interamente su alcune situazioni, ad esempio legate alla paura dei ragni di Olivia, e sul comportamento dei parenti e degli amici statunitensi della protagonista. Più che i sentori dell’invecchiamento presenti nei titoli, è dunque la freschezza dei vini d’annata a meglio rappresentare la gradevole lettura di questi romanzi ambientati in Toscana, che ben si collocano nel momento di attuale fortuna a livello internazionale del filone “cozy”.

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Quando Diabolik colpì a Certaldo

Diabolik è uno dei più celebri personaggi del fumetto italiano, e quasi subito i suoi albi si sono fregiati del sottotitolo di “giallo a fumetti”. Creato nel 1962 dalle sorelle Angela e Luciana Giussani, il Re del terrore è stato il primo fumetto nero italiano in formato tascabile e ha attraversato tutti questi decenni incarnando al meglio la figura del criminale inafferrabile tanto che ancora oggi, insieme alla sua compagna Eva Kant che da subito appare una donna emancipata e capace di instaurare una relazione di perfetta parità con il compagno, tiene avvinta la fantasia dei tanti lettori e di coloro che ultimamente hanno avuto modo di apprezzarne le gesta in tre pregevoli opere cinematografiche. Come ben sanno i suoi lettori, le gesta di Diabolik si svolgono quasi esclusivamente tra le immaginarie città di Clerville e di Ghenf. Le sorelle Giussani, in virtù della loro invenzione sotto molti aspetti rivoluzionaria per quei tempi, appartengono senza dubbio all’olimpo delle “signore del giallo “ italiano.

Angela e Luciana Giussani

Un personaggio di questo spessore ha ovviamente attirato l’attenzione dei critici dell’ottava arte e a lui sono stati dedicati studi e mostre sempre accompagnate da un buon riscontro tra gli appassionati. In particolare nel 1996, nell’ambito della rassegna a cadenza annuale “I percorsi del fumetto” che allora si svolgeva a Certaldo, proprio a lui venne dedicata l’iniziativa e al sottoscritto fu chiesto di curare la mostra e il relativo catalogo. Ricordo ancora con grande piacere l’incontro che ebbi con Luciana Giussani – la sorella Angela era purtroppo già scomparsa – e con l’allora Direttrice Responsabile della testata, Patricia Martinelli. Grazie alla loro preziosa collaborazione la mostra e il catalogo videro la luce e, a detta degli esperti del settore, essi risultarono all’altezza delle aspettative. Il titolo, “Un giallo in maschera”, evidenziava il fatto che Diabolik facesse uso di queste particolari maschere di sua invenzione con cui era in grado di assumere le sembianze delle altre persone. Sembra appena il caso di osservare che tale caratteristica, ispirata chiaramente dal Fantomas di Allain e Souvestre, è una delle tante peculiarità che, legando le sue storie alla tradizione letteraria precedente, hanno reso unico e così longevo questo personaggio.

Per rendere ancora più intrigante l’iniziativa certaldese, il sottoscritto ottenne da Luciana Giussani e da Patricia Martinelli il permesso di realizzare una breve storia di Diabolik ambientata proprio a Certaldo, storia che sarebbe stata pubblicata in un albetto di 14 pagine da allegare al catalogo. A favorire questo buon esito vi fu un importante precedente, ovvero la breve storia da poco realizzata per una mostra su Diabolik tenutasi a Lugano in Svizzera.

Patricia Martinelli interviene allo Speciale Rai “Le sorelle Giussani” nel 2021

Così ebbi l’opportunità di scrivere il mio primo soggetto di Diabolik, collaborando con Patricia Martinelli che di esso realizzava la sceneggiatura. Ricordo che non vi furono particolari discussioni, se non per un aspetto della storia, relativo al “trucco” utilizzato da Diabolik per rallentare l’arrivo di Ginko e dei suoi uomini che avevano teso una trappola, durante una prestigiosa mostra di gioielli organizzata per l’appunto a Palazzo Pretorio, all’inafferrabile criminale. Patricia Martinelli propendeva per un congegno stradale che veniva a bloccare le auto della polizia, il sottoscritto invece, consapevole dell’iconicità degli stemmi che adornano la facciata del Palazzo, suggeriva di inserire in uno di essi un getto di gas che potesse rallentare l’accorrere degli agenti. Alla fine si convenne che quest’ultima soluzione meglio rispecchiava la natura del luogo dove era ambientata la storia. La realizzazione grafica fu quindi affidata ai disegni di Giancarlo Tenenti, che seppe illustrare in maniera impeccabile il cortile interno del Palazzo e gli altri luoghi in cui si svolgeva la storia.

Nel 1999 fui informato che l’Editoriale Mercury di Bologna stava per pubblicare un’opera contenente oltre le due storie speciali già nominate, quella di Lugano e quella di Certaldo, anche una terza realizzata nel 1992 in occasione della Comiconvention di Milano; la novità rilevante era data però dall’aggiunta a queste pagine del colore. Una volta che questo testo mi fu recapitato, mi resi conto che Certaldo Alta veniva ulteriormente valorizzata dal passaggio dai chiaroscuri tipici dell’albo a un più intenso cromatismo. Restando pienamente convinto della bontà di tale operazione, ho affidato a alcune vignette tratte da questa edizione speciale il compito di far intuire ai lettori lo spirito di quella storia.

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Un antropologo nel mystery

Da molti anni Fabio Dei, oltre che affermato antropologo di livello nazionale e Docente di questa materia nell’ateneo pisano, è per me un caro amico. Tra l’altro, vista la sua raffinata capacità di analisi letteraria e la vastissima conoscenza del genere poliziesco, a lui ho chiesto di introdurre due mie raccolte di racconti gialli. Da tutto ciò nasce la seguente intervista, che tocca molteplici aspetti della sua personalità.

FABIO DEI

Cominciamo con una questione di natura spiccatamente antropologica: secondo taluni i miti sono uno strumento per esplorare la Psiche della nostra specie, e per questo fanno capolino anche nella letteratura compreso quella di genere poliziesco. Tu cosa pensi al riguardo?

La letteratura di genere e i prodotti dell’industria culturale di massa hanno in sé qualcosa del mito. A partire da certe tipologie di personaggi e di situazioni drammatiche e narrative, possono generare una quantità infinita di variazioni, centrate su alcuni nuclei “sacri”. L’uso della nozione di sacro ti sembrerà forzato ed eccessivo, ma fa riferimento a categorie dell’immaginario collettivo, a valori morali ultimi della nostra cultura. Se ne sono resi conto forse per primi i semiologi, come Roland Barthes e Umberto Eco fra gli anni Cinquanta e Sessanta; e il tema è stato ripreso di recente da Peppino Ortoleva attraverso il concetto di “miti a bassa intensità” (la bassa intensità significa in sostanza che i miti non sono più obbligatori, sono lasciati alle scelte individuali e si pongono nell’ambito del futile, del leisure, della bassa cultura piuttosto che della ufficialità). Non direi che è la “psiche” ad essere esplorata dalla serialità della letteratura di genere, e del mystery (o noir, o thriller, o giallo o che dir si voglia; non mi appassionano le sottili distinzioni tra queste definizioni): sono, come ti dicevo, le categorie dell’immaginario collettivo, e i dilemmi morali che si articolano attorno ad esse. Naturalmente una lettura psicoanalitica o archetipica è sempre possibile (com’è possibile per le fiabe e per i miti). Ma non credo che la letteratura in genere ci piaccia tanto perché sollecita contenuti inconsci: piuttosto, perché articola in forma narrativa le strutture fondamentali della nostra cultura e del nostro universo morale.

A volte ci si sofferma anche sul ritualismo che caratterizza l’azione di molti serial killer, e sarebbe interessante per me sapere la tua opinione circa le ragioni del successo di queste figure criminali nell’immaginario contemporaneo.

Io non sono granché attratto dal sottogenere basato su serial killer psicopatici che compiono delitti guidati da procedure rituali. Fanno presa in parte sull’attrazione dell’orrifico (da Psycho a Il silenzio degli innocenti, a Seven o a I fiumi di porpora di Grangé – tutti diventati film…), ma non si distanziano dal giallo classico perché in definitiva il gioco intellettuale che propongono è la decifrazione del simbolismo rituale. Perché il serial killer psicopatico, lucidissimo e intelligentissimo ma profondamente folle, ha tanto successo? È certamente una figura contemporanea dell’alterità, del male, di una natura diabolica che si nasconde dietro la normalità quotidiana. È il fascino di scoprire una malvagità perversa e occulta celata dietro le apparenze, che deve essere disvelata; è una attrazione simile a quella delle notizie di cronaca o delle “leggende metropolitane” (si pensi alla vicenda dei “diavoli della bassa Padana” ricostruita da Pablo Trincia in Veleno); si accosta forse a un altro genere, cioè l’horror (la figura del vampiro che si nasconde dietro la normalità). Direi comunque che nel giallo il serial killer non ha successo in sé, ma nella combinazione con la figura del detective che decifra le tracce da lui lasciate per arrivare a scoprirlo: è il mistero da disvelare il nucleo di questa forma letteraria.

Sembra invece che ormai sia stati mandati in soffitta i pregiudizi che tendevano a svalutare le opere di genere poliziesco, confinandole nell’ambito del puro intrattenimento.

Guarda, è l’idea di poter contrapporre l’alta letteratura al “semplice intrattenimento” che oggi non sembra funzionare più. Se una cosa è scritta male, piena di banalità, etc. non intrattiene neppure. Il “genere” è uno strumento che scrittori anche molto còlti e raffinati possono usare per esprimere appieno i contenuti e le forme che più gli stanno a cuore. E non penso solo alle raffinate operazioni di stravolgimento dall’interno delle regole del genere, come in Dürrenmatt, Soriano o altri sudamericani etc. , ma anche a tanti altri scrittori tout court che scelgono la struttura del mistery come intelaiatura narrativa. Del resto, chi negherebbe oggi la statura di scrittori nel senso più alto del termine a Chandler o Hammet, o a Scerbanenco per restare in Italia, che pure scrivevano per produrre intrattenimento e per guadagnare, più che per esprimere profonde verità esistenziali – e che magari le esprimevano comunque meglio di altri autori mainstream. Naturalmente tutto questo ha a che fare con il progressivo esaurimento del concetto di “avanguardia” nella letteratura e più in generale nella cultura del Novecento (anche se non tutti, specie nel mondo delle arti visive, se ne sono accorti).

Vorrei tornare per un momento alle origini del genere letterario di cui stiamo parlando: che idea ti sei fatto sulla vulgata che accosta la sua genesi al Positivismo e alla fiducia nei metodi d’indagine scientifici.

Non ho studiato abbastanza l’origine del genere per poterti rispondere. Certamente, l’influenza della forma mentis positivista c’è: ad esempio nell’idea di poter risolvere ogni mistero attraverso un’analisi spassionata e razionale dei “fatti”, magari con la capacità di cogliere aspetti della realtà che restavano opachi al senso comune (la lente d’ingrandimento di Sherlock Holmes, che se non ricordo male aveva pubblicato una monografia comparativa sulle diverse ceneri da sigaro o sigaretta…) Ma non trascurerei anche una eredità opposta cioè quella romantica. Il detective resta dopo tutto un eroe romantico, attratto dal male e dall’irrazionale, anche se allo scopo di debellarlo: attratto dagli aspetti oscuri della psiche o della civiltà, ed egli stesso con una profonda voragine di oscurità al proprio interno (si pensi alle inquietudini dello stesso Sherlock Holmes, campione di razionalismo che aveva pur bisogno della sua soluzione al sette per cento…).

Sembra giunto il momento di conoscere meglio i tuoi gusti letterari e prima ancora, ricostruendo la tua storia personale, quando hai cominciato a leggere storie poliziesche.

Dunque, non saprei esattamente quando. Potrei risponderti che è stato quando ho smesso di leggere fantascienza. La fantascienza è stata la mia grande passione adolescenziale. Ricordo ancora il primo Urania letto da ragazzino, era l’Antologia personale di Asimov, l’apertura di un mondo nuovo e mai immaginato prima. Divoravo i libri che riuscivo a trovare – e non era facile trovarli… Parlo di metà anni Settanta, e oltre al quindicinale Urania che usciva nelle edicole, o a Le meraviglie del possibile pubblicato da Einaudi, non c’era molto in giro. Ordinavo per posta, con i pochi soldi che racimolavo, i Galassia pubblicati da un bizzarro editore giuridico, La Tribuna di Piacenza, e mi ricordo bene dell’eccitazione di quando arrivavano a casa quei pacchettini odorosi di tipografia, con i tascabili di Simak, Bradbury e altri autori della stagione classica della SF americana). Sulle ragioni del fascino della fantascienza ci sarebbe molto da discutere, magari lo faremo un’altra volta e se posso ti rimando per ora a una indicazione bibliografica

(https://rivisteweb.it/doi/10.48272/107939).

Negli anni dell’università, oltre a un buon consumo di letteratura “seria”, sono progressivamente transitato dalla SF al giallo. La prima ha cominciato ad apparirmi per lo più troppo banale e scontata (anche se ho continuato ad apprezzare alcuni autori, ad esempio Michael Crichton). Ho avuto la mia brava infatuazione sherlockiana, con tanto di pellegrinaggio in Baker Street (alimentata anche dalle letture filosofiche, sempre da parte di Umberto Eco, del metodo dell’eroe di Conan Doyle come “abduttivo”), ho letto anche molti dei classici di Agatha Christie o John Dickson Carr (quello degli enigmi della camera chiusa), propendendo però poi nettamente per il cosiddetto genere hard-boiled

Immagino che ci siano forti motivazioni che ti hanno spinto a prediligere questo filone.

Sì, è vero. Se il nucleo del romanzo giallo è la Ricerca e la Scoperta (anche della SF lo è, in altro modo), l’hard boiled la mette in scena molto meglio rispetto al modello Agatha Christie, i cui libri sono congegni intellettuali anche raffinati che sfidano il lettore alla soluzione, un po’ come le sciarade della Settimana Enigmistica, ma raramente hanno “la carne e il sangue” di una narrazione romanzesca. Gli hard-boiled ce l’hanno, centrati come sono su una figura di “ricercatore-investigatore” che come Parsifal mette in gioco tutto se stesso, combattuto fra dilemmi morali, sempre tormentato, ma legato a un ideale non compromesso di Verità, a una Giustizia che è superiore a quella terrena. Personaggio disposto al sacrificio (quasi sempre viene picchiato nel corso dei romanzi, prima di riprendersi ed avere ragione dei cattivi). La Ricerca non è puramente intellettuale (come ad esempio quella del don Isidro Parodi di Borges, che risolve i casi senza muoversi dall’interno di una cella), ma implica corsi di azione, durante i quali emergono gallerie di figure e personaggi molto più vari e meno stereotipati di quelli di Christie (dove c’è sempre la nobildonna, il colonnello in pensione etc.). Altra caratteristica degli hard-boiled è di essere per lo più romanzi urbani (la grande città è spesso in sé protagonista), anche se non è impossibile trasporli in realtà di provincia.

Hai già citato alcuni investigatori della storia del genere poliziesco. Ma secondo te quali sono i personaggi che meglio incarnano questa figura oggi?

Eh, non lo so. Harry Bosch di Michael Collins sicuramente, John Rebus di Ian Rankin, ci metterei anche Cormoran Strike di Jane Rowling, i e le detective dublinesi di Tana French; fra le cose recentissime aggiungerei anche Harry MCCoy, nella bellissima serie di Alan Watts ambientata nella Glasgow degli anni Settanta. E perché no Arkady Renko di Martin Cruz Smith. Per citarne solo alcuni. Naturalmente Philip Marlowe è il prototipo di tutti questi: per me resta soprattutto incarnato dalla figura di Elliot Gould in Il lungo addio di Robert Altman.

Elliot Gould in un fotogramma di Il lungo addio, diretto da Altman nel 1973

Proseguendo sulla stessa falsariga, dovresti dirci quali sono le opere. e gli Autori, che negli ultimi anni ti hanno più colpito.

Oltre a quelli già citati ricorderei Don Winslow, che si lega per cinque romanzi alla figura di Neal Carey ma poi spazia su storie e personaggi molto diversi, senza perdere mai un colpo. E certamente Elmore Leonard, autore di capolavori senza un unico protagonista, caratterizzato per una scrittura essenziale fatta quasi solo di dialoghi, che non lascia nulla alla cosiddetta introspezione psicologica. Ci metterei anche la trilogia di Stieg Larsson, esempio più noto di quella scuola svedese che è forse sopravvalutata (forse Henning Mankell tiene il passo dei migliori). Di qualità letteraria decisamente inferiore ma non privi di un loro fascino mitologico sono i romanzi di Lee Child imperniati su Jack Reacher, una specie di invincibile Rambo che si muove negli spazi dell’America profonda (una serie decisamente in declino nelle ultime puntate, forse gli autori dovrebbero avere il senso di quando è meglio smettere…). Citerei anche un filone che riprende la vena ironica già in parte presente in Chandler: Stuart Kaminsky con la figura di Toby Peters, Donald Westlake con Dortmunder, in parte anche Robert Crais con Elvis Cole.

Per quanto riguarda la giallistica italiana, oltre al precursore Giorgio Scerbanenco, i cui romanzi e racconti milanesi sono veramente di alta qualità (e la figura di Duca Lamberti non sfigura certo accanto alle precedenti), o a Loriano Machiavelli e Camilleri (con la sua peculiare ricerca linguistica) per la “vecchia” generazione, ci sono autori recenti di sicuro valore – Manzini, Lucarelli (con particolare menzione per la serie storica sul commissario De Luca), Dazieri, Di Giovanni, De Cataldo, etc..

Ti sento nominare molti scrittori uomini, ma esistono anche le “signore del giallo” , e alcune di esse sono italiane. Cosa pensi su di loro?

Fra le autrici di gialli ho letto in modo abbastanza sistematico e apprezzato, oltre le già ricordate Jane Rowlings (con lo pseudonimo di Robert Galbraith) e Tana French, anche Patricia Highsmith, Fred Vargas, Kathy Reichs, Patricia Cornwell, Alicia Jimenez-Bartlett, e certamente anche altre che ora non mi vengono in mente.

Fra le italiane, non saprei fare un nome che spicca su tutte le altre. Potrei citare per una precedente generazione Laura Grimaldi, anche se certo non è riducibile all’etichetta di scrittrice di genere; e fra le mie letture recenti Susanna Raule, capace di spaziare con ironia fra registri e stili differenti. Ma sono un inguaribile Straight White Male e non sono certo il miglior giudice della letteratura al femminile, ammesso che questa categoria abbia senso. In linea di massima, non mi piace il mix tra giallo, rosa e libri di cucina che si trova talvolta nei libri italiani – anche tra gli autori maschi, per carità! Quando comincio a trovare due o tre pagine di ricette faccio più o meno come Pepe Carvalho, che usava certi libri per accendere il fuoco (ma anche lui per cucinare, maledizione!)

Come sai questo blog si concentra in particolare sui gialli toscani, sia come Autori che come ambientazioni. Qual’é il tuo scrittore preferito in questo panorama?

Mi è piaciuto moltissimo Giampaolo Simi, e specialmente la serie sul giornalista Corbo; e anche i due libri di Dario Ferrari (per quanto vadano molto oltre il genere). Ho scoperto di recente i gialli storici di Fabrizio Silei, che presentano l’inusuale figura di un mezzadro-detective, molto ben costruiti. Belle le ambientazioni di Marco Vichi e Leonardo Gori, ormai “classici” nel panorama toscano, le cui storie però non mi fanno impazzire. Ho letto credo tutto di Malvaldi, certamente divertente. Mi interessa molto la letteratura che si misura con le peculiarità linguistiche della Toscana (penso ai primi romanzi di Fabio Genovesi), ma questo nel giallo succede raramente. La ricreazione è finita di Ferrari è una eccezione, con alcune pagine bellissime in cui riesce a portare il lessico e l’espressività del viareggino dentro una lingua che non scade né nell’invenzione alla Camilleri né nel vernacolo di Malvaldi. Per questo lo metterei al momento in vetta alla mia personale classifica.

Dato che per 8 anni hai ricoperto la carica di Presidente della Società Storica della Valdelsa mi sembra giusto concludere questa chiacchierata chiedendoti cosa pensi in particolare del filone dei “gialli storici”.

Mi pare si possano dividere in due categorie: quelli in mondi storici molto lontani, e porterei come esempio, oltre all’ovvio Il nome della rosa, i romanzi di Margaret Doody su Aristotele detective, o quelli di Danila Comastri Montanari sul mondo romano e sull’investigatore Publio Aurelio Stazio. Intelligenti, divertenti, anche istruttivi nella loro capacità di ricostruire mondi culturali nei quali, come dire, non si applica il nostro senso comune. Forse ci aggiungerei un autore che ho scoperto colpevolmente solo di recente, a che combina giallo medioevale e fantascienza in modo molto brillante: mi riferisco al ciclo di Eymerich di Valerio Evangelisti. Tutt’altra cosa sono i romanzi ambientati in passati prossimi: qui la letteratura italiana eccelle. Ho già citato Lucarelli con il ciclo su De Luca che attraversa fascismo, guerra e immediato dopoguerra; si può aggiungere il commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni (Napoli degli anni ’30), il commissario Bordelli di Marco Vichi, lo stesso già ricordato Silei con il detective contadino Pietro Bensi, oppure le storie ambientate sul lago di Como in vari periodi del Novecento di Andrea Vitali. In ambito internazionale il maestro del genere è ovviamente James Ellroy, che esce in qualche modo dal genere per reinterpretare periodi cruciali della storia americana.

Oltre ai gialli storici, ci sono anche quelli che si potrebbero chiamare antropologici, ambientati nel contesto di specifiche culture non occidentali. Un esempio sono i romanzi di Tony Hillerman che hanno come protagonisti i gruppi navajo; oppure il recente ciclo mongolo di Yeruldelgger di Ian Manook. E come non chiudere con i detective del futuro, con ad esempio Altered Carbon di Richard K. Morgan e, soprattutto, con l’agenzia di investigazione olistica Dirk Gently di Douglas Adams?

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